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RECENSIONE DI “IT’S NEVER OVER”, IL DOCUMENTARIO SU  JEFF BUCKLEY (di Matteo Fais)

Ci sono documentari che spiegano, ordinano, archiviano. Poi ce ne sono altri che non mettono in fila i fatti ma ci permettono di sentire la vibrazione di questi, come se temessero di spegnerli in un eccesso di chiarezza. It’s Never Over appartiene a questa seconda specie, più rara e più rischiosa, perché non pretende di chiudere Jeff Buckley dentro una formula, né di consegnarlo definitivamente alla teca del mito, ma tenta qualcosa di più difficile: restituire l’impressione fisica di averlo avuto davanti, vivo, incerto, febbrile.

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Il film, arrivato finalmente anche nelle sale italiane dopo aver circolato a lungo in lingua inglese, evita con intelligenza sia la retorica del martire sia quella, altrettanto prevedibile, del talento autodistruttivo, e sceglie piuttosto di mostrare un giovane uomo attraversato da un’intensità che non era posa ma necessità. Non c’è compiacimento nella tragedia, non c’è pornografia del dolore, e questa è già una presa di posizione forte, perché la tentazione di ridurre Buckley alla sua morte — quel 1997 nel Mississippi, quell’annegamento assurdo che ha congelato per sempre la sua immagine in una giovinezza eterna — è sempre lì, pronta a divorare il resto.

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Ciò che emerge con più forza, man mano che il racconto si stratifica attraverso materiali d’archivio, interviste e registrazioni private, è la tensione costante tra l’eredità e la fuga, tra il peso di chiamarsi figlio di Tim Buckley e la volontà quasi feroce di non diventare un’appendice biografica. Jeff non voleva essere “il figlio di”, e questo conflitto sotterraneo, che non viene mai trasformato in melodramma, attraversa il film come una corrente silenziosa. Lo si intuisce nelle esitazioni, negli sguardi, nel modo in cui parla della musica come di qualcosa che gli appartiene ma che allo stesso tempo lo sovrasta.

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Le esibizioni live sono il cuore pulsante del documentario, e non perché servano a ricordarci che fosse bravo – questo lo sappiamo –, ma perché mostrano quanto fosse esposto, quanto fosse disposto a rischiare ogni volta. Quando canta Lover, You Should’ve Come Over o si inoltra nella sua versione dell’Hallelujah di Leonard Cohen, non offre una performance levigata e rassicurante, bensì una sorta di attraversamento emotivo che ha qualcosa di quasi imbarazzante per intensità, come se il corpo non riuscisse a contenere del tutto ciò che la voce stava liberando. In un’epoca in cui l’emozione è spesso calibrata, ottimizzata, resa compatibile con il flusso continuo dell’intrattenimento, rivedere Buckley significa fare i conti con un eccesso che non cerca di essere a favore di algoritmo.

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Ed è proprio su questo terreno, quello dell’eccesso e della fragilità, che il documentario trova il suo vertice emotivo nella sequenza dedicata a Mary Guibert, la madre di Jeff, quando la vediamo riascoltare l’ultimo messaggio che lui le aveva lasciato sulla vecchia segreteria telefonica di casa. Non un cellulare, non un supporto digitale riproducibile all’infinito senza fruscii, ma quel dispositivo quasi archeologico in cui la voce resta impressa su un nastro, con il suo leggero rumore di fondo, con quella materialità che rende tutto più tangibile e, proprio per questo, più doloroso. Il nastro scorre e la voce di Jeff riaffiora con una naturalezza disarmante, priva di qualunque presagio, come accade sempre agli ultimi saluti che non sanno di esserlo. E, mentre la madre ascolta, con una compostezza che non ha nulla di teatrale, la distanza tra mito e realtà si annulla di colpo, lasciandoci davanti non a un’icona ma a un figlio che parla e a una madre che continua ad ascoltarlo, forse per trattenere qualcosa che il tempo ha già portato via. È una scena semplice, quasi crudele nella sua nudità, che non ha bisogno di enfasi né di commento, perché basta quella voce registrata su una segreteria di un’altra epoca a ricordarci quanto sia fragile ogni costruzione leggendaria.

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Il film non aggiunge rivelazioni clamorose, non scoperchia segreti destinati a riscrivere la storia del rock, e proprio in questo sta la sua forza: non vuole stupire, vuole avvicinare. Mostra un artista che sentiva troppo, che oscillava tra ironia e abisso, tra leggerezza quasi infantile e concentrazione feroce, e che probabilmente non avrebbe mai trovato una forma definitiva, perché la sua natura era quella di un movimento continuo, di una ricerca che non accetta approdi facili.

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Va detto con chiarezza, e senza alcuna spocchia snobistica, che per fortuna la versione italiana non risulta tradotta: questo documentario va visto in lingua originale, al massimo con i sottotitoli, perché la voce parlata di Jeff, le sue inflessioni, il modo in cui una frase può scivolare dall’ironia al lirismo in pochi secondi, fanno parte integrante del suo carisma. Il doppiaggio, per quanto accurato, non potrebbe mai restituire quella tessitura sonora che era già musica, anche quando non stava cantando.

In definitiva, It’s Never Over non chiude nulla e non consola, ma riapre una presenza che credevamo di conoscere, ricordandoci che certi artisti non sono fatti per essere spiegati una volta per tutte. Restano sospesi, come una nota che non si risolve, come una promessa che non ha avuto il tempo di trasformarsi in abitudine. Forse è proprio questa sospensione a renderli necessari ancora oggi, ogni volta che qualcuno rimette su Grace e si lascia attraversare da quella voce che continua, ostinatamente, a non voler finire.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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