PROCESSO A META – LA DIPENDENZA DAI SOCIAL NON È COLPA DI ZUCKERBERG (di Matteo Fais)
Partiamo dall’antefatto, di cui poco si è discusso in Italia, mentre in America la questione ha suscitato un acceso dibattito. Negli Stati Uniti, una ventenne californiana, Kaley G.M., ha portato in tribunale Meta e YouTube sostenendo di aver sviluppato, fin dall’infanzia, una dipendenza patologica dalle loro piattaforme – in particolare Instagram e YouTube – tale da provocarle depressione, ansia e pensieri suicidari. Il processo, celebrato davanti alla Corte Superiore di Los Angeles, ha preso di mira non i contenuti ma l’architettura stessa dei servizi: scroll infinito, autoplay, notifiche, algoritmi di raccomandazione pensati per trattenere l’utente il più a lungo possibile.

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La giuria ha ritenuto le due aziende responsabili per negligenza, stabilendo un risarcimento milionario e attribuendo a Meta la quota maggiore. È una decisione destinata a fare scuola, inserita in un contenzioso molto più ampio che punta a dimostrare una responsabilità strutturale delle piattaforme nella cosiddetta “dipendenza da social”. Il messaggio che passa è semplice, quanto idiota nella sua sostanza: non è l’uso a essere problematico, ma il prodotto in sé. Ed è proprio qui che il discorso comincia a prendere una piega difficile da digerire: da deterministi sociali, per non dire – volgarmente – sovietica.

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Quello che si è costruito è il solito teatrino morale: una ragazza dichiara di essere diventata dipendente, una giuria le dà ragione, e immediatamente il dibattito si organizza attorno a un colpevole perfetto, Mark Zuckerberg, trasformato nell’ennesimo corruttore di coscienze – dall’Atene del V secolo alla Los Angeles del 2026, il passo è molto più breve di quanto si pensi a quanto pare.

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Come di consueto, alla gente non interessa capire ma puntare il ditino inquisitore. Il fatto, però, è che qui non siamo davanti a un’industria che introduce nel corpo sostanze che alterano la fisiologia indipendentemente dalla volontà. Siamo davanti a strumenti e questi, per quanto sofisticati, non sostituiscono la responsabilità di chi li usa.
L’idea che una piattaforma possa rendere dipendenti come una droga funziona perché solleva dall’imbarazzo di guardarsi allo specchio. Se il problema è il design, allora l’individuo è assolto. Se la colpa è dell’algoritmo, non serve interrogarsi su come si riempiono le proprie giornate, su cosa si cerca dentro uno schermo, su quanto poco si è disposti a tollerare il silenzio. Il punto non è quante ore si passi su Instagram, ma perché lo si faccia. Il social non crea il bisogno, lo intercetta e lo trattiene. Ma questo esiste già, prima ancora del presentarsi di qualsiasi notifica. Non nasce da Meta, bensì da un vuoto che nessuna piattaforma ha inventato. Parlando sotto metafora, sapete tutti benissimo che, se consumate alcol in quantità smodata, il vero responsabile della vostra dipendenza non è questo, ma voi stessi che di esso vi servite per far fronte a un problema personale, cercando maldestramente di aggirarlo.

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Si evita accuratamente di dire una cosa elementare: la maggior parte delle persone usa i social senza perdere il controllo. Lavora, esce, legge, si allena, poi magari apre Instagram mezz’ora la sera. Se i più non sprofondano nelle grinfie dell’algoritmo è perché possiedono un minimo di struttura interna, qualcosa che oppone resistenza. Il problema emerge dove questa struttura manca, quando ogni momento libero diventa un’occasione per anestetizzarsi. In quel caso il social si muta in una calamita, come qualsiasi altra forma di compensazione immediata. Spostare il discorso sulla piattaforma serve a non nominare questa fragilità, a esorcizzarla, a trovare un capro espiatorio per non riconoscere la propria colpa.

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Ci sarebbe, poi, la questione dei minori, ed è qui che il discorso si rovescia definitivamente. Se un bambino sviluppa un rapporto patologico con i social, la responsabilità primaria non può essere di Meta. Un minore non gestisce da solo il proprio tempo in un vuoto assoluto. Il dispositivo arriva nelle sue mani attraverso una decisione adulta. Qualcuno sceglie di non controllare e non limitare. Delegare l’educazione a uno schermo e, poi, citare in giudizio chi quello schermo lo produce è una scorciatoia. L’unico aspetto su cui seriamente riflettere riguarda semmai i sistemi di verifica dell’età, troppo deboli per impedire l’accesso precoce, ma anche qui la responsabilità non può essere scaricata interamente su una piattaforma quando esiste un contesto familiare che abdica.

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C’è invece un problema più concreto e meno raccontato: l’identità. I social hanno consentito la proliferazione di profili falsi, account automatizzati, anonimati e aggressivi, che alterano lo spazio pubblico. Non si tratta di dipendenza, ma di asimmetria: chi parla mettendoci la faccia è esposto, chi si nasconde può attaccare senza conseguenze. Questo squilibrio produce distorsioni evidenti, favorisce la diffamazione, protegge il comportamento peggiore. Qui sì che un intervento strutturale avrebbe senso: meno anonimato impunito, più responsabilità tracciabile. Non lo dico per moralismo, ma per ristabilire una condizione minima di equilibrio.
Per il resto, continuare a raccontare che il problema è Mark Zuckerberg significa evitare il nodo centrale. Le piattaforme sono progettate per trattenere l’attenzione, certo, ma questo vale per qualsiasi prodotto che voglia risultare competitivo. La differenza la fa sempre chi decide quanto restare, quando chiudere, se cercare altrove. Se ogni attrazione diventa coercizione, allora qualsiasi esperienza umana può essere ridotta a dipendenza indotta, e a quel punto l’idea stessa di scelta smette di avere senso.

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Questa vicenda funziona come un test. Mostra fino a che punto si è disposti a rinunciare alla responsabilità personale pur di non mettere mano alla propria vita. È più semplice immaginarsi vittime di un sistema che ammettere di non avere strumenti per gestire il tempo, il desiderio, la noia. Ma uno schermo non riempie nulla che non sia già vuoto. Può solo occupare quello spazio. E, se quello è enorme, continuerà a farlo finché glielo si concede.
Naturalmente, è appena il caso di ribadirlo: i social sono uno strumento straordinario, se messi nelle mani di gente straordinaria. Le persone più importanti della mia vita le ho conosciute grazie ad essi. “Il Detonatore” esiste e si è formato in tale spazio. È sulla piattaforma di Zuckerberg che, pur privo di qualsiasi santo in paradiso, in qualche modo, ho trovato modo di esprimere me stesso e di incontrare tanti con cui, altrimenti, la mia esistenza non si sarebbe mai intersecata.

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Ecco, la differenza fondamentale sta nel fatto che io, e tanti come me, uso i social, non ne sono usato. Al loro interno cerco, senza restare travolto da tutto ciò che mi viene proposto, come lo spettatore televisivo cretino che non sa andar oltre i primi dieci canali e si considera pertanto condizionato. Se non senti il bisogno di spingerti un passo più avanti ciò che ti viene propinato, ho brutte notizie per te: sei tu che ti accontenti, non loro che ti influenzano. Purtroppo, se non ti metti in testa che lo Stato, le multinazionali e i capitalisti non sono responsabili del tuo essere un coglione con il vuoto pneumatico in testa, non se ne esce vivi. Neppure la Corte Suprema Americana potrà ribaltare questa semplicissima e inaggirabile verità.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).