PORNOGRAFIA PER CONSERVATORI – IL BUSINESS DELLE TRAD WIVES (di Matteo Fais)
Uno degli aspetti del tardo capitalismo che lo rende più adorabile è la sua intrinseca e sottile ironia. Esso fornisce copie del Mein Kampf ai pochi nostalgici del Nazismo, che lo acquistano di nascosto, o quantomeno alla chetichella, sentendosi dei grandi trasgressori – magari in lotta contro il Pensiero Unico – , pur essendo il testo in questione regolarmente commerciabile. Oppure, inonda i negozi di magliette del Che, per ragazzini che sognano la ribellione, senza avere la benché minima idea di come il regime cubano li avrebbe soppressi nel giro di un quarto d’ora o messi in qualche campo di rieducazione. Purché si guadagni è la regola aurea del mercato.

In un tempo incerto, segnato da un’idiota incapacità di adeguarsi al mutare dei costumi, molti si sono convinti che, come diceva provocatoriamente quel grande guascone di Guglielmo Gianni, davvero si stesse meglio quando si stava peggio. Costoro sognano, dunque, un ritorno ai ruoli di genere tradizionali: l’uomo che lavora, la donna che bada alla casa e ai figli.
Sorvoliamo sul fatto grottesco che dei poveri sfigati senza occupazione, e soprattutto senza arte né parte, credano davvero di poter supplire realmente all’ingrato compito del vero padre di famiglia, tutto fatica e sacrifici, mentre la loro occupazione principale consiste, dalle scuole elementari, nel dilettarsi a giocare con i videogame.

La cosa interessante è che il succitato capitalismo, molto furbescamente, ha subito visto in questa massa di disagiati – a quanto si dice piuttosto ampia – una nuova fetta di mercato da soddisfare e da cui, va da sé, lucrare. Ecco, dunque, che è nato tutto un business, tra le varie piattaforme social – in particolare, Instagram e YouTube –, un filone di donne che si dicono Trad Wives, ovvero mogli tradizionali, le quali non fanno altro che inscenare la parte delle brave casalinghe, tutte casa e famiglia, ovviamente in favore di camera.
Le si può osservare, dunque, in vari filmati e fotografie, sovente nella cornice di una cucina così luccicante da abbacinare, che spignattano e servono piatti elaboratissimi ai loro maritini di ritorno dal lavoro, conciate come casalinghe americane degli anni ’50, infilandoci – guarda caso – di mezzo qualche pubblicità di prodotti per la casa e via immaginando.

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Naturalmente, come è stato fatto inutilmente notare da qualche persona ancora capace di distingue tra la realtà e il simulacro di questa, tutto ciò corrisponde a una messa in scena. Non esistono né sono mai esistite, se non appunto nella propaganda americana della metà del ’900, donne che vivono un’esistenza meramente domestica e sono sempre così ordinate, sorridenti e che hanno la cucina pronta per essere fotografata e finire sulla copertina di una rivista di arredamento. Ma, soprattutto, queste donne, reali come le attrici che interpretavano Desperate Housewives, sono tutto fuorché emblemi di una tradizione passata, visto che si mettono in mostra per guadagnare e, a quanto pare, tirano su anche abbastanza da avere un introito fisso, esattamente come i loro mariti, cosa a cui le madri di famiglia di un tempo, davvero dedite alla sola economia domestica, non avrebbero avuto neppure il tempo di pensare.

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Parallelamente a costoro, come noto, in un mondo in cui vanno sempre più prendendo piede movimenti come la redpill e la sottocultura incel, con frange di estremisti maschilisti, ci sono addirittura donne, come Hannah Pearl Davis, che addirittura si spingono fino ad appoggiare il ritorno a una mascolinità tossica, a una divisione dei ruoli netta, in cui alle femmine dovrebbe essere impedito di votare o farlo in contraddizione alle direttive impartite dal marito. Naturalmente, colei che propugna tali tesi non è sposata, non ha figli, ha avuto diverse relazioni che la renderebbero una poco di buono agli occhi di qualsiasi comunità tradizionale, e manco a dirlo sta sempre lì a parlare in pubblico, invece di osservare la sana discrezione e riservatezza delle brave donne del passato.

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Tutto ciò non deve stupire. Questi fenomeni sono ciò che si potrebbe definire la pornografia dei conservatori. Esattamente come, seguendo il desiderio maschile più diffuso, si trovano milioni di siti con ragazze, donne mature, quando non anziane, che fanno finta di provare piacere solo succhiando cazzi e spalancano le cosce anche a 180 gradi, similmente si possono trovare rappresentazioni di brave mogliettine intente a fare il sugo, per venire incontro alle perversioni di un altro genere di pubblico, con un diverso tipo di interessi – nella fattispecie, quello dei reazionari da strapazzo.
Davvero, è impossibile non sorridere di fronte a questa incredibile capacità del mercato di individuare tutti questi segmenti antropologici e, in spirito di massima inclusività, se così la si può definire, fornire anche a costoro una soddisfazione compensatoria per i propri bisogni frustrati. Tutto ciò risulta ridicolo e, al contempo, geniale.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).