ORA E SEMPRE, TORNARE A VINCENZO CARDARELLI (di Matteo Fais)
Che cosa sia dunque poesia, nessuno lo sa. In compenso, quasi ognuno ne ha una visione talebana: si fa così e non cosà, signora mia. Anche i grandi, non per niente, sono andati incontro a critiche ferocissime.
Di lui, per esempio, si è detto che la sua lirica era troppo discorsiva, dal tono famigliare e questo ha giustamente replicato che “tutta la grande poesia italiana, compreso il Petrarca, è a fondo prosastico e famigliare”.

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Si sta, ovviamente, parlando del grande Nazareno Cardarelli, nome di battaglia Vincenzo Cardarelli, nato a Tarquinia, in provincia di Viterbo, nel 1887, e morto a Roma nel 1959. Interessante vita quella del poeta in questione, solitaria e meditativa, condotta da ramingo, passando da una camera in affitto a un’altra, in costante e umile miseria. Si ricorda, della riservatissima vita sentimentale, la relazione con Sibilla Aleramo, più grande di lui, con la quale convive per alcuni anni – leggetevi il loro epistolario, del quale, malauguratamente, sono sopravvissute solo le sue lettere, missive di poco inchiostro ma grondanti sentimento come una vena recisa.
Si diceva: una poesia che molto ha a che fare con la prosa, nel senso di un discorso chiaro e diretto, di quella“prosa nutrice del verso”, come ci insegna l’abate e letterato Paciaudi, parlando dell’Alfieri, ricordato giustamente dal Leopardi nello Zibaldone. Il concetto, se si vuole, è molto semplice: anche per essere poeti, non ci si può nutrire di soli versi. Tutto ciò rimanda, sotto molti punti di vista, al discorso portato avanti da Witold Gombrowicz in Contro i poeti, testo nel quale il critico polacco paragona l’eccesso di poesia pura all’abuso di zucchero e al senso di stucchevolezza che ne consegue.

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Ecco, Cardarelli sfugge a questo versificare ermetico che sovente, a suo avviso, si riduce a mero flatus vocis, a prosodia. La sua poesia è, invece, perfetta eppure trasparente, meditativa, apertamente esistenziale, come un pensiero del suo amato Blaise Pascal. Lo si può ben vedere in Fuga: “La vita è fiamma vinta. / Ogni cosa è costretta / in uno spazio imperioso. / Ascese immani s’appuntano / al vertice di un’ora / per ricadere dolorosamente / in una perduta impotenza. / Se poi ci si rialzerà, / non è certo. / A volte il destino divaga. / Attese di anni non bastano / a dar tempo di giungere a un momento. / E noi stringiamo la grazia / come una mano che si ritira”.
Una lirica la sua che guarda in volto la sofferenza con senso di virilissima sopportazione del dolore, come si può leggere nel sovrumano incipit di Alla Deriva: “La vita io l’ho castigata vivendola, / fin dove il cuore mi resse / arditamente mi spinsi”. Una poesia scritta nella luce della finitudine, in aperto dialogo con il tempo e la morte (“Al pensiero della morte repentina / il sangue mi si gela. / Morte non mi ghermire / ma da lontano annunciati / e da amica mi prendi / come l’estrema delle mie abitudini”).

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Ma è con un componimento leggermente meno noto che vi invito ad approcciare Cardarelli. Il testo in questione si intitola Tristezza e lo riporto interamente qui di seguito:
Fra tanto daffare che c’illude
creare un brivido è nulla.
Gettare fra opera e opera,
come un largo raggio pulviscolare
fra due montagne lontane,
una pausa di meraviglia;
scoprire nell’inconscio atto
la ferma presenza d’un rito;
e rasentando, mentre tu discorri,
qualchecosa che annulla ogni ragione,
obbligarti a sostare –
che senso ha tutto questo?
Il mondo conosce le anime
ai varchi visibili e attivi.
L’avvenire s’apre
a precipizi davanti a noi.
Delle nuove epiche insonnie
il mondo non vuol sapere.
Offerto mi sono
in tante invisibili comunioni!
Spezzato mi sono
per tante anime accorte,
celatamente, ignaro del mio dono!
Rendendomi tutto
in ogni momento,
come a Dio.
Ma l’uomo che non vide nulla,
non opera non frutto non fatica,
sia pure assurda, compiuta,
aspetta sempre un segno ch’io non fo.
E se viene a parlarmi è come il cieco
che manda la sua faccia
sempre fuori del punto cui vuole,
e un poco anche le sue parole.

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Evitando le tediosissime spiegazioni da note a piè di pagina che tanto hanno ammorbato il percorso scolastico di ognuno di noi, noterete tutti una composizione senza infingimenti, di tragica trasparenza, che non ha bisogno di nascondersi e soprattutto di confondere per nominare il mistero. Cadere nella banalità sarebbe facilissimo, invece Cardarelli raggiunge vertici inusitati senza ricorrere a trucchi e acrobazie di bassa bottega. Lo dice ed è tutto chiarissimo – a chiunque –, eppure è posto nel modo migliore e ogni parola occupa uno spazio che non potrebbe esserle sottratto da alcun’altra. Come il Leopardi, di cui l’autore può essere considerato il più diretto discendente nel ’900, anch’egli medita e canta, senza che l’uno dei due intenti prenda il sopravvento sull’altro, in un perfetto connubio, in cui, quasi in senso greco, il pensiero incontra il versificare e procede guadagnando una forma superiore.

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Se, dunque, oggi, vi è ancora un motivo per leggere questo autore così tristemente trascurato, nelle scuole come nelle università – non parliamo dei lettori di poesia, poi – è perché egli, più di tanti altri, ci chiarisce che una grande lirica non è mai un intruglio di astrusi simbolismi, o peggio ancora un’accozzaglia di libere associazioni più adatta allo studio di un terapeuta che alla pagina. Essa è tutta lì, profondissima ma immensamente evidente, rigorosa e priva di sbavature ma miracolosamente accessibile a chiunque abbia il piacere di sporgersi verso la sua vertigine.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie si intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).