ELOGIO DI ACHILLE LAURO: PERCHÉ NON SIAMO ANTI-SISTEMA, MA POST-SISTEMA (DI rANcORE )
Ore 6 del mattino. Suona la sveglia. Il buio è ancora lì, puntuale come una tassa. La tristezza occupazionale ti solleva dal letto contro la tua volontà, ti infila nei vestiti dell’adulto responsabile, ti deposita in auto. Metti in moto. Accendi la radio. E proprio mentre stai per rinnovare, senza entusiasmo, il tuo voto quotidiano al dio Lavoro, succede un evento irreversibile: passa la canzone più rivoluzionaria di sempre. Altro che Bella Ciao. Altro che Giovinezza. No. Il nostro comandante non porta divise, non marcia, non promette redenzione attraverso il sacrificio: il nostro comandante vuole fragole, panna e champagne.

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Le onde radio fanno ciò che hanno sempre fatto di nascosto: materializzano sogni non autorizzati. Tra una pubblicità di pneumatici e un bollettino sul traffico, la realtà subisce una torsione estetica. L’aria dell’abitacolo cambia densità. Il Novecento, con i suoi manifesti sudati e le sue promesse a rate, viene annusato con diffidenza e rispedito al mittente, elegantemente piegato e avvolto in un foulard di seta.

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È così che prende forma Achille Lauro: non un cantante, ma un archetipo metastorico del Dandy moderno, evocato non da rituali arcani ma da tre minuti di radio commerciale. Una magia bassa, pop, irresistibile. La peggiore. La più efficace.

Il Dandy non chiede diritti: li consuma con nonchalance, come se fossero già inclusi nel prezzo della vita. Non organizza scioperi, bensì scandali ben vestiti, possibilmente in prima serata. Non contesta il lavoro: lo svuota di senso, lo guarda appassire, lo accompagna con educazione fuori dalla stanza finché collassa su sé stesso come un’ideologia stanca, con la cravatta allentata e lo sguardo perso. Mentre la radio trasmette fragole e panna, milioni di coscienze collettive subiscono un micro-infarto pedagogico. Perché da decenni ci ripetono, con la pazienza di un catechismo industriale, che la dignità passa dalla sofferenza, che l’identità si costruisce timbrando, che il valore morale di un essere umano si misura in ore non retribuite e schiene piegate con convinzione.

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Lauro entra in questo catechismo e lo bestemmia con educazione impeccabile. Non urla, non spacca, non accusa. Sorride, versa champagne e chiede: perché tutto questo deve essere così brutto?
Fragole, panna e champagne è un testo teologico, ma scritto da qualcuno che ha deciso di saltare l’ascesi e andare dritto al banchetto. È il rovesciamento definitivo dello slogan progressista novecentesco. Pane e lavoro era la richiesta dei corpi affamati. Fragole e champagne è la richiesta di corpi che si sono stancati di essere educati dalla miseria. Qui il lusso non è vizio: è strategia politica avanzata. Non è ostentazione individuale: è sabotaggio simbolico sistemico.

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Perché il capitalismo non va combattuto, ma portato al suo limite estetico. Non gli si oppone il rifiuto, ma l’eccesso. Non lo si nega: lo si realizza fino in fondo. Il Dandy moderno questo lo ha capito. Non attacca il capitale: lo accelera. Non boicotta il mercato: lo inonda di panna. Non rifiuta il consumo: lo rende eccedente, estatico. Panna su panna. Non per gola, ma per saturazione sistemica. Champagne non per festeggiare, ma per far traboccare il calice della promessa. Qui il piacere non è più colpa né trasgressione: è infrastruttura avanzata. Il lusso non segnala distinzione, segnala superamento. Non pochi che hanno troppo e molti che desiderano, ma tutti abbastanza da non dover più desiderare contro qualcuno.

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È il punto in cui l’iper-produzione non genera scarsità artificiale, ma abbondanza ridondante. Il punto in cui il lavoro non scompare, ma diventa estetica applicata, decorazione del tempo, gesto non necessario. Il Dandy non è anti-sistema: è post-sistema per eccesso di sistema. È il bug lussuoso che nasce quando il software funziona fin troppo bene. E insiste: non per distruggere, ma come insiste una melodia pop, come insiste un profumo troppo buono, come insiste una tentazione che smette di essere proibita.

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Il Dandy moderno non promette giustizia sociale. Promette qualcosa di molto più destabilizzante: la fine della bruttezza obbligatoria. E questo, paradossalmente, è rivoluzionario. Perché la bruttezza è sempre stata lo strumento pedagogico del potere statale: uffici grigi, linguaggi miserabili, vite senza ornamenti, slogan sobri per esistenze spente. Il Dandy risponde con un’estetica eccessiva che dice, senza alzare la voce e senza fare proclami: non vi credo più.

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Il compagno Lauro, in tutto questo, non guida le masse: le seduce. Non indica il futuro: lo indossa. Non chiede consenso: chiede attenzione. E la ottiene, come una macchia di champagne su una camicia bianca, come le fragole fuori stagione a fine pasto durante una cena tra amanti. E mentre sei ancora fermo al semaforo, con la radio accesa e la giornata davanti come una condanna mite, qualcosa si è già incrinato: un piccolo cedimento strutturale, una crepa estetica. Una possibilità.
Perché hai capito che la rivoluzione non verrà armata. Non verrà sobria. Non verrà moralmente pura. Verrà profumata, leggermente ubriaca, scandalosamente elegante, bohémien. E quando arriverà, non chiederà pane. Chiederà il dessert.
RanCore
BIOGRAFIA
RanCore viene costruito forma a Pisa negli anni ’80.
Bandito, cantante e autore punk nella band pisana Enkymosis fino al 2009.
Autodidatta d’assalto, formato tra lavori precari e vie di fuga, grafico freelance, agitatore dedito al sabotaggio culturale.
Provocatore sistematico, porta avanti una pratica anarchica e anti-autoritaria che rifiuta appartenenze stabili, istituzioni e miti della rispettabilità.