CARRIE, OVVERO PERCHÉ NON C’È PIÙ IN CIRCOLAZIONE UN FILM DECENTE (di Matteo Fais)
Volendo, oramai, ogni sera ci sarebbero un film o una serie televisiva nuovi da vedere. Però, avvalendosi di un parallelismo, è un po’ come avere centinaia di donne a disposizione tra cui scegliere – una diversa ogni giorno, appunto –, ma nessuna che realmente ci appassioni e ci scuota dentro. Sono tutte all’apparenza belle, piacevoli, perfettamente vestite e truccate, ma nessuna, dopo dieci minuti di dialogo, ci coinvolge fino in fondo, spingendoci ad approfondire la conoscenza.

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Qualcosa di molto simile accade con l’arte in generale. In poesia, per esempio, oggigiorno, è genericamente più difficile trovare qualcuno che sia a un livello elementare, con uno stile naïf proprio imbarazzante. A furia di leggere gli altri, o i grandi – più sui social che confrontandosi con l’opera completa –, tutti coloro che hanno un minimo di intelligenza riescono a trarre dei pattern, degli stilemi da ripetere più o meno pedissequamente, per buttare giù dei versi almeno leggibili. Ma è, comunque, difficile leggere dei poeti originali, degni di nota, con una poetica peculiare e un interesse specifico che li porti a distinguersi dalla massa degli autori che postano compulsivamente su Facebook e Instagram.

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Similmente, si potrebbe dire della produzione cinematografica e di quella delle serie televisive. Il fatto è che, oramai, la struttura classica dei film è stata decostruita nei suoi più intimi recessi e codificata in modo tale da poterne ricostruire la perfetta anatomia: le inquadrature sono queste, le possibili luci sono quelle. Gli attori hanno tutti frequentato una scuola di recitazione, per cui sanno come incarnare, all’istante, la tristezza, la gioia, l’inquietudine, la passione. Niente è più affidato al caso, all’improvvisazione, alla dote individuale – o, come si diceva in termini classici, all’ispirazione.

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Parlando sotto metafora e, per tornare all’esempio del rapporto con l’altro sesso, si potrebbe dire, com’è noto a qualsiasi uomo di mondo, che non esiste una maniera per fare l’amore con ogni donna. Ciascuna ci trasmette sensazioni differenti e, dunque, ci invita ad approcciarla e ad amarla in modi ogni volta unici e irripetibili.
Ma tornando a noi, se si dà un’occhiata a questa nuova serie, appena uscita su Prime Video e ampiamente reclamizzata nei giorni precedenti, Carrie, ispirata al noto e fantastico romanzo di Stephen King, si incontrano tutti i limiti elencati in precedenza.

La prima cosa che salta all’occhio è che si tratta, come nella maggior parte dei casi, più che di un’opera d’arte frutto della fantasia di un regista, di un prodotto – è il caso di dirlo, seriale. Infatti, tra questa serie e le tante altre che si trovano sulla piattaforma in questione, come sulle altre, sembra non esserci alcuna differenza. Praticamente non si capisce se l’una sia la continuazione dell’altra, tanto è standardizzata la produzione. Pur essendoci decine di registi dietro le diverse produzioni e, addirittura, dietro le diverse puntate di ciascuna di esse, sembra tutto creato dal medesimo autore. C’è molta più varietà nella ridotta filmografia di Kubrick che in tutti i titoli proposti da e creati appositamente per Netflix.
Purtroppo, questo è ciò che avviene quando si deve produrre così, su base industriale, per onorare dei contratti e rispondere continuamente alle richieste di un mercato che ricerca unicamente la sovrapproduzione senza più badare alla qualità.

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Il risultato è sotto gli occhi di tutti coloro che abbiano una minima cultura cinematografica. Gli attori sono tutti identici, tutti belli ma intercambiabili come le ragazze delle produzioni pornografiche americane, un’infinita schiera di cheerleader che accoglie tra le cosce il cazzo dell’attore con la stessa espressione con cui fa ginnastica. Non vi è più una Sissy Spacek – protagonista del Carrie di Brian De Palma – con quel suo volto peculiare e immediatamente riconoscibile anche in una strada affollatissima di New York.
Per non parlare della fastidiosissima sensazione che lascia la visione di questi sceneggiati che paiono tutti girati nel medesimo set, utilizzando ogni volta le stesse luci che vengono adoperate per realizzare uno spot pubblicitario, tant’è che sembra sempre che l’attrice stia per guardare in camera e dire: “Usa anche tu X per la tua pelle messa a dura prova dall’età. Risultati garantiti in quindici giorni”. Dannazione, non si può vedere un horror che ha la medesima atmosfera di una réclame qualsiasi. Queste immagini dalla definizione a lama di rasoio, senza alcuna traccia di grana, dal contrasto sempre perfettamente equilibrato, non fanno sognare né aiutano a calarsi entro la dimensione di un incubo a occhi aperti. L’ultimo IT, se ci pensate, ha proprio queste mestissime caratteristiche ed è molto peggio della vecchia serie televisiva prodotta dalla BBC negli anni ’90, la quale aveva dalla sua, se non altro, la forza trascinante di un caratterista unico al mondo come Tim Curry nel ruolo del mostro-pagliaccio.

poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo ed
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Tra parentesi, si è diffusa questa brutta tendenza, che ricorda molto quella dei romanzi pubblicati a puntate sui giornali nell’800, per cui si tende ad allungare tutte le storie a dismisura, affastellando particolari insignificanti, solo per garantire un prodotto di una certa durata. Ma si tratta di un comportamento artisticamente sciocco, come credere che non si sia scritto un vero romanzo se non si sono accumulate almeno 300 pagine, quando la grandezza di un autore sta nell’essere efficace usando il minor spazio possibile e, soprattutto, evitando di sottrarre tempo al fruitore oltre quello necessario.
Ultimo, ma non meno significativo punto, a livello critico, sta nel fatto che, tragicamente, oramai non esistono più film originali. Tutto è un remake, cioè un rifacimento, o un reboot, cioè una ripresa attualizzata di una vecchia storia. La situazione, se si vuole, è piuttosto inquietante. Sembra dare ragione ai Sex Pistols quando cantavano “No future” e, come giustamente sottolineava il filosofo Mark Fisher, effettivamente non esiste più un futuro a livello culturale, perché ogni cosa è solo una riproposizione di qualcosa che è già stato, senza che però vi sia quell’aggiunta fruttifera, felice e positiva – un’innovazione, in poche parole. Naturalmente, niente è mai nato dal niente. I Beatles sono in buona parte uno sviluppo di Little Richard come di Chuck Berry, ma in chiave british. Il fatto è che il loro tocco personale aggiungeva indiscutibilmente qualcosa a quella lezione di poco precedente.
Attualmente, non si esce vivi da questa comfort zone che è una costante ripetizione del passato, in cui i nuovi mezzi non apportano miglioramenti, ma solo un generale appiattimento tipico della serialità. Bisogna tornare a immaginare, a pensare da uomini e a usare le macchine, invece che a pensare e agire come queste. Siamo pieni di strumenti che, in passato, i creativi si sarebbero semplicemente sognati. Abbiamo tutto quel che ci serve per generare il futuro. Dobbiamo ritrovare il coraggio di immaginare e, con le nostre visioni, scuotere l’esistente, svegliarlo da questo suo mestissimo letargo culturale.
P.S: non parlo dei contenuti woke-marxisti della serie, per carità di Patria. Resta il fatto che non si può fare un film o una serie horror in cui il male, invece di essere scelto, è un derivato di una certa contingenza antropologico culturale. Per Dio, basta!
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie si intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).