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CONFRONTO SULLA POESIA RUSSA: TENZONE TRA DAVIDE BRULLO E DAVIDE CAVALIERE

ELOGIO DELLA RUSSIA COME FUOCO E DELLA POESIA RUSSA COME VITA (DI DAVIDE BRULLO)

L’arcangelico ragazzo viene da Milano e mi porge un sacchetto di uva. Ah, le vigne milanesi… dico. Ridiamo. Ha l’affilata levità di una spada – è cresciuto a Voronež, “dove hanno esiliato Mandel’štam” – più tardi, in riva al mare, leggiamo Elegie romane di Iosif Brodskij: bellezza a pugnalate. Dell’Adriatico lo sorprende la pavimentazione: piatta, perfetta, solida; puoi costruire città, sull’Adriatico – è un mare su cui camminare. Riccione in autunno ha la magnificenza di una Bisanzio reduce dalla razzia: spazi aperti, nubi cerbiatto, una luce guardinga, mercenaria, il sole torna dal letargo estivo, ha gli artigli pronti.

Più tardi, attraversiamo Rimini da cardo a decumano, da Augusto a Tiberio a Giotto con velocità sorprendente – il russo cammina con eleganza da gru e fame da iena, divora millenni come l’uomo dei primordi, senza ricordi – non comprende del tutto la fastosa tracotanza del Malatesta, che ha inciso il suo nome sul marmo, ovunque – ne ha carpito, tuttavia, la potenza. Parliamo della filosofia neoplatonica, e il russo mi stupisce con un’osservazione evidente, ma a me invisibile: “le vostre città sono di pietra”. La pietra – pur elaborata in forme sublimi – come baluardo contro la natura. La città italiana è un teatro a cielo aperto – l’italiano è un noto teatrante. La pietra pesa: anche se levita, resta – resiste ai corpi transitori che la abitano. La città è lapidaria: ci lapida e noi dilapidiamo una vita per viverla. E la Russia? La Russia è un fuoco.  

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Il patronimico del russo – di cui non dirò il nome né le ragioni (un sortilegio di falene in picchiata) per cui è giunto da me: viaggia, con il candore dei pericolosi, senza documenti – è Konstantinovič, figlio di Costantino. Parliamo del grande imperatore che ha reso lecita la religione cristiana, cambiando per sempre la storia di Roma. Il russo ha studiato a Mosca, si specializza a Milano, è un filosofo, si occupa del Tolstoj ‘politico’. I genitori sono originari della Siberia – ha due fratelli, in Russia; una Russia, sussulta, in cui, per ora, non vuole tornare. Mi parla di un equivalente grigiore che va da Mosca a Vladivostok: 6.400 chilometri senza distinzione di identità. Da noi, dico, è il contrario: da Riccione a Pesaro è un altro mondo, un altro modo di guardare alla vita, alla morte, all’io. Eccolo, il socialismo realizzato, il genio dell’Unione Sovietica: i russi hanno un’anima CCCP. “Il problema politico della Russia è l’assenza di bar”, dice – prendo appunti. Assenza di socialità. Ribatto, da noi si partecipa ma non si condivide: al bar si va per vedere la partita non per fondare un partito. Ha conosciuto Limonov; è bello che un uomo come lui sia esistito, concordiamo, “aveva un bambino perenne dentro”, dice, non condividendo quasi nulla delle sue posizioni. Qual è l’aspetto principale della lingua italiana?, mi chiede, a bruciapelo. La musica, rispondo. La lingua italiana è insignificante nel miglior senso del termine: suona. Ha letto Giorgio Colli, ama il suo stile. L’albergatore – un romagnolo in trionfo, tronfio del suo conoscere ogni meandro della coscienza umana, specie di carogna Caronte, ancora livido d’estate – lo sfida, “ti faccio trovare una brasiliana in camera”. Gli chiedo: perché una brasiliana? Perché non una francese o un armeno? Non capisce. Il russo, come sempre, non abbocca, non risponde.  

A pranzo il russo mi dice, “I russi non hanno il purgatorio. Per noi, o è l’inferno o è il paradiso”. Per conquistare il paradiso, rischi di morire. Da qui, credo, deriva anche la venerazione dei russi per la poesia – consolatoria agli inferi, uno sprone per ascendere al settimo cielo. Poi mi recita Tjutčev in russo e mi spiega perché Tolstoj piangeva ascoltando una certa poesia di Tjutčev. I russi sono così: spietati, si sbriciolano in lacrime. “Nabokov l’ha tradotta magnificamente in inglese”. Me la fa leggere. Che genio, ‘Vlad’: ha rimodulato in inglese il ritmo e le rime del russo. Un’amica del russo ha trovato lavoro come chef a Ginevra. Neanche lei ha i documenti (dev’essere una formula esistenziale); anche lei è arcangelica, bellissima. I russi, mi dico, fendono, come un iceberg: portano un freddo pieno di luce.

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Lo sai che Nabokov è sepolto a Montreaux?, gli dico. Non capisce perché un talento come Nabokov abbia passato il tempo a scrivere cose, in fondo, infime. Ama Dostoevskij – Nabokov lo detestava. I russi sono dappertutto, taglia corto. Forse anche dentro di me – un russo è nel mio cuore e lo divora.  

Forse resterò qui un po’, conclude, congedandomi. Caffè, cornetto, da un vaso, sospeso, pendono delle rose, come ninnoli. Lo invito in biblioteca. No, preferisco il bar – il silenzio mi opprime, non riesco a scrivere in un luogo dove non posso fare altro che scrivere. Lo lascio e immagino una città di legno, pronta alle fiamme.  

Davide Brullo

Biografia

Davide Brullo è un genio, ha scritto in cielo ed è stato ghostwriter per conto di Dio. Nella sua vita terrena, ha fondato Pangea, isola culturale dispersa negli oceani delle lettere. (Questa biografia è scritta da Matteo Fais, senza una previa approvazione dell’autore)

ELOGIO DEL PURGATORIO – RISPOSTA A UN ELOGIO DELLA RUSSIA COME FUOCO (DI DAVIDE CAVALIERE)

«… a guardarli da lontano magnifici, meravigliosi, a scrutarli ben dentro vuoti e spopolati».(Mickiewicz, Gli Avi)

Il testo apparso su Panottico. L’altra faccia di Pangea, intitolato Elogio della Russia come fuoco (e della poesia russa come vita), è scritto con il noto talento del suo autore. Le immagini sono fitte, gli aforismi vibrano, la prosa è in estasi. Il ragazzo russo è «arcangelico», ha «l’affilata levità di una spada», viaggia senza documenti «con il candore dei pericolosi», cammina «con eleganza da gru e fame da iena». Non è una persona, è un’icona ortodossa. Tutto ciò che dice ha valore di rivelazione, e l’autore lo registra come un discepolo: «prendo appunti». Questo è il primo problema. Il russo non viene ascoltato, viene venerato, proprio come accade con la letteratura del suo sterminato Paese. Il risultato sono una serie di riflessioni sull’«essenza» russa, corrette ma non sottoposte a critica, dunque noiosamente celebrative.

Il russo attraversa Rimini da Augusto a Tiberio a Giotto «con velocità sorprendente», divorando millenni «come l’uomo dei primordi, senza ricordi». Divorare senza ricordare è proprio ciò che fa il fuoco. La pietra esige lentezza, chiede di essere tastata e osservata; il fuoco consuma tutto alla stessa velocità, il pagano e il cristiano, l’arco e il crocifisso, perché non deve trattenere nulla, gli basta ardere. La Terza Roma vede la prima ma non si sofferma. Corre via col suo passa di saiga.

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Il patronimico Konstantinovič porta l’autore a Costantino, mentre Riccione diventa «una Bisanzio reduce dalla razzia». Senza volerlo, il testo mette in scena la translatio imperii, il passaggio da Roma a Bisanzio e da Bisanzio a Mosca. È la dottrina della Terza Roma, formulata dal monaco Filofej nel Cinquecento. Mosca come ultima custode della vera fede, dopo la caduta delle prime due, e «una quarta non ci sarà». È qui che nasce, in forma teologica, il «tutto o niente». Un popolo che si crede l’ultimo baluardo della salvezza non può concedersi un purgatorio, perché dopo di lui c’è solo la fine del mondo.

«I russi non hanno il purgatorio. Per noi, o è l’inferno o è il paradiso», ed è questa la loro condanna e quella dei loro vicini. Lo aveva già sottolineato Czesław Miłosz, nella letteratura polacca, per esempio, mancano personaggi come Alëša o il principe Myškin, rappresentanti il dilemma: «tutto il bene o nessuno bene», e siccome l’inferno è più facile da trovare che il paradiso, il russo non avrà difficoltà a tradire o uccidere il suo simile. 

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Miłosz conosceva bene questo «fuoco» della Russia: «La “profondità” della letteratura russa mi è sempre parsa sospetta. Che ce ne facciamo della profondità, se bisogna pagarla a un prezzo troppo caro? Tra due mali non preferiremmo forse la “piattezza”, pur di avere insieme ad essa case ben costruite, uomini sazi e industriosi?». A cosa serve questo ardore se lo si deve pagare col negletto «grigiore che va da Mosca a Vladivostok»? La risposta più onesta è che le due cose sono consequenziali: il grigiore, la cenere, è ciò che lascia il fuoco. L’incendio apocalittico e la steppa di cemento sovietico non sono due Russie opposte, ma il prima e il dopo dello stesso processo. Chi chiede tutto ottiene il niente. Il paradiso non è alla portata dell’uomo.

«Il problema politico della Russia è l’assenza di bar», dice ancora il russo. Sembra una battuta, ma è una tragedia. Una civiltà che non conosce lo stato intermedio tra dannazione e salvezza non conosce neppure lo spazio intermedio fra il cittadino e lo Stato. Fra l’inferno del dissenso e il fasullo eden dell’adesione non vi è nulla, men che meno gli uomini sazi e industriosi di Miłosz. Le due frasi del russo, «non abbiamo il purgatorio» e «non abbiamo bar», non sono due curiosità separate; sono la stessa diagnosi formulata in termini differenti.

Chi rifiuta il purgatorio, ossia la lunga e sconfortante fatica dell’imperfetto, è pronto a farsi irretire da ogni paradiso, anche quello ai cui cancelli non vi sono angeli ma torturatori. Lo sapeva bene Joseph Conrad, quando scrisse «è più difficile in Russia passare la vita nel lavoro e nella rinunzia che uscire per la strada e uccidere per convinzione». La fame di assoluto, l’impazienza e l’immodestia, la delusione per le apocalissi in ritardo, il desiderio di una dottrina che risponda a tutte le domande. Le pillole di Murti-Bing immaginate da un altro polacco, Witkiewicz, come le revolverate evocate da Conrad, sono tentativi, suicidi o criminali, di possedere il paradiso.

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Il pezzo si chiude con un’immagine splendida e rivelatrice: «una città di legno, pronta alle fiamme». Lungo il confine orientale dell’Europa le case in fiamme non sono allegoriche: Odessa, Mariupol’, Kyiv. Il fuoco russo ha l’abitudine di bruciare le città (anche le proprie, va detto). L’estetica dell’incendio non è innocente. Quando un popolo viene descritto come fuoco, sembra che gli si conceda in anticipo l’assoluzione per tutto quello che darà alle fiamme. Quella dei russi «spietati, si sbriciolano in lacrime» è un’immagine letteraria perfetta quanto un alibi politico altrettanto perfetto. Una sentimentalità elevata è compatibile con qualunque crudeltà.

Non si scambi tutto questo per un elogio della tiepidezza o della medietà, ma se il purgatorio è simbolo di una dimensione intermedia tra la grazia e la dannazione, bisogna constatare che è anche l’unico «cielo» veramente umano. Dopotutto, è l’unica cantica della Commedia in cui esiste il tempo atmosferico, dove si cammina stanchi e si prova nostalgia.

Ho scritto questo testo in una domenica trascorsa lentamente; rimpinzandomi di Pastiglie Leone e torta alle castagne, con accanto una gatta ronfante. Non ho pensato molto a Dio (non ci ho pensato affatto) né ho bramato di dare l’assalto al Cielo. Ho pensato però alla più nobile e trascurata delle letterature, quella per l’infanzia, e in particolare a Tove Jansson, e alla sua Cometa sulla valle dei Mumin, scritta all’indomani della guerra, dove l’autrice finlandese mette in scena l’apocalisse imminente solo per addomesticarla: non c’è disperazione o attesa della redenzione. La cometa passa, la valle resta, si torna a casa a prendere il tè. Felici che la quotidianità e i suoi ormeggi siano ancora lì. Una civiltà che ha il purgatorio può permettersi i bar, il tè, le caramelle, la noia. Una civiltà che non lo ha si condanna a oscillare tra il misticismo e una casa di morti.

Davide Cavaliere

L’AUTORE 

DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”. 

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