RECENSIONE – “RITRATTI DI OMBRE” DI CLAUDIA MANDAS (di Matteo Fais)
“Tutti dovremmo inchinarci muti di fronte agli abissi degli altri” (Claudia Mandas, Ritratti di ombre, Il Maestrale)
Il Cimitero monumentale di Bonaria, a Cagliari, custodisce una quantità di storie che difficilmente potrebbero trovare spazio nella memoria dei vivi. Dietro le lapidi e le loro iscrizioni consumate dal tempo, come al cospetto delle sculture funerarie, si nascondono esistenze intere, con i loro desideri e sconfitte, gli amori e le sofferenze che nessun monumento può restituire completamente. È da questa consapevolezza che prende forma Ritratti di ombre (Il Maestrale) di Claudia Mandas, un libro nel quale la scrittura diventa uno strumento per avvicinarsi a chi non può più raccontarsi. Il volume si muove fra narrazione e poesia, alternando racconti, monologhi e componimenti brevi, con una libertà formale sapientemente adoperata per passare da una vicenda storica a una figurazione immaginaria, da un’esperienza individuale a una riflessione più ampia sulla condizione umana.

La ratio che sostiene l’intera raccolta è espressa dall’autrice nella nota conclusiva: le storie narrate “non possono misurarsi con la realtà, bensì con la sua ombra, unico oggetto possibile della scrittura narrante”. Mandas non cerca pertanto di ricostruire semplicemente ciò che è accaduto, ma prova a immaginare quello che può essere rimasto fuori dalle cronache, i pensieri mai pronunciati, le emozioni che non hanno trovato un testimone. In tal senso, adotta la prospettiva aristotelica prediligendo il verosimile al vero. Il passato diventa così uno spazio aperto all’immaginazione, nel quale le tracce materiali di un’esistenza possono suggerire una vicenda possibile. La scelta di ambientare molte storie a Bonaria, luogo nel quale le opere dello scultore Giuseppe Sartorio hanno lasciato un segno importante, conferisce unità alla raccolta. Le tombe diventano punti di partenza per un’indagine che riguarda tanto i morti quanto i vivi, perché il modo in cui ricordiamo gli scomparsi rivela qualcosa anche di noi.

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Il pensiero corre inevitabilmente a Edgar Lee Masters e alla sua Antologia di Spoon River, il libro che ha trasformato un cimitero americano in un teatro di voci e confessioni. Anche Claudia Mandas affida ai morti il compito di raccontarsi, concedendo loro una seconda possibilità di esistenza attraverso la letteratura. Le analogie sono evidenti: le tombe diventano altrettante soglie narrative, dietro le quali si nascondono amori, rimpianti, occasioni perdute e destini spezzati. Eppure, Ritratti di ombre possiede una propria identità, legata innanzitutto al luogo da cui nasce. Bonaria, con le sue sculture funerarie, le vicende delle persone sepolte e il rapporto profondo fra la Sardegna e il mare, offre all’autrice un patrimonio di immagini e suggestioni che si allontana dal paesaggio dell’Illinois per assumere una fisionomia mediterranea. Se Masters costruiva un ritratto collettivo dell’America provinciale attraverso le confessioni postume dei suoi abitanti, Mandas si avvicina alle figure del camposanto cagliaritano con una sensibilità più lirica, lasciando che i dati biografici diventino materia per nuove storie. Il risultato è una raccolta nella quale il cimitero perde la propria immobilità e torna a essere un luogo abitato, almeno attraverso la parola, da coloro che sembravano averlo lasciato definitivamente.

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La morte, naturalmente, è una presenza costante, ma il libro evita di ridurla a un unico sentimento. In Luigia, il discorso si sviluppa a partire da una frase che ha il valore di una constatazione elementare: “Avere a che fare con la morte riguarda la vita”. Mandas si sofferma su ciò che rimane dopo una perdita, sugli oggetti che continuano a occupare lo spazio domestico e che sembrano trattenere qualcosa della persona scomparsa. Le suppellettili, i mobili, gli ambienti familiari sopravvivono ai loro proprietari, conservando tracce di gesti e abitudini. L’autrice osserva che gli oggetti “ne possiedono l’odore e ne conservano il tocco”: una formulazione che restituisce bene il carattere concreto della memoria, legata a elementi quotidiani capaci di riattivare, anche a distanza di anni, la presenza di chi non c’è più. Il lutto diventa una trasformazione dello spazio, un cambiamento nel modo di percepire ciò che ci circonda. La casa rimane materialmente la stessa, ma chi la abita deve imparare a riconoscerla di nuovo.
È una sensibilità che si ritrova anche in altre sezioni. In Nino, si legge: “La notte / è mia sorella / silente. / Nel suo strillare di stelle / mi abbraccia, / senza domandare niente”. La notte viene trattata come una presenza familiare, capace di accogliere senza pretendere spiegazioni. Il suo silenzio non coincide con la solitudine assoluta: può diventare uno spazio di tregua, nel quale il dolore trova un modo di esistere senza essere continuamente interrogato. Immediatamente dopo, il componimento introduce un’immagine corporea (“Dentro il corpo / le crepe / scorrono veloci”) che riporta la sofferenza a una dimensione fisica, a una frattura che attraversa l’individuo dall’interno. Questa alternanza fra immagini intime e percezioni materiali è uno degli aspetti più riconoscibili della scrittura di Mandas.

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Tra i racconti più riusciti, Nino ci conduce nella vicenda di una madre convinta di aver perduto il figlio durante la Grande Guerra. L’incipit poetico stabilisce immediatamente il rapporto fra scrittura e sofferenza: “Le parole / a volte / ti trovano di notte / ti spurgano le ferite / riparano ali / rotte”. La parola è qualcosa che arriva quando il soggetto non è necessariamente in grado di cercarla, una possibilità di dare forma a ciò che altrimenti resterebbe confuso e inaccessibile. La storia della madre si sviluppa attraverso immagini di lutto e di ostinata fedeltà, mentre il cimitero diventa il luogo nel quale il dolore individuale incontra quello di tante altre famiglie. La guerra, con la sua capacità di disperdere corpi e spezzare legami, produce una moltitudine di assenze che nessuna lapide può contenere interamente. L’autrice riesce così a passare dalla vicenda di una donna a una condizione collettiva, mostrando come la memoria privata possa diventare una forma di partecipazione al dolore altrui.
Un’altra prova interessante è Efisino, storia di un bambino nel suo incontro con la misteriosa creatura. La scena è costruita intorno a un cavallino di legno, regalo del nonno, che il bambino stringe fra le mani. Quando la creatura gli chiede di poterlo toccare, Efisino esita, perché non è abituato a dare confidenza agli estranei. Il dialogo procede attraverso la curiosità infantile e l’atteggiamento rassicurante del visitatore, mentre la situazione assume gradualmente un significato più inquietante. Il bambino, che non possiede gli strumenti per comprendere pienamente ciò che sta accadendo, osserva il mondo con la fiducia e la cautela tipiche della sua età. È proprio questa sproporzione fra l’innocenza del personaggio e ciò che il lettore intuisce a conferire forza alla narrazione. Qui la poetessa si avvicina al tema della morte attraverso una prospettiva inconsueta, senza affidarsi soltanto alle riflessioni esplicite: sono i gesti, le battute e il piccolo oggetto a sostenere la scena.

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La capacità di cambiare prospettiva emerge con particolare evidenza in Racconto fantasma, nel quale il mare diventa una voce narrante. “Nessuno lo sa, dove finisce il mare”, afferma questa presenza che sembra contenere tutto ciò che gli uomini non riescono a comprendere. Le onde si confondono con il sole, la pietra viene scolpita, il sale brucia e il dolore trova un momentaneo sollievo. Ma il mare rimane estraneo alle emozioni umane: “Ma non c’è gioia o tristezza in me, non c’è odio e non c’è neanche amore”. La sua voce non è quella di una divinità benevola né quella di una forza malvagia. È una realtà più grande dell’individuo, che accoglie le tracce delle esistenze senza poterle giudicare. La sua immensità diventa anche un deposito di memorie, un luogo nel quale rimangono i segni di chi è scomparso. In queste pagine il paesaggio assume una funzione narrativa precisa e si lega alla dimensione sarda del libro, nella quale il mare è presenza quotidiana, risorsa e minaccia, orizzonte familiare e confine invalicabile.
Anche Manfredi si apre con un’immagine incisiva: «Soffocare in mare / è la migliore / tra le morti peggiori». La frase contiene già la contraddizione intorno alla quale si sviluppa la vicenda del protagonista, ambientata nel 1854. Il racconto prende avvio da una mattina apparentemente ordinaria, con il protagonista che aspetta gli amici seduto sui gradini di una piazza. Mandas lo introduce attraverso particolari fisici e gesti minuti: i piedi nudi che sollevano la polvere, la vecchia cicatrice sul sopracciglio, il sorriso che compare quando finalmente scorge gli amici. La ricchezza della descrizione permette al personaggio di acquistare una consistenza immediata. Prima ancora che la sua storia prenda una direzione drammatica, il lettore ha davanti una persona con un corpo, un carattere e un modo preciso di occupare il mondo. È un aspetto importante della raccolta: la morte può costituire il punto di partenza o l’orizzonte di una vicenda, ma l’interesse dell’autrice è rivolto anche a ciò che rende ogni esistenza irriducibile alla sua conclusione.

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La medesima attenzione per le singole individualità si ritrova in Mariuccia, dove la piccola Maria Ugo Ortu racconta il mondo attraverso uno sguardo infantile. «Adoro tutto ciò che svolazza e tutto ciò che mi sembra gigantesco», dichiara la bambina, elencando il cielo, l’oceano, il campanile e perfino i bottoni del cappotto della zia. La prospettiva è quella di chi scopre continuamente qualcosa di nuovo e misura la realtà attraverso la meraviglia. I dettagli quotidiani acquistano un’importanza sproporzionata, proprio perché osservati da una coscienza ancora capace di attribuire a ogni oggetto una qualità speciale. La fragilità evocata dal titolo assume così un significato concreto: riguarda un’esistenza esposta al mondo, che ancora non conosce fino in fondo i suoi pericoli. Il contrasto fra la vivacità della bambina e il destino che incombe sulla sua storia conferisce al racconto una particolare delicatezza.
Il libro trova spazio anche per vicende nelle quali il dolore individuale si intreccia a una riflessione sociale. In Lunàdigia, la protagonista è una donna senza figli che vive vicino al cimitero e ha costruito il proprio rapporto con il mondo attraverso la cultura, l’arte e le persone incontrate. Il racconto prende avvio da una casa, da una tazza di tè dimenticata e sbeccata, da uno scialle di lana nera ereditato dalla nonna. Sono elementi che definiscono un ambiente e un carattere prima ancora che venga esplicitato il significato più generale della vicenda. La protagonista appartiene a quella categoria di donne la cui esistenza viene spesso giudicata attraverso l’assenza della maternità. Mandas ne rivendica invece la pienezza, facendo emergere una forma diversa di partecipazione alla vita. Il riferimento alle lunàdigas, parola sarda che indica le pecore che non figliano e che qui diventa il nome di una comunità simbolica di donne senza figli, introduce una specifica dimensione antropologico-culturale. La riflessione ha il merito di interrogare una convenzione radicata, senza perdere del tutto il legame con la concretezza della protagonista.

(cartaceo 10 euro)
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Uno degli elementi che rendono Ritratti di ombre interessante è proprio questa varietà di prospettive. Le voci cambiano, così come cambiano i tempi storici, le condizioni sociali e le circostanze in cui i personaggi si trovano a vivere. Alcuni racconti si affidano a una narrazione più distesa, altri assumono la forma di monologhi o di brevi testi poetici. Francesca, per esempio, ricostruisce un funerale attraverso un coro di voci che commentano la defunta, si scambiano indiscrezioni, discutono dell’aspetto della bara e del comportamento dei familiari. “Una tragedia. Una vera tragedia!”, esclama qualcuno, mentre altri si concentrano sui particolari esteriori della cerimonia. Il dolore diventa uno spettacolo osservato da persone che pretendono di conoscere la storia altrui, ma che spesso non fanno altro che proiettare sul defunto i propri pregiudizi. La scena ha una componente ironica e riconoscibile, perché mostra quanto facilmente la morte possa diventare occasione di curiosità e giudizio. In poche battute, si mette dunque a fuoco la distanza fra la gravità di una perdita e la superficialità di chi la osserva dall’esterno.
La dimensione poetica rimane comunque il filo che attraversa l’intero volume. A volte si manifesta in una singola immagine, altre volte prende la forma di una riflessione più ampia sulla fragilità del corpo e sulla persistenza della memoria. In Josias, la domanda sulla propria scomparsa nasce da un’immagine minima: “Mi chiedo quale briciola di me / porterà via con sé / quella formica affamata / che si attarda, / solitaria”. La formica, quasi invisibile rispetto alla grandezza del mondo umano, diventa il tramite per interrogare il destino del corpo dopo la morte. Il componimento prosegue chiedendosi quale crepa della terra finirà per colmare il corpo sepolto, prima di richiamare il Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris (Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai). L’antica formula cristiana viene ricondotta alla materia e al ciclo naturale, nel quale ciò che scompare può diventare nutrimento per nuove forme di vita. La prospettiva individuale si apre così a una dimensione più vasta, a un hegeliano perdersi che non promette necessariamente una consolazione, ma invita a considerare la continuità della natura oltre la singola esistenza.

(cartaceo 12 euro)
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La scrittura di Claudia Mandas è densa, ricca di immagini e incline al mistero, animata dalla volontà esistenzialista di cercare significati ulteriori dietro le cose. Le sue pagine migliori sono quelle nelle quali l’immagine poetica nasce direttamente dalla situazione narrata, come accade con il cavallino di legno di Efisino, gli oggetti conservati nella casa della madre o la formica che si avvicina alla terra. La densità poetica della scrittura invita a una lettura lenta, che lasci sedimentare le immagini e le riflessioni. È il modo migliore per cogliere le diverse voci dei personaggi e apprezzare pienamente la componente lirica del volume, che per molti aspetti si avvicina a una raccolta di versi.
Ritratti di ombre è, in definitiva, un libro in cui l’esistenza e la scrittura dichiarano guerra all’oblio. Il Cimitero di Bonaria offre all’autrice un luogo concreto dal quale partire, ma il suo interesse si estende a una condizione più generale: ogni persona porta con sé una storia che, una volta scomparsa, rischia di perdere la propria voce. La letteratura può intervenire proprio in questo spazio, immaginando ciò che non è più possibile conoscere direttamente e restituendo ai morti una forma di presenza. Non tutte le storie raggiungono la stessa intensità, ma la raccolta possiede una sua coerenza emotiva e una riconoscibile attenzione per le figure che restano ai margini della memoria pubblica.
Il verso di Emily Dickinson scelto in apertura, “Noi che abbiamo l’anima, moriamo più spesso”, suggerisce infine una possibile chiave di lettura dell’intero volume: la sensibilità espone continuamente alla perdita, perché rende più difficile separarsi da ciò che si ama e da ciò che si è conosciuto. Raccontare queste vite significa allora riconoscere che anche le ombre hanno qualcosa da dirci. Sta a noi fermarci abbastanza a lungo per ascoltarle.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie si intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).