CIÒ CHE CI HA INSEGNATO VÁCLAV HAVEL (di Davide Cavaliere)
A Cracovia, antica città europea, un anziano Czesław Miłosz apprende che la sua più cara amica, la filosofa Jeanne Hersch, è morta. Ne nascerà un poema didascalico, Ciò che mi ha insegnato Jeanne Hersch, scandito in punti, che celebra la nobiltà di spirito e la «fede filosofica». Lo scorso 5 ottobre sarebbe stato il novantesimo compleanno di Václav Havel, dissidente, drammaturgo e primo presidente della Cecoslovacchia liberata dal comunismo. Per l’anniversario ho provato a ricalcare il componimento di Miłosz.

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Ciò che ci ha insegnato Václav Havel
1. Václav Havel è stato anzitutto un umanista critico. Ha ridefinito il concetto di cittadino in un’epoca in cui l’ingranaggio totalitario mirava unicamente a distruggere l’individuo per ridurlo a ciò che Arthur Koestler ha definito «un numero di un’operazione aritmetica». Per i firmatari di Charta 77 la dignità umana veniva prima di qualsiasi ideologia. Quella che Havel chiamava «politica antipolitica» dischiude uno spazio non machiavellico, libero dalle chimere ideologiche e dallo storicismo assassino.
2. Ha colto l’assurdità della nostra esistenza ma, sull’esempio di Camus (e di Chiaromonte), ha scelto di impegnarsi anziché fuggire o vivere nascosto. L’assurdo e il non-senso sono il punto di partenza, non l’approdo.

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3. Ha mantenuto viva l’idea che il Male esiste, anche se la modernità lo nega, e che è necessario custodire la fede nella trascendenza, perché «quando l’uomo scaccia Dio dal proprio cuore, apre la porta al diavolo».
4. Ha compreso che nazismo e comunismo erano mali gemelli; entrambi hanno perpetrato genocidi, perseguito il controllo totale del corpo sociale e annientato l’autonomia dello spirito. Per questo è stato tra i primi promotori della Dichiarazione di Praga, che chiedeva di condannare i crimini del comunismo alla stregua di quelli nazisti, gettando le basi per una memoria europea condivisa.

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5. Ha ricordato all’Occidente che «il pericolo di guerra non è causato dalle armi in quanto tali, ma dalle realtà politiche, le sole vere armi di distruzione di massa, infatti, sono i dittatori. Per questo la promozione della democrazia e della libertà è l’unica politica estera «realista».
6. Ha sognato un’Europa guarita dalle sue malattie ricorrenti: il nazionalismo, il tribalismo e il populismo. Ha cercato di ricomporre la frattura tra l’Europa occidentale e quella centro-orientale. Quest’ultima la metà tradita a Monaco e a Jalta, e per quarant’anni «sequestrata» dall’impero russo-sovietico.

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7. È stato un intellettuale pubblico. Non ha cercato il potere e, quando si è trovato a esercitarlo, lo ha fatto sempre in modo democratico, respingendo le trame di palazzo e le manovre opportuniste. È rimasto fedele fino alla fine a una visione in cui la dignità umana è l’alfa e l’omega, la condizione imprescindibile per vivere nella verità.

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8. Non ha mai temuto di venir considerato un anticonformista; è stato un dissidente per convinzione e vocazione. Ha pagato il suo coraggio morale con anni di carcere e arresti domiciliari, col divieto di pubblicare e con innumerevoli altre persecuzioni e vessazioni. Non ha mai preteso di essere un santo, né lo è stato, e proprio per questo ha incarnato, e incarnerà per sempre, la possibilità, umanissima, di resistere al male.
Davide Cavaliere
L’AUTORE
DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.