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25 ANNI SENZA MONTANELLI – OVVERO, COSA VUOL DIRE SERVIRE IL LETTORE (di Matteo Fais)

“Il fascismo privilegiava i somari in divisa. La democrazia privilegia quelli in tuta. In Italia, i regimi politici passano. I somari restano. Trionfanti” (Indro Montanelli)

Un grande giornalista del secolo scorso, di quelli ancora capaci di plasmare l’immaginario delle masse, è come una donna che suscita il desiderio presso una vasta platea maschile: nessuno la conosce realmente, ma tutti vi proiettano le loro necessità e mancanze, gli irrisolti della propria esistenza e le aspirazioni. Lei per prima non amerà mai Mario nello stesso modo in cui farà con Sergio. Con uno sarà dolce e materna, con l’altro irresistibilmente troia e sfuggente.

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Non cercherò, dunque, di essere obiettivo nel tracciarne un ritratto, un po’ perché nell’obiettività credono solo i cretini, un po’ perché nell’opera di un uomo che ha scritto praticamente ogni giorno, per tutta la vita, non possono che affastellarsi mille milioni di contraddizioni, cambi di registro morale e ideologico – lui chiamava tutto ciò “scrivere sull’acqua”. Alla fine, ogni identità monolitica è una forzatura ex post che a cui si costringono i morti, quando non sono stati i vivi stessi a cercare di rientrare in questo abito sempre troppo stretto.

A me, personalmente, in puro spirito idiosincratico, piacciono tre Montanelli. Il primo è, ovviamente, la più grande penna del giornalismo italiano, quella da cui discendono gli unici a cui riconosco la rara capacità di divertirmi leggendoli, ovvero i diversissimi Vittorio Feltri e Marco Travaglio – va da sé che io mi senta ideologicamente più vicino al primo, mentre al secondo riconosco la singolare capacità di essere insopportabile e, al contempo, abilissimo con la tastiera.

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Il secondo aspetto del giornalista in questione è, manco a dirlo, la tendenza più ferocemente anticomunista. Di quel Montanelli, molti direbbero che è stato un ingenuo, un figlio dei suoi tempi. Io, invece, ritengo che non si sia mai abbastanza duri quando si ha da attaccare il cancro sinistrosto e che, all’occorrenza, in modo certo molto cinico, ci si debba alleare con chiunque pur di sconfiggerlo. Non solo turarsi il naso, come invitò a fare lui, e votare la DC, ma accompagnarsi anche al peggio, da Satana alla Mafia, pur di debellarlo – insomma, anche l’illecito diviene lecito, se il fine è fermare la Peste Rossa. Infatti, non ho mai onestamente capito la svolta del Maestro che abbandona Berlusconi, del quale sicuramente si potrà dire tutto il male possibile, ma è certo che, tra i tanti, è l’unico a essere concretamente riuscito a mettere il bastone tra le ruote a quei figli di puttana. Del resto, a cosa è servito il suo schierarsi contro l’uomo che aveva sostenuto la creatura da lui generata, “Il Giornale”? Indro avrebbe dovuto sapere che i comunisti oggi ti lusingano, se hanno bisogno di te, e domani ti buttano dalla torre – si vede cosa hanno fatto quelle bagasse femministe oltraggiando la sua statua. Del resto una vita è fatta così, nella migliore delle ipotesi: si hanno un paio di idee giuste e, per il resto, si fa schifo come tutti gli altri.

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Ma il Montanelli che prediligo è certo quello di “Il Giornale”, animato da una semplicità diamantina e dalla volontà di non servire nessun padrone se non il lettore. Poi, sempre sul piano personale, io interpreto tale servitù non certo come il fare della meretrice che chiama tutti “Amore” e cerca ecumenicamente di far sentire anche l’impotente come un grande maschione. Il vecchio toscanaccio perfido, non per niente, se ne guardava bene dal lusingare l’italiota medio, a cui non risparmiava mai i suoi strali ironici e sprezzanti, come quando sosteneva, citando Longanesi, che al centro del Tricolore dovrebbe comparire il motto “Tengo famiglia”. Alcuni nostri presunti patriotti degli ultimi giorni lo odiano proprio per tal motivo, perché Montanelli diceva tutto il male possibile dei propri connazionali, fino a essere molto più antitaliano di Giorgio Bocca, come quando annotava, giustamente “Vi siete mai chiesti come mai questo Paese, così profondamente attaccato alla famiglia, è invece così profondamente distaccato dalla cosiddetta cosa pubblica? Come mai questo Paese pieno di buoni padri e di buoni figli, sia altrettanto pieno di cattivi cittadini? E non vi siete mai chiesti se fra questi due caratteri non ci sia qualche nesso?”.

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Del resto, i fascio-patriotti sono molto simili alle femministe in tal senso: come queste ultime prendono alcuni esempi di grandissime donne e ne estendono il valore all’intero genere femminile; così i primi vogliono attribuire i meriti di un’esigua percentuale a tutto il popolo italiano, quasi non ci fosse differenza tra Dante, Petrarca, Leopardi, Olivetti, Marconi e il signor Gino imboscato in ufficio a credere di lavorare, mentre si limita a percepire un reddito.

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È uscita la seconda raccolta 
 poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
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Ecco, dunque, la lezione che mi permetto umilmente di rendere mia: fare un culo tanto al lettore. Non nascondo infatti che, quando Davide Cavaliere mi manda un’intervista o una recensione riguardante un qualche scrittore poco noto al grande pubblico, che poi viene regolarmente commentata da i soliti idioti con formula del “Parlate di autori che conoscete solo voi”, io godo tantissimo. Bisogna mettere il lettore di fronte alla propria ignoranza: i pochi che sanno di non sapere ti ringrazieranno; i più ti insulteranno, ma pazienza – bisogna sapere a priori che il grosso dell’umanità è perso.

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Sesta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Senza impegno, di Francesco Di Gennaro (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

Qualcosa di molto simile mi accade quando a voler pubblicare su questo sito è qualche amico di Sinistra di quelli che considero veri intellettuali e non servitori di partito. A questi dico sempre “Bravo, mi hai steso un pezzo che farà imbestialire il deStronzo medio, il quale, del resto, è un aborigeno ignorante, uno che parla l’italiano peggio di un vucumprà appena sbarcato a Lampedusa”. Sarà sbagliato e forse leggermente differente come approccio da quello montanelliano, ma resto dell’avviso, come diceva lui, che se il tuo articolo non ha fatto incazzare nessuno, qualcosa non ha funzionato.

Matteo Fais

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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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