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I QUARANT’ANNI DI REIGN IN BLOOD (di Matteo Fais)

Inizia tutto con quel riff che suona come una sega elettrica in un film horror, la batteria dà un paio di colpi netti e terribili, poi il charleston comincia a saltare, percosso velocemente dalle bacchette di Dave Lombardo, infine esplode tutto. È questo l’inizio dell’album Reign in Blood e, in particolare, di Angel of Death, la prima traccia di quello che è il terzo album degli Slayer, la cuspide del genere thrash metal.

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Sono oramai passati, da quel 7 ottobre 1986, ben quarant’anni, eppure questo disco resta ancora il vero punto di svolta della musica metal, quello che ha cancellato tutto ciò che l’aveva preceduto, dai Venom ai Metallica, e che è rimasto come il vertice della produzione della band in questione e del genere che loro, tra i primi, avevano contribuito a plasmare.

Poche opere invecchiano così bene e suonano ancora, dopo decenni, credibili, all’avanguardia, lì dove molte altre risultano ormai vagamente grottesche. Sono quattro ragazzi, oggi ultrasessantenni e, grazie al cielo, praticamente ritirati dalle scene, a dare vita, dopo due album non propriamente esaltanti (Show No Mercy, Hell Awaits), al capolavoro assoluto. Rispondono ai nomi di Tom Araya (voce e basso), Kerry King (chitarra), Jeff Hanneman (chitarra) e Dave Lombardo (batteria). I quattro sono ben noti nella scena allora nascente e amici di tutti i nomi più famosi, ma ancora non sanno che saranno loro a sopravvivere realmente al passaggio del tempo.

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Il loro album è prodotto da Rick Rubin, che lavora per la Def Jam Recordings, casa discografica specializzata in hip hop. Eppure è proprio lui che riesce a portare gli Slayer a quel suono unico e indimenticabile che ha segnato la musica estrema per l’eternità. Mentre centinaia di album sembrano registrati in una casa stregata, tra echi assurdi e un suono distante e, soprattutto, straniante, Reign in Blood risulta diretto, martellante, senza filtri, esplosivo nei timpani. Non crea un’atmosfera, ti travolge con un muro sonoro che, per coloro che hanno poca consuetudine con la decostruzione della musica, può risultare difficile da dirimere nelle sue componenti principali: quei pochi strumenti che creano un suono compatto, senza buchi, procedendo all’unisono, a una velocità fino ad allora impensabile.

Ma si diceva che tutto inizia con l’esplosione di Angel of Death che, come si potrà facilmente evincere dal titolo, vede come protagonista Josef Mengele con i suoi terribili esperimenti sugli internati ad Auschwitz. Il brano si caratterizza per una descrizione documentaristica, a tratti dal punto di vista del noto macellaio, e ciò ha causato non pochi problemi alla band e al suo autore, Hanneman, il quale, interrogato in merito al senso della canzone, che appare tutt’altro che il solito pezzo politicamente impegnato e di condanna, rispondeva sbrigativamente: “It’s just a story”. Va da sé che, oggi come oggi, l’avrebbero crocifisso per qualcosa di simile.

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Siamo in un tempo in cui il genere horror è di moda un po’ in tutti gli ambiti. In Italia è appena uscito il fumetto chiamato Dylan Dog, che vede come protagonista un improbabile indagatore dell’incubo. In quegli anni, il successo di Stephen King si consolida a livello mondiale e il cinema sforna i suoi capolavori, da Nightmare on Elm Street a Friday the 13th, passando per The Evil Dead. È in questo contesto, attualmente perduto nelle mille milioni di nicchie in cui si sono smarriti i gusti del pubblico, che va inquadrata l’opera d’arte del thrash metal.

I temi, anche per gli Slayer, sono più o meno gli stessi: satanismo, morti violente, sacrifici umani, menti criminali, torture. In appena 29 minuti – un record assoluto – la band di Los Angeles squaderna tutto il catalogo del terrore allora in uso, ma dandogli una colonna sonora che nessuno aveva mai spinto a quei livelli. Tutto ciò che era venuto prima annichilisce e le altre band sembrano costituite da patetici poser, o rappresentare appena un punto di passaggio prima di giungere al vero metal, quello con le palle quadrate e le orecchie sanguinanti.

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I classici, in questo album, non si contano. Non ci sono canzoni che siano riempitivi, punti di stallo, inutili ridondanze. Tutto sembra portato avanti e registrato senza quasi respirare. Non ci sono prove di virtuosismo gratuite. Ogni nota sta dove deve stare, necessaria e in stretta successione. Tom Araya urla i testi scritti da Hanneman e King senza risparmiarsi, fino alla sordità.

Ma l’elemento che emerge, assurdo e incredibile come un’apparizione, è quella batteria che regge tutta l’architettura sonora di Reign in Blood e senza la quale – bisogna sottolinearlo – l’album non sarebbe mai potuto diventare ciò che rappresenta oggi nella storia della musica. Dave Lombardo non è uno che segue il ritmo, bensì il motore degli Slayer. La velocità e la precisione delle sue parti sono agghiaccianti. Quel che si capisce subito è che nessuno è come lui sulla scena. La sua doppia cassa avanza al passo di un mitra da guerra, non lascia scampo, si impone implacabile.

Se la perfezione esiste, nel mondo e nella musica, questo disco è una delle poche prove di cui siamo in possesso. Tutto lo è, persino la confezione, con la copertina, del compianto Larry Carroll, che ritrae il maligno, nella sua iconografia più classica, portato dai suoi angeli caduti a fare un giro di ricognizione all’inferno. Un vero e proprio quadro: oggi, lo sappiamo, avrebbero messo qualche porcheria realizzata con l’AI, come per le nuove copertine di Stephen King.

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Sono tante le considerazioni e gli aneddoti che si potrebbero scrivere intorno all’album in questione. Per esempio, si potrebbe raccontare del raccapricciante omicidio di Elyse Pahler, compiuto da tre suoi compagni di scuola che, ispirandosi ad Altar of Sacrifice, vollero sacrificare la ragazza al demonio, sperando così di guadagnare, con la propria band, la stessa abilità e lo stesso successo che avevano i loro idoli, gli Slayer appunto.

Qualche anno dopo la scoperta del cadavere e l’incarcerazione dei ragazzi, i genitori della vittima citarono in giudizio la band, dicendo che la violenza dei loro testi potesse causare danni alla mente non ancora formata degli adolescenti. Ovviamente, persero la causa perché il giudice dovette riconoscere che una tale forma di censura avrebbe violato il Primo Emendamento, quello relativo alla libertà d’espressione, e, ancora di più, semplicemente perché i testi degli Slayer non costituiscono un’apologia della violenza, ma semplice intrattenimento horror. Potete star certi che, se ci fossero stati quei cretini dei woke sui social, avrebbero lanciato una campagna contro di loro.

Dunque, se non avete ancora messo voi stessi alla prova, tentate almeno di ascoltare quest’album, sciogliete le sue trame sonore sotterranee, godetevi l’abilità strumentale e le sensazioni oscure che vi lascerà addosso. Probabilmente, attualmente nessuna band estrema potrà mai segnare così l’immaginario di una generazione, nessuno potrà mai arrivare a un pubblico mondiale senza mai divenire mainstream. Certi miracoli potevano avvenire solo un tempo. Anche il demoniaco, oramai, non è più lo stesso.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di  poesie si intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni). 

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