RECENSIONE – “VISITA INATTESA” DI VALENTINO FOSSATI (di Matteo Fais)
La poesia italiana contemporanea soffre di due malattie apparentemente opposte, ma figlie della stessa miseria spirituale. Da una parte c’è chi la riduce a seduta terapeutica, un interminabile bollettino dei propri traumi, delle relazioni finite male, delle ansie quotidiane, nella speranza che il lettore scambi l’esibizione dell’intimità con la profondità. Dall’altra c’è chi si rifugia nell’ermetismo di maniera, convinto che basti spezzare la sintassi, moltiplicare le allusioni e oscurare il significato perché un testo diventi automaticamente lirica.

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In mezzo, quasi non esiste più un’idea della poesia come strumento di conoscenza. Sembra che il verso debba sempre servire a qualcosa, a consolare, denunciare, educare, curare, fare militanza, costruire consenso. Nessuno pare più disposto ad accettare che essa possa limitarsi a ciò che ha sempre fatto nelle sue stagioni migliori: adagiare sulla pagina una domanda destinata a restare senza risposta.
Per questo Visita inattesa di Valentino Fossati (Il Glomerulo di Sale, prefazione di Davide Rondoni) rappresenta una felice anomalia: non perché rivoluzioni il linguaggio poetico o insegua l’originalità a ogni costo, ma perché torna a proporre una poesia che si sforza nel tentativo conoscere ciò che normalmente ci sfugge. Tale poetica non spiegare il mistero, ma invita a sostarvi innanzi – come scrive lo stesso autore: “lascia che il tempo si dispieghi”.

Sarebbe facile liquidare questa raccolta come un libro sul lutto. I morti ci sono, così come gli ospedali, i corridoi, le stanze, le madri, i padri, le separazioni, le date che ritornano come pietre miliari di una memoria che non smette di pulsare. Ma il senso del trapasso è soltanto la superficie poiché, sotto, molto più in profondità, si muove un’altra domanda: in che modo una persona continua a esserci quando non c’è più?
È questo il significato della “visita inattesa”. L’assenza non è mai definitiva (“Perché l’ombra di P.G. è tornata a visitarmi…”). Chi abbiamo perduto continua a manifestarsi, non come fantasma sentimentale, ma come presenza che incrina il tempo ordinario. Nella poesia che dà il titolo alla raccolta, il poeta rivolge a questa presenza una domanda che nessuno può davvero sciogliere: “cosa mai mi stai portando in dono / dalle ore infinite a decifrare il buio?”

Qui Fossati prende le distanze tanto dalla poesia confessionale quanto da quella nichilista: non trasforma il dolore in spettacolo e nemmeno conclude che tutto sia privo di significato. Rimane sospeso. È una posizione difficile la sua, perché obbliga il lettore a restare dentro la domanda invece di offrirgli una risposta consolatoria.
Anche il tempo, nella raccolta, smette di comportarsi come siamo abituati a immaginarlo. Esso, infatti, on procede in linea retta, ma si ripiega su sé stesso. Un ricordo dell’infanzia convive con una corsia d’ospedale, un viaggio lungo l’Aurelia con un pomeriggio sul lungomare di Cagliari, una data impressa nella memoria con il presente della scrittura. Il passato non è alle spalle, bensì continua a lavorare nel presente, come una corrente sotterranea che ogni tanto riaffiora – è “quel mondo che si è chiuso, e non è stato, / ma per noi si preparava bellissimo”.

versione con copertina flessibile (euro 16): https://www.amazon.it/dp/B0H7QF6P43
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È probabilmente questo l’aspetto più riuscito del libro. Il poeta costruisce una geografia interiore in cui i luoghi non sono mai semplici scenografie. Porta Palazzo, Spotorno, il lago, gli ospedali, Cagliari, le stanze attraversate dalla luce o dal gelo non vengono descritti per il loro valore paesaggistico, divenendo punti in cui il tempo si addensa, dove l’esistenza lascia tracce che la poesia tenta di decifrare. Emblematico, in questo senso, è Biglietto da Cagliari, dove il paesaggio si trasforma immediatamente in dialogo con la figura paterna e in meditazione sulla memoria. (“Sono nelle tue tracce sul litorale / dove tutti un giorno / ci preparammo all’inizio”).
Gli ospedali, poi, meritano un discorso a parte. Nella poesia contemporanea sono spesso luoghi della denuncia sociale o della cronaca privata. Fossati evita entrambe le strade: essi assumono quasi una dimensione metafisica. Bastano pochi versi: “la rampa l’ascensore verso la sala buia”. Sono spazi di confine, dove la vita e la morte si osservano da pochi metri di distanza senza mai diventare allegoria. In testi come Ricevi, In attesa dell’inverno o Ottobre 1972, il dolore conserva tutta la propria concretezza, ma viene sottratto al ricatto dell’enfasi.

poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
(cartaceo 12 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)
Anche lo stile va nella stessa direzione: Fossati lavora per sottrazione. Frammenta la sintassi, interrompe il discorso, lascia versi sospesi, introduce parentesi, omissioni, vuoti tipografici. Sarebbe facile scambiare tutto questo per una forma di sperimentalismo, quando in verità la lingua imita il funzionamento della memoria, che non ricostruisce mai il passato in maniera lineare, ma per lampi, ritorni e immagini isolate: “Mentre attraversi la mia vita, / le immagini si moltiplicano. / Ora nella luce le disgreghi; / ora, con amore, le custodisci”.
Naturalmente questa scelta ha un prezzo: Visita inattesa non è un libro di facile approccio. Le iniziali di alcuni personaggi, le date disseminate lungo il percorso, i riferimenti biografici appena accennati e una forte tendenza all’ellissi chiedono molto al lettore. In certi passaggi il rischio di opacità è reale e qualcuno potrebbe desiderare un maggiore equilibrio tra il non detto e ciò che viene affidato alla pagina, ma si tratta di una peculiarità che appartiene al versificare fossatiano.

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Resta un dato difficilmente contestabile: l’autore scrive come se la poesia fosse ancora una forma di conoscenza e non un semplice genere letterario. Oggi è una posizione quasi controcorrente. Viviamo in un tempo che pretende testi immediatamente consumabili, confessioni sempre più esplicite e versi che funzionino come slogan. Visita inattesa sceglie invece la lentezza, il silenzio, l’allusione. Chiede al lettore di abitare l’incertezza invece di consumare un’emozione.
Può sembrare una richiesta eccessiva. È, forse, l’unica che valga ancora la pena rivolgere a chi apre un libro di poesia. Fossati, del resto, sembra aver affidato a un solo verso l’immagine più limpida della nostra condizione: “perché di un infinito siamo ombra”.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).