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ADDIO A JENNIFER FINCH – ELEGIA DEGLI ANNI ’90 (di Matteo Fais)

“Time is never time at all / You can never ever leave / Without leaving a piece of youth / And our lives are forever changed / We will never be the same / The more you change, the less you feel” (The Smashing Pumpkins, Tonight, Tonight)

“My brain and body need some abuse” (L7, Off The Wagon)

Ogni morte è una questione privata. Alcune, però, finiscono per assumere un significato generazionale. Jennifer Finch, anima rumorosa delle L7, se n’è andata portata via da un tumore al cervello. Con lei si sgretola un altro pezzo degli anni Novanta. Non quelli immaginari, ricostruiti dagli invecchiati, che confondono il periodo della propria adolescenza con un’età dell’oro. Quelli veri, fatti di schifezze e di contraddizioni.

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Perché no, non era tutto bello. C’era una televisione oscena, giornali che campavano di morboso, programmi costruiti per soddisfare i peggiori istinti del pubblico e montagne di musica che già allora sembravano generate da un’intelligenza artificiale modellata sulla mente di un menomato.

Gli anni Novanta hanno prodotto più mediocrità di quanta la nostalgia sia disposta ad ammettere. Eppure oggi perfino The Rhythm of the Night dei Corona finisce per suonare quasi come un classico. Non perché sia improvvisamente diventata una sinfonia di Beethoven, ma poiché, nel frattempo, abbiamo abbassato l’asticella fino al pavimento dell’inferno. Era una canzone commerciale, certo, ma aveva una melodia, un’identità, un ritmo tutto suo e peculiare. Non sembrava uscita dalla stessa catena di montaggio che oggi sforna un tormentone dopo l’altro, tutti pensati per vivere qualche settimana dentro un algoritmo e sparire senza lasciare traccia.

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Anche sul piano culturale, il periodo in questione non era affatto innocente. Negli Stati Uniti il politicamente corretto aveva già iniziato a occupare università, redazioni, televisioni e una parte consistente dell’industria dell’intrattenimento. I prodromi del woke erano tutti presenti. Bastava avere gli occhi aperti. In Italia tutto questo arrivò più tardi, amplificato dai social network, che trasformarono qualsiasi tendenza americana in un contagio istantaneo. Sarebbe dunque ridicolo raccontare quel decennio come un Eden perduto, visto che non lo era.

Eppure qualcosa era diverso. Jennifer Finch apparteneva a quel qualcosa. Le L7 non avevano bisogno di sembrare autentiche, lo erano manifestamente. Salivano sul palco con il rumore, con la rabbia, con il disordine. Jennifer Finch non sembrava il risultato di una riunione tra consulenti d’immagine. Aveva, semmai, la faccia di una devastata che suonava perché non poteva fare altrimenti, perché non avrebbe mai potuto avere un lavoro vero. Ciò, oggi, sarebbe un’assoluta anomalia.

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Si dice spesso che ogni generazione detesta la musica di quella successiva. Sciocchezze! Continuiamo ad ascoltare artisti giovani che hanno qualcosa da dire. Il problema non è l’età di questi, ma l’industria che si cela dietro di loro. Oggi il musicista arriva sul mercato già sterilizzato. Non deve disturbare troppo, sorprendere, o risultare ambiguo, solo dar prova di essere monetizzabile. La trap, in questo senso, non è il male perché usa l’autotune. Il rock ha sempre sfruttato la tecnologia disponibile. Il punto è un altro: gran parte dei trapper sembrano impiegati del marketing travestiti da delinquenti. Ostentano una vita ribelle progettata da un ufficio comunicazione, vendono trasgressione come fosse una bibita energetica. Prima si studia il target, poi si costruisce il personaggio, infine si registrano le canzoni. L’arte, quando arriva, è quasi un effetto collaterale. Jennifer Finch apparteneva all’epoca opposta. Non interpretava una parte, era il disagio fattosi carne.

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Le L7 venivano da un’altra logica, quella in cui il fallimento era ancora ampiamente contemplato. Nessuno pretendeva che un musicista fosse contemporaneamente influencer, testimonial, educatore civico, attivista e consulente emotivo del proprio pubblico. Bastava che salisse su un palco e suonasse. Oggi qualunque etichetta discografica investe più tempo nella costruzione dell’identità social di un artista che nella ricerca di quella musicale. Si lavora sul profilo social prima ancora che su quello sonoro. È il segno dei tempi.

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Per questo la morte di Jennifer Finch pesa più della semplice scomparsa di una bassista. Si porta via un pezzo di quell’ultima stagione nella quale la cultura pop lasciava ancora spazio all’imprevisto. Non era un mondo puro ma, dannazione, era vivo. C’erano il mercato, le major, MTV, il consumismo, le classifiche costruite per vendere milioni di copie. Però esisteva ancora la possibilità che qualcuno sfuggisse alle regole. Che una band nata in un garage trovasse il proprio pubblico senza dover prima convincere un algoritmo della propria vendibilità.

È questo, probabilmente, che rimpiangiamo davvero. Non le camicie di flanella, non il grunge, non i CD, non i pomeriggi passati davanti a MTV, ma una cultura che conservava ancora qualche margine di spontaneità, nella quale non tutto era stato ottimizzato, ripulito, corretto, addestrato a non offendere nessuno e a piacere a tutti.

Jennifer Finch non rappresentava un’età dell’oro, ma un tempo in cui si poteva ancora salire su un palco senza sembrare il reparto marketing di sé stessi. È questo che se ne va con lei. Ben oltre il grunge, o gli anni Novanta, pian piano sparisce l’ultima generazione di musicisti che sembrava fatta di carne, sudore e cattive idee. Oggi, invece, tutto è pulito. Persino la ribellione ha un ufficio stampa.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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