COME SCHIERARSI POLITICAMENTE… MA DA ARTISTA (di Matteo Fais)
“Vita d’artista / come l’ho vista / ho detto: questa è la mia” (Paolo Conte, Per quel che vale)
Presumibilmente, se non vivete sulla luna o non siete un impiegato delle poste ormai totalmente disilluso, avrete sentito le parole che il sommo Francesco De Gregori, poeta della canzone italiana, ha dedicato al collega americano – verso il quale non ha motivo di sentirsi minimamente inferiore, questo sia chiaro fin da subito –, l’eterno e impareggiabile Bruce Springsteen. Ve le riporto qui di seguito, per comodità: “Provo sempre un imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra. Il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura e il proclama buttato giù dal palco, anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente. C’è bisogno che Springsteen dica che è contro un’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere. Per citare Dylan, anzi Whitman, ‘contengo moltitudini’: non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, tanto meno da un uomo di spettacolo. Che titoli ha per farlo?”.

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A questo punto sorge spontanea una domanda: può un intellettuale – comprendo gli artisti nella categoria – non essere, come si diceva in illo tempore, engagé, cioè politicamente impegnato o schierato? La mia risposta è netta e senza appello: NO. Come insegna il Sartre di Che cos’è la letteratura?, nessuno può evitare di schierarsi. Quando fuori ci sono i nazisti che hanno preso in ostaggio il tuo Paese, come accadde al suo studente che aveva, frattanto, la madre malata, bisogna scegliere da che parte stare e pagarne le conseguenze, sapendo che la nostra scelta ci definirà in eterno. Se il giovane rimarrà con la madre, non potrà lamentarsi nel caso della disfatta totale della propria Nazione per mano dell’occupante. Ma deve aver ben presente di fronte a sé che i nazisti potrebbero comunque vincere e sua madre morire sola e inferma, senza alcun conforto umano. Non esiste via di fuga: l’esistenza è senza scampo e si sta, sempre citando il Maestro francese, di fronte ad essa senza alcuna scusa.

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Ma ciò riguarda ogni essere umano, a prescindere dal suo particolare ruolo. Un artista – in quanto artista –, se mi si consente, è una persona speciale per definizione, dunque assume la propria posizione esistenziale, in società, in ben altro modo. È proprio a tal proposito che vi invito a considerare versi quali: “Di questo cavolo di pianura / Di questa terra senza misura / Che già confonde la notte e il giorno / E la partenza con il ritorno / E la ricchezza con il rumore / Ed il diritto con il favore / E l’innocente col criminale / Ed il diritto col carnevale”. Non si tratta forse di una superlativa descrizione del degrado della nostra Nazione? I versi risalgono a una canzone degli anni ’90, Adelante Adelante, appunto di Francesco De Gregori, che è una netta presa di posizione contro lo sfacelo di un Paese che aveva, già allora, perso ogni suo punto fermo. Come noterete, pur essendo passati decenni, queste parole del noto cantautore non hanno perso la loro pregnanza e veridicità. E altrettanto si potrebbe dire di quelle scritte in La ballata dell’uomo ragno, in cui, descrivendo Bettino Craxi, pur senza mai nominarlo, il Maestro della canzone italiana lo ritrae dicendo “È solo il capobanda / Ma sembra un faraone / Ha gli occhi dello schiavo / E lo sguardo del padrone / Si atteggia a Mitterand / Ma è peggio di Nerone”. Anche in questo caso, come vi salterà all’occhio, i versi in questione potrebbero essere riutilizzati rivolgendoli all’indirizzo di qualsiasi volto di spicco della politica italiana dal ’900 a oggi.

Dunque, De Gregori ha assolutamente detto la cosa giusta sostenendo che il Boss della canzone americana non ha alcun bisogno di salire sul palco e fare proclami contro Trump. Tutta la musica di quest’ultimo, fin dal principio della propria carriera, dice chiaramente e senza ombra di dubbio cosa possa pensare il mitico Bruce di uno come The Donald. Ribadirlo didascalicamente, a ogni concerto, sarebbe superfluo e lapalissiano. Tutta la discografia di Springsteen è il canto elegiaco per l’illusione del sogno americano. Una Glory Days o Dancing in the Dark dice tutto quello che c’è da dire su come possa risolversi la vita di un americano qualsiasi, che al governo ci sia Trump, Obama o Reagan. Lo stesso pensiero lo potete trovare in un racconto di Raymond Carver – penso, per esempio, a Perché non ballate? – come in uno di Charles Bukowski – provate con Kid polvere di stelle.

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Il buon Bruce segua dunque il consiglio dell’esimio collega italiano – che bello, per una volta siamo noi a insegnare qualcosa agli americani! Un artista prende posizione con la sua arte, lasciando i proclami a politici e giornalisti, impiegati, ragionieri, saltimbanchi e figli di puttana di ogni risma. La verità, se esiste, è molto più probabile che passi da una Telecaster e abbia la forma di una canzone.

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Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).