COSA RISPONDERE ALLE ETEROPESSIMISTE DEL “NEW YORK TIMES” (di Matteo Fais)
“American woman / Said get away / American woman / Listen what I say / Don’t come a-hangin’ around my door / Don’t wanna see your face no more / I don’t need your war machines / I don’t need your ghetto scenes / Coloured lights can hypnotize / Sparkle someone else’s eyes / Now, woman / Get away from me / American woman / Mama, let me be” (The Guess Who, American Woman)
Tra una guerra e l’altra, in mezzo allo sconvolgimento intestinale che Trump ha portato nella politica mondiale, c’è di buono che l’Occidente continua con una certa inerzia a vivere una quotidianità più o meno consueta, fatta di una moderata fatica e tante discussioni frivole.
Ciò dimostra, fuor di ogni dubbio, il fluviale articolo comparso sul New York Times, The Trouble With Wanting Men (https://www.nytimes.com/2025/07/21/magazine/men-heterofatalism-dating-relationships.html) di Jean Garnett, un’autrice simpatica come la sabbia nel costume da bagno. Scritto in prima persona, con tono indulgente e morbosamente autocompiaciuto, la giornalista, tra uno spiattellamento dei cazzi propri e l’altro – il tutto molto cringe, come dicono i giovani –, si arrischia a cercare di spiegare perché le donne non ne possano più di incontrare sempre questi uomini che le lasciano fondamentalmente insoddisfatte a livello relazionale, portandole così all’eteropessimismo, altrimenti noto anche come eterofatalismo.

Se anche voi non avete idea di che minchia sia questo nuovo termine roboante, utile come la schwa, ecco la definizione che ne fornisce Cosmopolitan, ex Bibbia della strong and indipendent woman contemporanea: “Coniato da Ana Seresin in un articolo del 2019 per The New Inquiry, l’eteropessimismo «consiste in una disaffezione performativa nei confronti dell’eterosessualità, solitamente espressa sotto forma di rimpianto, imbarazzo o mancanza di speranza nei confronti dell’esperienza etero»”. Insomma, una sorta di corale risposta femminile al modo d’essere dei nuovi maschi, che si sintetizza in un “Ci avete rotto le ovaie”. Molto bene, ne prendiamo atto, sottolineando incidentalmente che la cosa risulta reciproca – sì, ci avete frantumato i coglioni.
La nostra eroina, che ha un po’ l’ambizione di essere nella vita reale quel che era il personaggio di Carrie Bradshaw in Sex and The City, la mena per una quantità di pagine spropositato su quanto sia difficile, per una donna tra i trenta e sessanta, di incontrare e mantenere una relazione stabile con un uomo che non risulti pieno di paturnie, crisi esistenziali, traumatizzato, a tratti persino stanco del sesso, che non corre da lei a scoparla quando ha le sue furie uterine, e che non abbia voglia di intrattenerla, frattanto, con conversazioni profonde come il contenuto degli articoli del New York Times. Madre, che noia mortale!

Sì, decisamente, i danni che ha lasciato Sex and The City, a livello cerebrale, sono proprio strutturali. Basti vedere tutte le scene che lei descrive, in cui, fuori a cena con le amiche, discutono in un serrato scambio di opinioni su quanto siano deludenti questi uomini che non si piegano alle idiosincrasie e folli pretese di queste ragazzone di mezz’età, ancora convinte di essere principessine – ma attenti a salvarle, brutti cavalieri del patriarcato contemporaneo!
Praticamente, sembra un gruppo di incel, dotati di passerina in luogo del pistolino, che piagnucolano scoprendo che il genere sessuale opposto non è stato creato per servirli e riverirli, per lusingare le loro assurde richieste, o per ridursi a ricompensa delle loro fatiche. Proprio come per gli incel, poi, vai a vedere la foto di colei che ha compilato sto delirio da gruppo di autoaiuto e comprendi perché nessuno, superato il grado di ubriachezza necessario per consumare un rapporto, poi, se la voglia caricare.
Battute a parte – che, comunque, andavano fatte e non per scadere nel body shaming, ma perché bisogna ridimensionare la visione distorta che certe hanno di sé stesse –, il problema della nostra autrice è quello di tante average women (donne comuni): sopravvalutarsi, avere atteggiamenti da diva, non comprendere che non si può vivere pretendendo sempre molto di più di quel che si può offrire. Non è un caso che molte tra costoro – e lei se ne vanta – abbiano alle spalle lunghi anni di terapia psicologica in salsa americana, in cui, manco a dirlo, non hanno cercato la verità su sé stesse, ma pagato uno, avvolto da un’aura di professionalità, per farsi compiacere. Il che non è molto diverso dall’uomo che va dalla puttana, per sentirsi chiamare “micio bello e bamboccione”.

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Il pezzo va avanti tutto tra una riflessione su quanto sia dura rapportarsi con i portatori sani di pene di oggi, il racconto di come il suo precedente matrimonio si strutturasse secondo il principio di una relazione aperta – che strano! –, e riferendo aneddoti di lei che si intrattiene a destra e a manca con chiunque le riservi un minimo di attenzione, per poi trovarsi ogni volta messa da parte. Adesso, ovviamente, sarebbe facile scadere nel solito tono moraleggiante e paternalistico del “Non avresti dovuto buttarti via così” e i vari “Non sei wife material”, ma si tratterebbe di stronzate da incel. No, quello che Jean Garnett non ha proprio afferrato, e che qualcuno le dovrebbe far notare, è come la liberazione sessuale – che, grazie a Dio, c’è stata – non sia un qualcosa a senso unico, ma riguardi ambo i sessi. Se la donna è libera, anche noi maschi lo siamo. Se lei può andare a letto con qualsiasi uomo e, successivamente, dileguarsi senza che questo possa rivendicare alcun diritto sul suo utero e il suo cuore – ed è giusto così –, beh, ciò vale, in forma rovesciata, anche per noi. Il cazzo è mio e me lo gestisco io. Fatto salvo il consenso, lo ficco dove accidenti mi pare e non è che, poiché siamo finiti a letto una volta, tu puoi considerarmi il tuo uomo. No strings attached, baby, I’m sorry! Voi donne vi siete fatte la vostra vita e carriera – ribadisco, tutto giusto e sacrosanto! –, inseguendo un sogno di indipendenza. Solo che, sai che c’è, io, adesso, a quarant’anni, ho mangiato la foglia, ho visto troppi letti, troppe foto di mariti ed ex che mi guardavano dal comodino, nella camera della tipa, ho perso troppe donne a cui ho dedicato il meglio di me e non ne ho nessuna voglia di legarmi. Anche perché, lasciamelo dire, tutto sommato la vita da single non è poi così brutta: sì, certo, non hai niente di sicuro, ma sai che palle averci questa attaccata per la vita e nutrirsi, sessualmente parlando, di minestre riscaldate. Ma anche no!, come dicono alcuni. La libertà che le donne si stanno godendo, la voglio anch’io – perché la liberazione della donna vuol dire, parallelamente, anche affrancamento del maschio dalla dannazione di essere marito e padre. Certo, non avrò neppure la metà dei loro incontri, ma continuo a preferire il ritiro a una compagnia ammorbante.

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Non è un caso che, alla fine, le nostre amiche, riunite in gran consiglio stile Sex and The City, arrivino a recitare la solita formula della disperazione che anche i maschi si dicono sempre tra loro, quando sono sentimentalmente in bancarotta: “Sarebbe stato meglio essere gay”. La mia risposta è no, non sarebbe stato meglio. Con un uomo – ma immagino che tra donne varrebbe lo stesso principio –, ci sarebbe stata una comprensione troppo forte, dettata dai medesimi interessi: bere birra e scopare il più possibile. La donna mi piace, invece, perché con il suo modo di fare scostante – e sfiancante, è appena il caso di sottolinearlo – mi ricorda che il mondo è soprattutto attrito, forza contraria, discordia. In una relazione, non voglio una persona che sia troppo in sintonia con me. Non cerco una spalla, ma un’antagonista, cioè una donna, un essere che non pensa come penso io e che ha necessità completamente differenti. Mi interessa che le nostre istanze si incontrino in un momento di grazia, non che si viva insieme secondo una fratellanza totale.
Insomma, ringrazio ogni giorno la mia eterosessualità per avermi portato alla corte delle femmine e queste per avermi reso la vita praticamente impossibile, un inferno. Il motivo per cui non le odio è perché so che non avrebbero potuto fare altrimenti – altrimenti che essere donne! Grazie a loro ho capito la barzelletta che Woody Allen racconta alla fine di Io&Annie, per descrivere l’amore, quella in cui uno va da uno psichiatra e dice: Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina. E il dottore gli domanda: Perché non lo interna? Al che, lui risponde: E poi a me le uova chi me le fa? Ecco, se capirete questo punto, avrete superato tutte le cazzate come l’eteropessimismo-fatalismo.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).
Articolo esilarante, geniale, frizzante, come sempre. Andrebbe studiato al posto delle ore di educazione civica a scuola.
Ti suggerisco un’altro spunto, sempre sulla falsa riga di quello che hai trovato, ma ancora più interessante a mio avviso, sempre sul NYT, “Men, Where Have You Gone? Please Come Back” (Rachel Drucker), mi piacerebbe leggere un tuo commento.
Negli USA sta dilagando ormai sempre più la solitudine, soprattutto per le donne di una certa età, che passano la loro giovinezza a divertirsi al suon di “il corpo e mio e decido io” e poi si svegliano a 60 anni senza un partner, ed essendo meno attraenti ed appetibili non destano neanche più interesse negli uomini, se non per relazioni usa e getta.
L’istituzione del matrimonio è stata fatta percepire dal femminismo come un’istituzione patriarcale che dava vantaggi solo all’uomo, quando in realtà era un’istituzione che ha consentito ad entrambi i sessi numerosi vantaggi, pensiamo al fatto che una donna dopo che perde la sua attrattività fisica (soprattutto in epoche dove non c’era l’industria estetica attuale che consente a donne anche di 40 50 anni di essere ancora molto belle) ha un alto rischio di restare sola, inoltre con buona pace delle femministe, la maggior parte delle donne svolgono solo lavori di ufficio o comunque che non richiedono sforzi fisici, in un’epoca meccanizzata come la nostra questo è possibile, ma nel medioevo quando c’era da zappare la terra restare a casa con i figli non era poi così male.
Non ci scordiamo che l’indissolubilità del matrimonio istituita da Cristo, era incomprensibile perfino per gli apostoli che inizialmente rimasero sbigottiti dicendo che così all’uomo non sarebbe più convenuto sposarsi perché a quel punto i vantaggi erano solo della donna.
Alcuni uomini ormai hanno del tutto rinunciato all’affettività nella patria del woke e del metoo, prima le donne competevano con altre donne per avere un uomo, adesso hanno talmente poco da offrire che in molti casi semplicemente competono con la sua solitudine che risulta assai più vantaggiosa, e non comporta rischi di vedersi dimezzato il patrimonio o di finire sotto a un ponte in una nazione dove i divorzi sono al 40%.