SINISTRA, DESTRA E L’AMORE TOSSICO PER I DITTATORI
C’è una domanda che aleggia come un cattivo odore nel dibattito pubblico, qualcosa che tutti sentono ma che pochi hanno il coraggio di formulare apertamente: una certa Sinistra e una certa Destra stanno dalla parte dei dittatori?
È una domanda perturbante, di natura psicologica, perché rimanda a un rimosso che continua a bussare alla porta della coscienza collettiva. E sì, spiace dirlo, ma in troppi casi la risposta è affermativa. Tutto il resto – le acrobazie retoriche, le accuse, le lezioncine morali – è solo un maldestro tentativo di cambiare discorso.

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Naturalmente, a Sinistra la difesa più comoda è quella della rappresaglia ideologica: “Non può essere la Destra, e men che meno quella italiana, a darci lezioni”. Benissimo. Problemi loro. Ma la miseria intellettuale altrui non assolve nessuno, e certo non cancella le ambiguità, le omissioni e talvolta le vere e proprie imposture con cui una parte consistente della Sinistra occidentale guarda alle autocrazie.
Il punto è più profondo e più antico. C’è un deficit culturale che la Sinistra si porta dietro come una malattia cronica: un rapporto irrisolto, quando non apertamente ostile, con la democrazia liberale. Non con i suoi difetti – che sono evidenti – ma con i suoi principi fondanti. La celebre frase di Churchill sulla democrazia come “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre” non viene colta per ciò che è, cioè una prova di realismo politico maturo. Viene invece letta come una resa, una rinuncia all’Assoluto, un accontentarsi del mediocre.

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La democrazia, in questa visione, è il male minore: tiepida, burocratica, incapace di infiammare le masse. E così la si svaluta, la si disprezza, la si confronta – implicitamente o esplicitamente – con la presunta forza dei regimi illiberali. Non stupisce allora se i cittadini, già provati da precarietà e disagio sociale, finiscono per stancarsi dello Stato di diritto. Peccato che nei sistemi non democratici, puntualmente idealizzati, le condizioni di vita siano infinitamente peggiori.

A essere colpita è la categoria stessa della libertà. Prendiamo un esempio fin troppo eloquente: Vladimir Putin è al potere in Russia da ventisei anni. Un dato che per una certa Sinistra e una certa Destra diventa un dettaglio trascurabile, quasi equivalente alla longevità di un leader eletto in un sistema pluralista. È la tipica posizione filosofica della notte in cui tutte le vacche sono nere, quella per cui tutto è uguale, tutto è marcio, e dunque nulla merita davvero di essere difeso.

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A questo si aggiunge un’eredità storica mai davvero elaborata, almeno a Sinistra: il socialismo reale, la guerra fredda, la logica dei blocchi. Un mondo congelato, dove la critica al nostro campo era vissuta come tradimento. Eppure, già nel 1976, Enrico Berlinguer dichiarava di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della NATO. Oggi, invece, assistiamo allo spettacolo grottesco di analisti smunti e giuristi assorti che certificano la “democraticità” delle elezioni in Russia o in Venezuela.

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Qui entra in gioco un secondo fatto, con le sue conseguenze: il nemico del mio nemico è mio amico. Un assioma che nella storia ha giustificato le peggiori infamie. Oggi, l’avversione quasi isterica verso Donald Trump porta alcuni a giustificare chiunque venga percepito come suo antagonista, anche quando si tratta di un’autocrazia brutale come quella di Putin, che peraltro si è dimostrata più volte un partner tutt’altro che ostile agli Stati Uniti.

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È una deriva inevitabile? No. Ma l’alternativa è stretta, faticosa, impopolare. Ed è qui che emerge un ulteriore deficit di una certa parte politica: l’incapacità di pensare seriamente in termini di diritto internazionale. Arrivata tardi e male a una fiducia piena nelle istituzioni sovranazionali, la Sinistra tende ad abbandonarle non appena se ne manifestano le falle. Invece di battersi per rafforzarle, preferisce rifugiarsi nel cinismo dei rapporti di forza.

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Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Invece di schierarsi senza ambiguità dalla parte dei diritti civili, politici e sociali dei venezuelani, si finisce per sostenere l’autocrate Nicolás Maduro, confidando in improbabili assi anti-imperialisti con Cina e Iran. Salvo poi scoprire che Pechino e Teheran badano molto più ai propri interessi e ai rapporti con Washington che alle fantasie ideologiche altrui.
L’alternativa resta fragile, certo. Ma è l’unica praticabile. Bisogna schierarsi senza se e senza ma dalla parte della legalità internazionale e dei diritti umani. Meno fascinazione per l’uomo forte, meno infantilismo geopolitico. Più lucidità. Più coraggio. E, finalmente, un po’ di onestà intellettuale.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).