SCRITTORI ANTICOMUNISTI – JAAN KROSS E “IL PAZZO DELLO ZAR” (di Davide Cavaliere)
La fama della letteratura russa – non sempre meritata e nutrita da un’ammirazione «obbligatoria» e scolaresca – ha finito per oscurare le letterature dei Paesi suoi vicini, i quali, pur essendo stati lungamente oppressi e con prepotenza russificati, forti delle loro storie secolari e delle loro singolari lingue, non hanno mai cessato di generare scrittori di eccellente caratura.

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È il caso dell’estone Jaan Kross, narratore di fama internazionale, più volte candidato al Nobel eppure poco noto in Italia, nonostante i vigorosi elogi di Claudio Magris. Questo oblio può essere ascritto proprio al «culto» tributato alla letteratura russa e all’annesso atteggiamento di condiscendente superiorità verso i popoli «minori» confinanti, un pregiudizio che i circoli russofili hanno ereditato dall’ideologia imperiale russa.

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Infatti, sebbene sia autore di sedici romanzi storici di ambientazione estone, in Italia è stato tradotto soltanto il più celebre: Il pazzo dello zar. Il libro, originariamente pubblicato nel 1978, apparve per la prima volta da noi nel 1994 per Garzanti, per essere poi riproposto da Iperborea solo ventidue anni dopo, nel 2016.

Il romanzo tratta la presunta follia di un aristocratico baltico-tedesco, Timotheus von Bock (detto «Timo»), realmente esistito nella Livonia – una regione storica che comprende le attuali Estonia e Lettonia – degli anni Venti dell’Ottocento, nel periodo immediatamente successivo alla sconfitta di Napoleone. Il barone von Bock, che ha rifiutato una principessa russa per sposare una contadina estone, ha liberato i suoi servi e tratta da pari i domestici della sua tenuta. Ha anche la temerarietà di inviare allo zar Alessandro I, a cui è legato da un segreto vincolo, un memoriale pericolosamente esplicito. In quelle pagine, elenca proposte di riforma costituzionale e rimprovera lo zar per i maltrattamenti inflitti ai popoli dell’Impero. Per questo atto di ribellione solitario e avventato, il barone viene imprigionato per nove anni nella fortezza di Schlüsselburg, a est di San Pietroburgo. Dichiarato pazzo dallo stesso zar, viene infine rilasciato agli arresti domiciliari nella sua tenuta di Võisiku, nell’attuale Estonia.

Coincidenza o meno, Kross aveva scontato quasi la stessa pena nel Gulag. Per otto anni, tra il 1946 e il 1954, lavorò come schiavo in una miniera di carbone vicino al temuto campo di Vorkuta, a ovest degli Urali, e poi in una fornace nella regione di Krasnoyarsk.
Il romanzo si apre nel 1827, al momento del rilascio di von Bock dalla fortezza di Schlüsselburg. Il barone, che ora può finalmente rivedere l’amata moglie, la coraggiosa Eeva Mättik, e il figlio Georg – nato poco dopo il suo arresto –, fa una figura pietosa: i carcerieri gli hanno strappato tutti i denti. Nel frattempo, Jakob Mättik, fratello di Eeva e come lei riscattato dalla servitù della gleba, scopre una bozza del memorandum indirizzato allo zar. Quelle carte gli servono per meditare sulla repressione zarista e sulla natura della presunta «follia» del cognato.

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Tutta la vicenda è narrata attraverso il diario personale di Jakob, le cui pagine possiedono la bellezza algida di certe sequenze e inquadrature del cinema scandinavo: Dreyer e Bergman. Il pazzo dello zar è un libro lento, che negli anni delle sperimentazioni postmoderne ha riproposto una scrittura di stampo ottocentesco, meditata, tenuta sapientemente sotto controllo.
Come si diceva, Jakob riflette sulla presunta follia di Timo: è pazzo o la sua narrazione della verità mette a nudo la follia del mondo in cui vive? Lo zar lo ritiene davvero tale o cerca così di screditare le idee da lui propugnate con inflessibile coerenza? Non bisogna dimenticare che Kross scrive negli anni Settanta, quando gli psichuška – i manicomi psichiatrici del regime – strabordano, e una diagnosi di malattia mentale è l’arma perfetta per mettere a tacere i dissidenti. Proprio nel 1976, due anni prima della pubblicazione del libro, venne rilasciato dall’URSS Vladimir Bukovskij, il dissidente che più di ogni altro aveva denunciato l’uso punitivo e repressivo della psichiatria in Unione Sovietica.

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Le pagine del diario di Jakob descrivono anche la fitta rete di delatori e spie che si stringe attorno alla tenuta di Timo ed Eeva, mettendo in luce la continuità tra le politiche autoritarie dello zarismo ottocentesco e quelle del totalitarismo sovietico sotto cui scrive Kross. Una continuità, questa, che non sfuggì a un altro, illustre e liberale, figlio dei Paesi Baltici: Isaiah Berlin. Varrebbe la pena rileggere il suo brillante saggio La Russia e il 1848. Il modo in cui Kross descrive la cautela ossessiva con cui Jakob scrive e nasconde il suo diario evoca, del resto, la stessa atmosfera di sospetto e timore in cui si muove Winston Smith in 1984.

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Il tutto è impreziosito dai dettagli d’epoca: i salotti dove in un angolo si legge letteratura e in un altro si gioca a scacchi, le grandi stufe in maiolica, i pavimenti in legno lucidato, le pareti dipinte di verde menta. L’amore di Jakob per la natura baltica – quel che lui chiama il suo «mondo tutto a sé, ondeggiante» – rivela qualcosa del suo autore e contribuisce in modo decisivo alla generale vividezza del romanzo.
Nonostante il clima di sospetto nell’URSS di metà anni Settanta, le autorità sovietiche si mostrarono insolitamente collaborative con Kross nella sua ricerca su Timotheus von Bock. La ragione è probabilmente da ricercare nell’interpretazione che il regime dava del personaggio: il barone era considerato un utopista sociale, un precursore del socialismo, e il suo caso era associato alla rivolta decabrista del 1825 – quando giovani ufficiali aristocratici tentarono, senza successo, di rovesciare l’autocrazia dello zar Nicola I. Questa lettura «progressista» della storia permetteva di cooptare von Bock nel pantheon degli antenati della Rivoluzione d’Ottobre.

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Kross è riuscito nell’impresa di trasformare quello che le autorità consideravano un «precursore» nel prototipo del prigioniero di coscienza – Timo vuole essere un «chiodo di ferro nel corpo dell’Impero». Persino la conclusione del romanzo non può non far pensare alla sorte toccata a tanti uomini liberi, nella Russia sovietica di ieri come in quella contemporanea.
Il pazzo dello zar è il prodotto di una mente raffinata e sottilmente ironica, maestra nell’arte della «scrittura reticente», che farà venire voglia al lettore non solo di scoprire altri autori baltici, ma anche di visitare quelle terre – soprattutto l’Estonia, con le sue guglie e le sue torri – sempre se, nel frattempo, Vladimir Putin, l’erede dello zarismo e del sovietismo, non lo avrà reso impossibile.
Davide Cavaliere
L’AUTORE
DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.