SALVIAMO I POETI DAI SOCIAL (di Matteo Fais)
Una delle più tragiche derive della società social-izzata è che il proprio profilo, per funzionare, deve essere costantemente alimentato. Certo, non basta postare per ottenere visibilità ma, se la si guadagna, per mantenerla, occorre nutrire costantemente l’algoritmo con dei contenuti. Va da sé che nessuno può avere, ogni tre ore, un’idea geniale, dunque si finisce per buttare dentro di tutto: le uscite con gli amici, il proprio cane, le vacanze, la pastasciutta in bianco. Insomma, una miriade di cazzate inutili, per dire che ci siamo, che vi pensiamo.

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Tale atteggiamento ha contagiato un po’ tutti, anche chi ha qualcosa di serio da veicolare. Mi viene in mente una notissima rockstar, il bassista di una band americana che ho ascoltato fin da quando ero ragazzino. Il problema è che io di lui ammiravo anche, oltre l’abilità tecnica e le composizioni, la vita tipica da star del rock che non vedevo, ma che lui aveva raccontato in diverse interviste. Quindi lo immaginavo, proprio come aveva detto, che non ha bevuto se non whiskey per 12 anni, circondato da modelle e attrici porno. Naturalmente, ero conscio che nascondesse anche dei difetti, diciamo delle cadute nell’umano e nell’ordinarietà più spicciola, tipo avere un commercialista, pagare delle bollette e che, arrivato ai sessanta, avesse messo la testa a posto, si fosse sposato e avesse costruito una famiglia.

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Oggi, tutto ciò, purtroppo, me lo trovo davanti ogni volta che accedo ai social. Eccolo, dunque, che prepara il tacchino per il Giorno del Ringraziamento; che rende omaggio alla moglie perché gli è stato vicino, consentendogli di superare l’alcolismo; che si immortala con la figlia durante un barbecue. E mi dico: ma stai scherzando! Ma che sfiga! Mio padre a ottanta e rotti anni è più rock di questo povero coglione in panciolle.

Qualcosa di tristemente simile capita, manco a dirlo, anche ai poeti che, oramai, hanno completamente perso la loro aura mitologica e stanno divenendo sempre più simili a Chiara Ferragni, tra post pubblicitari e pucciosi della più infima natura. Sembrano venditori da schermo a schermo, invece che porta a porta, fastidiosi come i poveri ragazzi che, non trovando di meglio, si risolvono a commerciare aspirapolveri Folletto.

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Un discorso a parte, data la peculiarità del caso, manco a dirlo, lo meritano le poetesse che, vanitose come tutte le donne, spesso portano a confondere il proprio account con quello di una onlyfanser qualsiasi. Eccole che mangiano il sushi – un classico –; espongono il libro con la penna a fianco, sul loro ordinatissimo tavolo preparato accuratamente per l’istantanea; si fanno un selfie, con sguardo ammiccante, con la didascalia “sono una donna con una personalità”. Fin qui, non vi è una grande differenza con l’account social di Mia Khalifa.

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E, poi, ecco, immancabile, la loro ultima fatica letteraria vicino alla scollatura o ai dolci piedini. Ovviamente, loro vi diranno che non è fatto apposta, che non stanno incoraggiando la solita associazione tra sesso e prodotti da vendere – e noi ci crediamo, contateci!
Ne seguo una che, per un post sulla poesia, ne fa 50 in cui si presenta più come una escort di alto bordo che come una donna di cultura – non che non sia una gran topa, di ciò bisogna dargliene atto. Finiti i tempi in cui Simone de Beauvoir veniva immortalata in una foto dalla posa ieratica e fiera, in un indimenticabile bianco e nero di Henri Cartier-Bresson!

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Ora, il punto è che io non comprerei mai una poetessa che mi attira sulla sua pagina con questi subdoli mezzi e, non peraltro, ma perché alla centesima foto in lingerie mi ritrovo nella situazione molto poco lirica di avercelo duro, invece che pensare ai suoi settenari sciolti.
Ora, realisticamente, io non dico che i poeti non si debbano far fotografare – andatevi a cercare il fantastico lavoro di ritrattistica dei poeti fatto da Dino Ignani –, ma vorrei pure che avessero un po’ di dignità, un minimo di distanza umana ed esistenziale da una pornostar qualsiasi. Vorrei che non mi proponessero contenuti erotici, o culinari, ma letterari. Che stimolassero il dibattito, invece che le parti basse. E, tra parentesi, chi se ne fotte delle loro vacanze sulle piste da sci.

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Non che non ci siano anche di questi che ancora perseguono la poesia, in luogo del culto di sé. Di solito, sono tra i meno seguiti e ciò è oltremodo triste e avvilente. La poesia è inutile in società – di questo ce ne siamo accorti, purtroppo –, eppure proprio per questo è da difendere nella sua nobiltà – un nobile è sempre un individuo inutile, un parassita.

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Sicuramente, gli artisti sono tra coloro che più hanno risentito dell’avvento dei social, smettendo di essere semplicemente artisti e ritrovandosi costretti a mostrare il lato umano di sé stessi, cioè quello più mediocre. Noi che li leggiamo per avere un concentrato di vita, ci siamo ritrovati davanti alla nuda vita, a una miseria da cui l’arte ci aiutava a fuggire. Davvero, bisognerebbe salvarli da questa schiavitù della visibilità – non foss’altro perché la poesia abita il silenzio dell’assurdità dell’esistenza, non la razionalità fredda e performante dell’algoritmo.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).