RIPENSARE IL FEMMINISMO (di Nina Camelia)
Sotto la superficie della storia si cela una trama invisibile che non tutti percepiscono, una fessura in cui s’insinua il materialismo più gretto e approfittatore. Proprio il principio femminile e l’archetipo della Madre, concetti immateriali eppure incarnati, sono oggetto di precisi attacchi strategici che riducono la donna da “vera creatrice” a “mera fattrice”.
Questa, infatti, oggi più di ieri, è costantemente sospesa tra due estremi: la strega, pericolosa e potente, e l’angelo del focolare, dolce e puro. Entrambe le figure sono cariche di obblighi e aspettative irrealistiche, dalla gestione della casa alla disponibilità sessuale, dalla perfezione estetica all’autonomia economica. Questo andrologico dilemma tra Lilith e Maria Vergine ignora la natura complessa della natura femminile e impone un ritorno a stereotipi sociali che limitano il potenziale individuale a favore di una visione materialista dell’esistenza.
I più nostalgici veterani del cattocomunismo la presentano come la “tentatrice”, responsabile della caduta dell’uomo dal suo stato di edenica pace, epperò capace di brandire il mestolo al suono dello slogan “lavoratori!”, per ribaltare il sistema classista e guidare il proletariato alla ribalta.

Nel contesto attuale, si osserva un’eccessiva edulcorazione della cultura comportamentale umana, con una tendenza all’assolutizzazione della sola polarità yin, ma espressa negli unici aspetti effemminati e non autenticamente femminili. Si esaltano la vanità seduttiva, la bellezza esteriore ed effimera, la leggerezza inconsistente, l’accettazione silenziosa e l’accoglienza al limite della passività. Il maschile, a sua volta, perde la sua “vis” più pura, che subisce una lettura usurpatrice e stupratrice, a favore di un addolcimento immotivato, non aderente alla sua vera natura, producendo quella confusione dell’identità fluida che attanaglia la sanità mentale contemporanea.
Questa deriva mira a catturare solo ampi consensi politici, in un mondo di uteri in affitto, sessualità liquida, donne con le palle e uomini stereotipati e lagrimosi, dove non vi è più spazio per la sacralità del femminile e del maschile e per la loro interazione e integrazione. Tutto tende a voler essere “donna”, ma al contempo nega la donna. La cultura monoteista dominante ha demonizzato il femminile, segnando il passaggio dal sistema matriarcale a quello patriarcale, con conseguenze atroci come la caccia alle streghe.
Secondo l’ideologia comunista e progressista, che domina la comune mentalità, emancipazione della donna vuol dire liberazione dal peso dell’accudimento della prole, per dedicarsi a sé stessa e al lavoro (ovvero contribuire all’aumento della produzione di cui anch’essa è diventata un fondamentale ingranaggio, dal primo momento in cui ha visto tradursi in realtà quella “grande conquista” che fu l’assunzione delle donne nelle fabbriche) che, tradotto in popolese spicciolo, significa affrancamento dal ruolo biologico della maternità, nonché distruzione dell’unico vincolo che limita e rallenta la prestazione lavorativa ovvero l’utilizzo di una nuova figura umana per il raggiungimento di un obiettivo economico che arricchisce i ricchi e depaupera i poveri: se togli le madri dalle case, annichilisci il nucleo formativo ed educativo della famiglia che, volente o nolente, e nonostante la cultura woke, continua ad essere l’unico strumento eticamente inoppugnabile per fare figli e per costruire le società.
In pratica, la donna emancipata è un uomo evirato e sterile.

L’attuale concezione del femminile si presenta, dunque, anacronistica e priva di forza, ignara di reali e significative storie di donne vere che si intrecciano e che, pur non toccandosi mai, si rimandano l’un l’altra nello spazio-tempo, come una lontana eco di muta sorellanza, in un mondo devastato dalla pseudo lotta al patriarcato che, piuttosto, costringe, se possibile sempre e di più in un ruolo funzionale e oggettificato, senza di fatto mai slegare da un pregiudizio devastante. La donna giace silente, col suo illustre bagaglio stregonesco nel mezzo della bipolarità maschile che, come isterico impulso sia etero che omodirezionato, la invidia, la compatisce, la umilia, la deruba e anche la imita e la idolatrata, per poi ripudiarla e gettarla via dopo l’uso. Strattonata per un braccio dal progressismo liberale che la vuole disinibita, libertina e sciolta dai vincoli matrimoniali; tirata per i capelli da un conservatorismo sfrenato che la vuole madre a tutti i costi come unica affermazione di femminilità ma in verità, per pura necessità ideologica, politica ed economica; incastrata in una idealità immotivatamente ospitale, la donna continua a essere oggetto di proiezioni altrui, trasversali e interiezionali, che percorrono l’intero tessuto culturale: di uomini viziosi, vecchi e giovani, che la vogliono disponibile come una mucca da latte; di altre donne, inviolabili e matronesche genitrici di maschi castrati in viriltà e virtù, che la vogliono monogama e non concorrenziale; di pseudo artisti e intellettuali arraffoni, di qualunque sesso, ma spesso omosessuali, che la vogliono impossibile e irreale.
Tuttavia, nei nostri strani giorni, la donna, uscendo dal solo ruolo biologico e riproduttivo, pare abbia perso qualcosa e ostinatamente si pensa, nei reconditi sotterranei della psiche collettiva, che la giustezza sia che lei ritorni al vecchio mondo.
L’urgenza di una piena dignità sociale per le donne rimane una questione pressante, malgrado la triste e ipocrita retorica sulla “lotta al patriarcato” possa talvolta risultare fuorviante. È fondamentale, pertanto, analizzare criticamente le attuali concezioni di emancipazione femminile per proporre un percorso davvero autentico e costruttivo, a cominciare dalla comprensione che il maschilismo, il patriarcato e la mentalità machista non sono atteggiamenti necessariamente espliciti o appartenenti soltanto alle persone di sesso maschile o a zone geografiche specifiche o a determinate categorie o classi sociali. Questa forma mentis si annida nei più impensabili e intoccabili retroscena comportamentali, lì dove gli automatismi la fanno da padroni, mentre bypassano presenza a sé stessi, autocoscienza e conoscenza dell’alterità. Si tratta di un tipo di apprendimento culturale implicito e continuo, ottenuto in anni di educazione e istruzione secondo certi dogmi religiosi, politici, economici, sociali e famigliari.
La vera parità di genere (l’unica parità auspicabile è quella giuridica, perché quella biologica rappresenta l’estinzione della specie fisica!) si potrà avere allorquando alla donna sia lasciata la possibilità di scegliere che cosa fare di sé stessa, senza sensi di colpa di alcuna derivazione. Sarebbe diverso e sano se, invece, l’emancipazione prevedesse la disponibilità di tutte le possibilità che le consentano di non rinunciare a essere madre (se lo volesse) e ancora donna, con una sua propria identità e autonomia (anche e soprattutto lavorativa ed economica, se lo volesse), senza subire i continui biasimi di un’opinione pubblica confusa tra bigottismo e americanismo, bipolare e giudicante.
Tant’è che se lavori e lasci i figli dalla babysitter o al nido, sei una madre snaturata e senza coscienza; se stai a casa a occuparti di loro, sei una femminuccia senza personalità, una donnina insulsa, “la casalinga di Voghera”, tutta presa da smacchiatori e padelle.
Perché non esiste un parallelo maschile di questa figura irridente e denigrante solo femminile, tipo “il segaiolo di Monfalcone”, occupato in impellenti lavori di falegnameria?
Il fatto che la moderna lotta al patriarcato abbia assunto toni comici e poco credibili, però, non deve distrarre dalla continua necessità di conquista di un riconoscimento sociale della donna come fatto ancora urgente.

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Bisogna ripensare il femminismo. Bisogna costruirlo sui punti di forza del femminile, non sulle aspettative della prospettiva maschile.
Così accade, infatti: in questo presente storico e surreale, il brainwashing è talmente potente, soprattutto sulle figlie delle nuove generazioni, che l’offrirsi completamente nude e disinibite all’occhio scrutatore dell’osservatore impudico, di un orientamento o dell’altro, mancando la condivisione delle proprie qualità interiori, conduce dritti dritti allo sdoganamento, alla penalizzazione e alla oggettificazione della figura esteriore femminile e delle sue ammalianti forme, quali simboli femministi di coraggio e libertà salvo poi inchiodarla al palo della pubblica vergogna, qualora la disonesta decidesse di sfruttare economicamente questo potere tutto suo.
Tutto questo diviene grama testimonianza di una cultura che millanta progressi cognitivi, morali ed estetici che, in realtà, non possiede.
Dunque il marketing, al soldo del mercato e dell’economicismo, non ha bisogno di ingegnarsi in sofisticati mezzi di persuasione. Gli basta sfruttare le primordiali e rudimentali basi della psicologia dell’uomo ordinario, che si preoccupa soltanto di mangiare, dormire, defecare e (sperare di) accoppiarsi per generare un aumento di domanda e di conseguenza un introito importante di denaro nelle tasche dei grandi privati. Ancora, la donna subisce offese, oltraggi, umiliazioni e discriminazioni a causa di una mentalità inconscia che si spaccia per anelito globale, ma che in realtà si limita a traslare la prospettiva senza un vero cambiamento di contenuto. Se in passato la donna era oggetto di desiderio sensuale maschile per scelta del maschio che deteneva ruoli di potere cui la donna doveva sottomettersi, oggi è oggetto di desiderio sessuale maschile per sua scelta. In sostanza, si dice che la donna sia libera nella misura in cui può liberamente decidere di prostituirsi senza essere giudicata come una prostituta: il paradosso è servito e passato come una verità inoppugnabile. Ma chi osserva le dinamiche sintattiche della struttura del pensiero e delle ideologia si rende conto della trappola che questo sillogismo crea ad hoc per gli aristotelici incalliti, giacché il giudizio morale corre ancora veloce sulle bocche delle comari d’un paesino che non brillano certo in iniziativa e, infine, perché
viene minato e oscurato il potenziale intimo di fierezza coraggiosa, capace di creare e condurre una comunità. Sembra che lo spirito indomito di Diana e Atena sia stato soppresso e, in silenzio, sollevi interrogativi sull’origine di un femminile esteriore tanto docile e mellifluo.
Questa dinamica rivela una trappola ideologica sottile.
Affrontare il tema femminile richiede coraggio, in quanto i rischi sono almeno due: banalizzazione della questione attraverso una buonista retorica di identificazione (cosa che, all’atto pratico, porterebbe sicuramente alla produzione di un falso); romanticizzazione del femminile in un idealistico ritorno all’amor cortese (cosa che, all’atto pratico, porterebbe sicuramente alla produzione di un irrispettoso cnflitto in termini cronologici).
La vera svolta relazionale giace nell’ascolto dei sentimenti e delle ragioni che la donna produce dentro di sé in qualità di matrice universale e custode di quel Mistero che ancora affascina e, al tempo stesso, fa paura. A tal proposito, è interessante notare come testi storici, come il Malleus Maleficarum (1487), abbiano contribuito a plasmare la percezione del femminile, definendo le donne come difettose di tutte le forze tanto dell’anima quanto del corpo e propense naturalmente all’inganno. Commenti contemporanei di zulù tecnologici lodano la donna che si dedica esclusivamente alla maternità come una rarità, dimostrano come la società continui a incastrare la donna tra disinibizione e pudicizia. Eppure, la donna non è solo Madre, ma da sempre Reazionaria, Combattente, Selvatica, Bisbetica, Valchiria. Consapevole della sua forza generatrice e distruttrice, si oppone alla volontà dei Padri ed è destinata al risveglio della coscienza. A lei spetta la scelta del valore dell’eroe.

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Il modo in cui il maschile si rapporta al femminile determina la direzione dell’evoluzione umana di trasmutazione: costruttiva o distruttiva. Il femminile deve essere rimodulato giacché il suo potere distruttivo o l’Atto d’Amore dipendono solo dal rapporto del maschile. Il movimento non è dal femminile al maschile, ma dapprima dal maschile al femminile, poiché il femminile restituisce. Questa è una legge che va intesa non in termini esteriori di “maschio e femmina”, ma come “tendenze a essere”, plastiche e dinamiche, non statiche. Come un campo fertile, la femmina accoglie il seme e, se le regole sono rispettate, essa moltiplica il frutto, altrimenti, lo lascia marcire al buio.
Un conto è incarnare di volta in volta un archetipo nascosto (in questo caso, i femminino non monadico ma complesso), un altro è dover faticosamente rientrare in uno stereotipo sociale, accuratamente disegnato per recludere il potenziale individuale e celebrare certi ruoli funzionali a un andamento culturale, diretto verso una visione totalmente materialista e consumistica dell’esistenza, nella quale non vi è più alcuno spazio per il sano e fisiologico alternarsi dinamico del potere creativo e trasmissivo.
La libertà della donna passa attraverso la possibilità di scegliere che cosa fare di sé stessa, senza dover per forza dimostrare o spiegare o giustificare qualcosa a qualcuno.
La libertà della donna passa attraverso il senso della dignità personale.
La libertà della donna passa attraverso il rispetto e la consapevolezza della sacralità del suo corpo, come compartecipe di uno dei più grandi atti divini ancora resistenti sulla Terra, la creazione di un altro essere umano, indipendentemente dal fatto che si voglia rendere attiva o meno in questo rito di prosecuzione della specie.
La libertà della donna passa dalla comprensione dell’incapacità dell’uomo di orientarsi spiritualmente, in questo mondo, senza un impulso femminile, saggio e solido, che lo guidi.
Nina Camelia
L’AUTRICE
Nina Camelia nasce a Bari e frequenta gli studi classici. Appassionata di materie umanistiche e artistiche, dopo una breve ma intensa permanenza nelle aule di Giurisprudenza, si iscrive al corso di Pittura presso l’𝓐𝓬𝓬𝓪𝓭𝓮𝓶𝓲𝓪 𝓭𝓲 𝓑𝓮𝓵𝓵𝓮 𝓐𝓻𝓽𝓲 𝓭𝓲 𝓑𝓪𝓻𝓲 dove si laurea, nel 2006, con una tesi monografica in Storia dell’Arte Contemporanea su 𝗠𝗮𝘂𝗿𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗖𝗮𝘁𝘁𝗲𝗹𝗮𝗻 (110/110 con lode).
Dall’artista padovano apprende tutto l’amore per l’ambiguità della comunicazione, per l’ironia e la provocazione. In realtà, sono molti i Maestri cui fa riferimento: in primis, 𝗠𝗮𝗴𝗿𝗶𝘁𝘁𝗲 𝗲 𝗗𝘂𝗰𝗵𝗮𝗺𝗽, artefici, dal suo punto di vista, di un grande cambiamento nel modo di fare e fruire l’arte.In seguito a deludenti esperienze umane in ambito artistico, abbandona il “giro” e diventa una outsider. Nel 2015 apre un blog, 𝓝𝓮𝓪 𝓝𝓾𝓸𝓿𝓪 𝓔𝓬𝓸𝓵𝓸𝓰𝓲𝓪 𝓐𝓻𝓽𝓲𝓼𝓽𝓲𝓬𝓪, che riscuote un discreto successo, nel quale si occupa di intervistare artisti emergenti del panorama italiano e internazionale secondo il suo personale taglio critico-letterario. Tra questi ricordiamo 𝗝𝗮𝗴𝗼 (𝗝𝗮𝗰𝗼𝗽𝗼) 𝗖𝗮𝗿𝗱𝗶𝗹𝗹𝗼, 𝗛𝗮𝗰𝗸𝗮𝘁𝗮𝗼, 𝗧𝗼𝗺𝗺𝘆 𝗜𝗻𝗴𝗯𝗲𝗿𝗴, 𝗠𝗮𝘂𝗿𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗗𝗶 𝗙𝗲𝗼, 𝗣𝗶𝗲𝗿𝗽𝗮𝗼𝗹𝗼 𝗠𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗶𝘀, 𝗔𝗻𝗴𝗲𝗹𝗼 𝗕𝗮𝗿𝗶𝗹𝗲, solo per citarne alcuni.
Dal 2021, coniugando la sua passione per l’arte visiva con l’amore per l’Arte Filosofica (Alchimia), cura un nuovo blog, 𝓛𝓮𝓼 𝓓𝓲𝓼𝓬𝓸𝓾𝓻𝓼 𝓭𝓮 𝓢𝓪𝓫𝓲𝓷𝓮, ispirato alla famosa, ma non troppo conosciuta, alchimista francese 𝗦𝗮𝗯𝗶𝗻𝗲 𝗦𝘁𝘂𝗮𝗿𝘁 𝗱𝗲 𝗖𝗵𝗲𝘃𝗮𝗹𝗶𝗲𝗿 e al suo Trattato sui tre principi, minerale, vegetale e animale.
Ha esordito come autrice indipendente, pubblicando con gli strumenti forniti dal KDP di Amazon, due libri: 𝙧𝙚𝙝𝙖𝘽𝙖́𝙩𝙝𝙤𝙧𝙮 𝙣𝙞𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙚̀ 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙨𝙚𝙢𝙗𝙧𝙖, un romanzo storico dedicato alle vicende umane che hanno visto protagonista la leggendaria 𝘊𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘚𝘢𝘯𝘨𝘶𝘪𝘯𝘢𝘳𝘪𝘢 dall’Ungheria 𝗘𝗿𝘇𝘀𝗲́𝗯𝗲𝘁 𝗕𝗮́𝘁𝗵𝗼𝗿𝘆, in una sorta di romanzo storico volto a ripercorrere le tracce storiche del suo caso, nel tentativo di ribaltare la comune opinione su questo personaggio, forgiata da secoli di fantasie romanzesche e letterarie; e 𝙈𝙖𝙪𝙧𝙞𝙯𝙞𝙤 𝘾𝙖𝙩𝙩𝙚𝙡𝙖𝙣 𝙡’𝙖𝙧𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙫𝙤𝙘𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚, un lavoro che vede unita la tesi di laurea in storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di BB.AA. di Bari, dedicata allo studio e all’analisi del percorso dell’artista, a una postilla recente che sintetizza le nuove prospettive dell’arte, in questo presente storico mutante.
Ha collaborato con l’astrologo e psicologo, nonché amico prezioso, 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲 𝗔𝗹 𝗥𝗮𝗺𝗶 𝗚𝗮𝗹𝗲𝗼𝘁𝗮 per il quale si è occupata della Prefazione di tre dei suoi libri: “𝘕𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰𝘭𝘰𝘨𝘰, 𝘷𝘰𝘭𝘶𝘮𝘪 1 𝘦 2” e “𝘓𝘦 𝘥𝘶𝘦 𝘷𝘪𝘦 𝘴𝘢𝘤𝘳𝘦” (ediz. Youcanprint).
Ha all’attivo tre pubblicazioni con Autori Vari del Gruppo Letterario di editori e autori 𝗔𝘂𝗿𝗲𝗮 𝗡𝗼𝘅 dal titolo: “𝘈𝘶𝘳𝘦𝘢 𝘕𝘰𝘹 – 𝘭’𝘖𝘳𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘊𝘰𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘻𝘢”, “𝘈𝘭𝘣𝘢 𝘕𝘰𝘹 – 𝘊𝘰𝘳𝘪 𝘚𝘦𝘭𝘦𝘯𝘪𝘤𝘪, 𝘎𝘶𝘪𝘥𝘢 𝘢𝘭 𝘧𝘦𝘮𝘮𝘪𝘯𝘪𝘭𝘦 𝘖𝘴𝘤𝘶𝘳𝘢𝘵𝘰” ed “𝘌𝘳𝘰𝘴 𝘓𝘪𝘣𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘙𝘰𝘴𝘴𝘰, 𝘈𝘯𝘢𝘨𝘳𝘢𝘮𝘮𝘪 𝘢 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘎𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢” ed “𝘌𝘳𝘰𝘴 𝘓𝘪𝘣𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘙𝘰𝘴𝘴𝘰, 𝘈𝘯𝘢𝘨𝘳𝘢𝘮𝘮𝘪 𝘢 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘎𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢” (ediz. Ebook e POD).
Col supporto di persone speciali che si son fatte da prezioso tramite, è in crescita, la collaborazione con la Rivista NITROGENO della casa editrice di Quarta Via Fontana Editore, nella persona di Rocco Fontana che ripone fiducia nei suoi studi filosofici a tema editoriale.
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