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RECENSIONE DI RICCARDO INFANTE, “LE FABBRICHE SONO GIÀ TUTTE BRUCIATE” (di Matteo Fais)

Esce oggi per “Scavi Urbani”, la collana poetica da me diretta per conto di Connessioni, Le fabbriche sono già tutte bruciate di Riccardo Infante (con prefazione del sommo Valentino Fossati), un libro che si muove contro due tentazioni opposte e ugualmente sterili della poesia contemporanea: da un lato l’autobiografismo estetizzante, dall’altro la poesia civile ridotta a slogan o a posture etiche preconfezionate – mi perdoni Alessandra Carnaroli se le stanno fischiando le orecchie.

Quinta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Le fabbriche sono già tutte bruciate, di Riccardo Infante (prefazione di Valentino Fossati). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

Qui non c’è né l’io che chiede attenzione né il poeta che pretende di “dire la verità” al posto degli altri. C’è piuttosto uno sguardo che attraversa, registra, indugia, torna indietro, si sporca. La periferia milanese – Barona, Stadera, via Montegani, Naviglio Pavese – non è mai sfondo, non è mai semplice ambientazione: è una condizione esistenziale, uno stato dell’essere nel mondo, dopo che le grandi promesse si sono consumate e ciò che resta è un paesaggio di rottami materiali e simbolici.

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Il titolo lo dice con una brutalità grammaticale definitiva: le fabbriche non stanno bruciando, non bruceranno, sono già bruciate. Siamo nel tempo del dopo, in un presente che vive di residui, di riusi, di materiali di scarto, di memorie che non riescono più a organizzarsi in racconto.

ACQUISTA il nuovo romanzo di Matteo Fais, Il cordone ombelicale, Connessioni:
versione con copertina rigida (euro 16): https://shorturl.at/f820z 
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La poesia dell’autore procede per perlustrazione orizzontale, senza slanci verticali, senza epifanie salvifiche: il cielo c’è, ma è opaco, rifiuta di chinarsi, resta indifferente. Ciò che conta è ciò che sta a terra: il fango, la ruggine, le ciclabili che finiscono nel nulla, i cavalcavia che incombono come bestie meccaniche, i centri commerciali ridotti a necropoli del consumo, i navigli come canali di scarico in cui galleggiano plastica, alghe e orologi fermi.

In questo scenario l’io lirico non rivendica alcuna centralità: è uno spatriato, un senza carta, una presenza che si lascia attraversare dalle cose e che spesso si dissolve in esse, fino a identificarsi con figure minime e anti-eroiche come il piccione urbano, contento del poco più e del poco meno, che vive di briciole, pixel e rifiuti.

È uscito il tredicesimo numero di “Il Detonatore Magazine”: https://www.calameo.com/read/008031206475e701d32fd

È una scelta poetica netta: rifiutare qualsiasi nobiltà simbolica, qualsiasi retorica della marginalità, per assumere fino in fondo una condizione di sopravvivenza senza grandezza. La lingua segue coerentemente questa postura: piana, concreta, spesso inventariale, fatta di elenchi di materiali, attrezzi, oggetti, odori, senza compiacimento lirico ma anche senza secchezza documentaria. Non è una lingua povera, è una lingua che ha scelto di non mentire. Quando Infante elenca bidoni, scope, decespugliatori, lamiere, reti di letti usate come recinzioni, non sta facendo realismo in senso scolastico: sta costruendo una vera e propria grammatica delle cose, mostrando come il mondo contemporaneo parli attraverso ciò che getta, dismette, riutilizza.

È uscita la seconda raccolta poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
(cartaceo 12 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

Particolarmente riuscita è l’operazione di montaggio di materiali extra-poetici, come le citazioni da Wikipedia o da Vanity Fair: qui il documento non serve a dare contesto, ma a produrre attrito. Inserito nel flusso poetico, il linguaggio informativo, neutro, amministrativo, rivela tutta la sua violenza: la morte di una studentessa, raccontata con il lessico della cronaca patinata, diventa ancora più insopportabile proprio perché privata di qualsiasi spessore umano.

La poesia non commenta, non giudica, non alza la voce: lascia che sia lo scarto tra i registri a parlare. In questo senso Le fabbriche sono già tutte bruciate è un libro profondamente etico senza mai diventare moralistico. Non c’è indignazione programmata, non c’è denuncia a tesi, non c’è compiacimento del degrado; c’è una pietas asciutta, spesso spietata, che guarda anche dove sarebbe più comodo distogliere gli occhi.

Terza uscita per la collana “Scavi Urbani”: Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia, di Luca Parenti (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

Alcune immagini restano addosso come un odore persistente: i multisala come cimiteri visitati con la metro verde, le ciminiere falliche che puntano il dito contro un cielo vuoto, il micro-cane zoppo che danza per il padrone in carrozzella diventando, senza retorica, una delle scene più potenti del libro, perché da lì si apre una ferita personale – il rapporto con il padre, il desiderio mai esaudito di essere riconosciuti – che non chiede empatia ma consapevolezza.

Quarta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Psicosi dei giorni pari e dispari, di Fabio Orrico (prefazione di Viviana Viviani). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

Se un rischio esiste, è quello di una certa insistenza sul repertorio del disfacimento urbano e umano: fango, cemento, scarichi, ruggine, nebbia tornano spesso e a volte sembrano sfiorare l’automatismo. Ma Infante evita la trappola dello stile proprio grazie alle fenditure che apre nel tessuto del libro: il seme gettato nel fiume, il bulbo di tulipano tenuto in tasca come talismano, l’idea dell’“andare a capo” come spazio bianco da riempire. Non sono simboli consolatori, non promettono redenzione; indicano piuttosto una possibilità minima, fragile, che non cancella il disastro ma gli resiste.

È una poesia che non intrattiene e non conforta, che non cerca di piacere né di scandalizzare, ma che costringe il lettore a stare dentro il paesaggio che descrive, a riconoscersi in una condizione di fine corsa senza scorciatoie ideologiche.

In un panorama poetico spesso diviso tra l’astrazione autoreferenziale e l’attivismo di facciata, Le fabbriche sono già tutte bruciate si impone come un libro necessario proprio perché rinuncia a entrambe le vie facili: non salva nessuno, non spiega il mondo, ma lo guarda fino in fondo, e oggi non è poco.

Matteo Fais

Canale Telegram di Matteo Fais: https://t.me/matteofais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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