QUELLO CHE I COMPLOTTISTI NON COMPRENDONO (di Matteo Fais)
Ovviamente nessuna persona sana di mente crede che nel mondo tutto sia trasparente, privo di trame ombrose e che ciò che ci viene detto e strombazzato, con parole altisonanti, o ammantato di nobili intenti, non sia in buona parte misera propaganda. Senza andare troppo lontano, basterebbe guardare, a notte, quando passa il camion per la raccolta differenziata. E dire che qualcuno vorrebbe farci credere che ritirare venti mastelli sparsi, da un palazzo, in luogo del vecchio cestino della differenziata, messo all’angolo della strada, inquinerebbe di meno. Suvvia, è ridicolo.

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C’è, però, un equivoco di fondo che i complottisti coltivano con amor proprio e difendono come si difende un titolo nobiliare: l’idea di essere gli unici svegli in mezzo a un gregge di addormentati. Si sentono avanguardie cognitive, rabdomanti del reale, coscienze non contaminate. In verità, molto più spesso, sono l’esatto contrario di ciò che credono: sono quelli che, sistematicamente, mandano a puttane ogni causa giusta. Questa, si comprenderà bene, ha bisogno di prove, di circostanze delimitate, di nomi e cognomi, di responsabilità distinte. Ha bisogno di un perimetro. Il complottista, invece, ama la nebbia. Non perché sia stupido – sarebbe troppo semplice –, ma perché nella nebbia può dire tutto e il contrario di tutto senza mai essere costretto a verificare nulla.

Prendiamo il caso dei vaccini. Si poteva discutere – e legittimamente – del principio liberale per cui lo Stato non può prendere possesso del mio corpo e impormi un trattamento sanitario obbligatorio. Si poteva difendere, con argomenti seri, la sovranità individuale. Si poteva porre un problema giuridico e politico enorme: fino a che punto l’emergenza giustifica la compressione delle libertà?
E invece no. Una parte rumorosa del fronte “critico” ha preferito parlare di genocidio globale, di piani per decimare la popolazione, di microchip nel siero. Risultato? Ogni obiezione sensata è stata trascinata nel fango insieme alle idiozie. Chiunque ponesse una domanda diventava, automaticamente, un parente stretto di chi vedeva Bill Gates, abbracciato al demonio, nel frigorifero. La battaglia per un principio liberale è stata ridicolizzata da chi pretendeva di difenderla.

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Lo stesso schema si ripete con il 5G, con le scie chimiche, con l’albero tagliato per “far passare meglio il segnale” che dovrebbe far venire a tutto il cancro. I potenti avvelenerebbero l’aria che respirano loro stessi. È una narrazione che implode per eccesso di fantasia, ma nel frattempo produce un effetto devastante: scredita qualunque critica seria alla gestione ambientale, alla speculazione edilizia, alla deregulation industriale.

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Il complottista non distingue. Non circoscrive. Non seleziona. Parla di “élite mondiale” come se fosse una categoria metafisica. Ma chi? Con quali interessi divergenti? Con quali conflitti interni? In quali contesti? Nulla. È la notte in cui tutte le vacche sono nere, per dirla con Hegel: un indistinto cosmico in cui colpevoli, conniventi e innocenti si fondono in un’unica macchia morale.

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Anche l’ossessione per gli Epstein Files segue questa traiettoria. Jeffrey Epstein è stato un criminale. Attorno a lui si è mosso un ambiente di potere. È legittimo chiedere chiarezza, pretendere documenti, accertare responsabilità. Ma quando tutto diventa la prova definitiva che “sono tutti dentro”, che “sono tutti pedofili”, che “è il sistema in quanto tale”, allora non stai facendo un’indagine: stai costruendo un mito. E il mito, per sua natura, non distingue, non analizza, non processa, avvelena.
L’accusa generica è la forma più comoda dell’accusa. Non richiede lavoro, non richiede verifica, non richiede studio. Basta evocare un’ombra e il gioco è fatto. Ma la giustizia, quella vera, non funziona esattamente così. Pretende delle prove e queste richiedono pazienza, precisione, freddezza. Tutte qualità che mal si sposano con l’adrenalina del “ve l’avevo detto”.

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Il paradosso è che i complottisti, convinti di combattere il sistema, finiscono per rafforzarlo. Perché rendono tossico ogni spazio critico. Chiunque osi sollevare un dubbio viene associato alla caricatura più estrema. Così, il potere può liquidare tutto con una scrollata di spalle: “Sono i soliti pazzi delle scie chimiche”.
E invece no. Il mondo è pieno di malefatte reali, di corruzioni concrete, di abusi documentabili. Ma per smascherarli serve metodo, non mitologia. Serve circoscrivere, non dilatare, distinguere e non amalgamare.

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Quello che i complottisti non comprendono è che la loro hybris narrativa – l’idea di vedere il Grande Disegno ovunque – produce solo intossicazione generale. Una confusione così densa che nulla emerge, nulla si chiarisce, nulla si corregge. Si crea un clima emotivo permanente, una febbre collettiva, ma non un cambiamento strutturale.
Per mutare davvero qualcosa, bisogna accettare una verità meno seducente: il male non è un’entità compatta e onnipotente. È frammentato, contraddittorio, spesso mediocre. E proprio per questo è attaccabile, ma solo se lo si isola, lo si definisce, lo si prova. Il resto è rumore di fondo che, per quanto gratificante, non ha mai fatto giustizia.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).