NON È VITA, SONO SELFIE (di Matteo Fais)
Se anche tu hai preservato una minima misura di sanità mentale, saprai che quella che vedi ogni giorno, in migliaia di post sui social network, non è vita ma narrazione. Come in uno dei tanti reel che si trovano su Instagram in cui un uomo è in ginocchio, mentre diversi suoi amici stanno già riprendendo, in attesa che la compagna e futura sposa torni a casa, quel gesto e le parole che l’accompagnano – “Vuoi sposarmi?” – non sono vero amore, non un momento rubato come in uno scatto di Henri Cartier-Bresson, ma una scena costruita in favore di telecamera.
No, noi non viviamo, siamo attori. E se la vita è sempre stata, in ultimo, una recita con dei momenti intimi di verità, ora è un set che non conosce pause, in cui gli attori non si ritirano mai in camerino. C’è gente che restituisce agli altri, tra video e foto, l’interezza della propria giornata, dal cappuccino del mattino alla favola per dormire raccontata al figlio.

Un tempo, l’uomo comune fotografava per fornire un supporto alla sua memoria, insomma per ricordare nel tempo. Oggi, lo fa per mostrare – sovente a degli sconosciuti totali. Questa è la mia colazione, questo il mio pranzo, la mia casa, la mia cena, il mio corpo offerto in sacrificio per voi. Guardatemi, questo sono io. Un nutrizionista, dall’altra parte d’Italia, potrebbe contare le calorie consumate. Chiunque può stabilire, dai suppellettili che adornano il tuo appartamento, un tenore di vita.
Viviamo in quell’incubo che un tempo si accompagnava a certi incontri tra famiglie di amici, quelli in cui i padroni di casa squadernavano al cospetto dei malcapitati tutte le foto delle vacanze, diapositive di bagni al mare e in piscina e “guarda come è cresciuto tuo figlio”. Adesso, l’album di famiglia è aperto al mondo. Chiunque, ovunque, sa dei tuoi figli e di tua moglie – ok, sovente e più probabile sappia di tuo marito, ma questa è una notazione con una punta di cattiveria.
In passato si compravano i rotocalchi, i giornali di gossip, per sapere della vita della principessa, oggi sono tutte principesse che sorridono per il pubblico mentre affettano carote e sedano. Non sono mai spettinate, in disordine. Sono credibili come l’attore famoso che, nel film, torna dopo la notte brava, ed è fresco come una rosa, con l’occhio vispo e penetrante, dopo due bottiglie di amaro velenoso.

In ultimo, se vuoi che la tua vita piccia, anche se sotto sotto senti che ti ripugna, la devi mettere in mostra e vedere quanto vale a livello di numero di like. Il desiderio è sempre desiderio dell’altro, proprio come la povertà è sempre relativa al tenore di vita del tuo vicino di casa. Un’esistenza che non attira sguardi, evidentemente, non vale niente; proprio come la verità vera è quella che vince nella gara tra applausi virtuali. Lo sguardo indiscreto dell’altro è il lenitivo della tua instabile autostima.
Se prima si cercava in ogni modo di sfuggire all’occhio vigile del Grande Fratello, adesso lo si invoca: “Dammi prova della mia esistenza, mettimi un like”. Dunque, dacci oggi il nostro pane quotidiano – ma che sia instagrammabile! –; dacci oggi la nostra dose di fiducia in noi stessi in forma di cuoricini e pollici su. È un’epidemia, come quella del fentanyl in America.
E non si dimentichi che, nel grande mercato del desiderio, in cui la criptovaluta è il like, tutto ha una sua nicchia, financo la miseria esistenziale. Allora, guardami, sono la donna che sta male, quella traumatizzata. Questi sono i miei psicofarmaci e questa sono io nella sala d’attesa del mio analista – suvvia, cosa ti costa un commento di pura empatia! Cedi alla tentazione di scrivermi che mi sei vicino, in questo momento difficile, e io ricambierò dicendoti che sei una persona umanamente splendida.
Adesso, dunque, hai trovato un motivo per alzarti e sorridere al mondo, per partecipare felicemente alla farsa sociale: conformarti allo sguardo giudicante del pubblico, a questo super-io che ti fornisce uno standard al di sotto del quale non si può scendere, pena regredire nella scala dell’algoritmo.

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Se nella vita reale sei vittima degli sguardi, Instagram ti consente la magia di fornire al tuo prossimo la prospettiva attraverso la quale osservarti. Ci sono pagine superlative di Sartre, in L’Essere e il Nulla, in cui il filosofo francese parla dello sguardo altrui, di cosa significhi essere visti, dell’uomo che è coscienza e costante proiezione – libertà! – e che, invece, si ritrova prigioniero dell’occhio altrui che lo inchioda alla sua oggettività – proprio oggi che mi credevo avvolto da un’aurea così sofisticata, da fascino magnetico, e sentivo un non so che di epico nel mio passo, l’occhiata della donna che mi passa affianco mi rimanda, attraverso la sua smorfia, l’idea che io sia, in fin dei conti, uno qualunque tra persone qualsiasi.
Oggi, quel discorso viene superato grazie al fatto che posso sfuggire alla concretezza della mia presenza che, per quanto io cerchi di plasmare, mi sfugge costantemente di mano, proiettando nel mondo il film di cui avrei sempre voluto essere protagonista. Non scherzo raccontandovi che un amico mi ha chiesto di filmarlo con il cellulare, mentre scendeva le scale del bastione della mia città. Ha voluto ripetere la scena almeno dieci volte, in preda, verso la fine, all’isteria – doveva assolutamente coincidere con l’immagine che si era costruito di sé, quando sudava insicurezza da tutti i pori, un olezzo che, a rivedere le immagini, nessuno avrebbe potuto sentire.
Altro che il problema dell’Intelligenza Artificiale. Siamo già noi un artificio, un mascheramento costante – e vogliamo tutto ciò. Se dei filtri esistono, per rielaborare le foto, è perché non avremmo mai potuto farne a meno. Un uomo che è fantasma nella realtà, diviene protagonista in un reel.

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Nessun ambito si salva. Anche il poeta non è più colui che scrive per l’eternità, ma quello che mostra il numero di recensioni ricevute. Non importa che il tuo libro sia immortale, basta che se ne parli. Dicono ci siano troppi poeti, oggi giorno – nel senso di persone che scrivono. Eliminate Instagram, ridate loro la macchina da scrivere di Bukowski e l’anonimato dell’essere uno povero impiegato delle poste e il numero di proposte editoriali crollerà a picco.
Certo, tutto ciò è patetico, ma antropologicamente sintomatico. Sarebbe anche inutile, come sostengono gli idioti censori, di chiudere le varie piattaforme. La superficialità è dilagata, perché il grosso dell’umanità è superficie. Se guardi troppo a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà in te. Ad averne di abissi. Qui siamo circondati da pozzanghere riflettenti!
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).