“IO VE LO AVEVO DETTO”, OVVERO IL COMPLOTTISTA CHE SCOPRE L’ACQUA CALDA (di Matteo Fais)
C’è una nuova posa che circola con una certa arroganza, dopo l’uscita degli Epstein Files, quella del complottista che gongola e si pavoneggia, sui social, scrivendo “Io ve l’avevo detto”. Non tanto perché emergano fatti nuovi, ma perché finalmente avrebbe trovato la prova della propria chiaroveggenza, della sua consapevolezza superiore, di una capacità quasi sciamanica di leggere il mondo mentre gli altri dormono – come se la signora Gina, dalla sua cucina a Napoli, con la testa coperta d’alluminio, fosse la persona desta, in un mondo di dormienti, con la benedizione di Eraclito.

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Il problema è che non c’è nulla di particolarmente profondo nel discorso paranoico del complottista medio. C’è, semmai, una grande ignoranza storica mascherata da intuito.
L’idea centrale dei complottisti è sempre la stessa: esisterebbe una ristretta élite — un tempo nobiltà, oggi “potere globale” — che, vivendo a un livello materiale e simbolico inaccessibile ai comuni mortali, svilupperebbe pulsioni sessuali aberranti, perversioni estreme, rituali devianti. Una miscela di noia, privilegio e impunità che genererebbe mostri. Da ciò loro dedurrebbero che, se esistono queste perversioni, allora esiste un grande complotto, una cospirazione sistemica alla radice che governa il mondo.

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Ora, che individui potenti possano commettere crimini, abusi o coltivare gusti sessuali ripugnanti non è una scoperta, bensì una banalità antropologica. Se i complottisti avessero letto anche solo qualche pagina del marchese de Sade, avrebbero scoperto che le perversioni delle classi alte sono un tema vecchio di secoli, raccontato, esasperato, analizzato e messo in scena ben prima di internet, dei forum e dei canali Telegram.

Il Divin Marchese – chi abbia consuetudine con le biblioteche lo sa – non scriveva di complotti, ma di potere e desiderio, di ciò che accade quando l’assenza di limiti materiali incontra l’assenza di limiti morali. Non perché esistesse una cabala segreta, ma perché il privilegio, quando non incontra freni, tende a esplorare l’eccesso. È una costante storica, non una rivelazione apocalittica.

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Lo stesso vale per i cosiddetti complotti di potere. L’idea che gruppi ristretti tramino per conservare privilegi non è una scoperta del XXI secolo. È il pane quotidiano della storia politica: corti rinascimentali, intrighi di palazzo, congiure aristocratiche, alleanze matrimoniali, ricatti, silenzi comprati. Non serviva la CIA, né tantomeno il deep state: bastava il potere che, per sua natura, cerca di perpetuarsi.

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La differenza, che i complottisti si rifiutano di vedere, è che questo non rende il mondo una sceneggiatura unica e coerente. Non c’è un centro occulto che orchestra tutto. Ci sono interessi che si scontrano, individui che abusano, sistemi che coprono, altri che fanno emergere. C’è caos, non un disegno perfetto. E soprattutto c’è una cosa che i complottisti odiano: la banalità del male, la sua mancanza di grandiosità simbolica. Così è praticamente ovunque, nel mondo. Non vi è neppure differenza tra macro e microcosmo: in una tribù, ci sarebbero sempre e comunque trame sotterranee.

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Attribuire ogni abominio a un grande complotto serve a una funzione psicologica precisa: rende il mondo più semplice, trasforma la complessità in racconto, la storia in mitologia, la responsabilità individuale in destino collettivo. E consente a chi ha capito tutto di sentirsi moralmente superiore senza aver studiato nulla.

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Gli Epstein Files non dimostrano che i complottisti avevano ragione, casomai ribadiscono che il potere corrompe, anche senza bisogno di cospirazioni mistiche, che gli abusi esistono da sempre e che, quando emergono, lo fanno non grazie all’intuizione dei profeti del web, ma in ragioni di inchieste, leggi, tribunali, conflitti interni ai sistemi di potere stessi. La vera illusione dei complottisti non è credere che il male esista, ma pensare che un povero coglione chiuso nella sua cameretta sia il primo ad averlo scoperto.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).