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IL CASO SPOTIFY: QUANTO SONO PRONI AL POTERE GLI ARTISTI? (di Matteo Fais)

C’è un meme che, sotto varie forme, circola da tempo su Facebook. Vi si vede, di solito, una figona ventenne accompagnata da un uomo decisamente più grande di lei, diciamo in età già avanzata, o meglio in evidente stato di decomposizione. La dicitura recita qualcosa come: “non sei brutto, semplicemente non sei abbastanza ricco”

La situazione, per quanto concerne il caso dell’amministratore delegato di Spotify, Daniel Ek, non è molto dissimile: malgrado si sia saputo del fatto che ha guidato un investimento di 600 milioni di euro nella startup tedesca Helsing, specializzata nella produzione di droni da combattimento dotati di intelligenza artificiale, insomma di strumenti da guerra, il grosso degli artisti che alla sua piattaforma si appoggiano, per lo streaming delle proprie canzoni – e la notizia è stata ampiamente diffusa –, non hanno reagito come ci si sarebbe aspettato, cioè invocando il boicottaggio globale di Spotify.

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Della faccenda in sé e dei suoi contorni, ci importa ben poco – niente di nuovo sotto il sole, si direbbe. Soprattutto, se volete conoscere tutti i risvolti della vicenda, troverete un’ampia documentazione in rete. La questione attira l’attenzione, invece, perché ci aiuta a riflettere su che cosa siano gli artisti, al di là dei proclami e delle battaglie sbandierate – vedi, per esempio, tutti i discorsi a favore della Palestina libera.

Di produttori di arte ne ho incontrati vari in vita mia, anche di eccellenti. Ciò che posso dire di loro, al di là della qualità e del valore delle creazioni, è che, per la maggior parte, sono degli esseri moralmente deprecabili, oltre che politicamente molto facili da acquistare.

Alla fine, come ben sappiamo, le parole di un uomo stanno a zero, ciò che conta sono solo le azioni. Quello che ho capito di questa ristretta porzione dell’umanità è che molti di loro sono idealisti con i deboli, ma più realisti del re con coloro che realmente detengono il potere.

Qualche volta, non molte in verità, avendo personalmente idee controverse, o quantomeno peculiari, diciamo non facilmente inquadrabili in una retorica di partito di destra o di sinistra che sia, mi è capitato di chiedere a un artista di comparire su questo spazio, o in alternativa su “Il Detonatore Magazine”, e sentirmi opporre un rifiuto in regione appunto di determinate mie prese di posizione.

Ora, so benissimo che quei pochi che si sono contrapposti in modo così duro a me  – che, in ragione del valore della loro arte, avevo, invece, ampiamente sorvolato rispetto alle divergenze ideologiche –, se fossi stato un soggetto con un ruolo più importante, diciamo per esempio il direttore editoriale di una collana Mondadori o Einaudi, certamente, ne sono sicuro, se ne sarebbero guardati bene dal mettersi di traverso.

È uscito il decimo numero di “Il Detonatore Magazine”: https://www.calameo.com/read/0077481977742f4801e2e

In ultimo, quell’opposizione così netta era motivata unicamente dal fatto che, accostando il proprio nome al mio, dal loro punto di vista, in determinati contesti, ciò sarebbe potuto risultare squalificante. Come già detto, ma giova ripeterlo, se fossi stato uno di quelli che contano veramente, l’aspetto controverso di certe mie opinioni sarebbe passato non in secondo piano ma proprio sullo sfondo. Se io e il “Corriere della Sera” sosteniamo il medesimo soggetto politico, in una guerra, diciamo quello che risulta meno simpatico alle folle, tranquilli che l’autore in questione si vergognerà di apparire sulle mie pagine, mentre sarà disposto a pagare per un trafiletto sul noto quotidiano.

Del resto, come dimostrano i fatti, nel caso del pezzo grosso di Spotify, solo poche e sparute voci si sono levate contro la sua scelta del tutto antitetica rispetto al pacifismo imperante nel mondo musicale, per paura di venire comunque penalizzati dall’algoritmo che, a quel punto, avrebbe potuto evitare di far comparire le canzoni dell’artista in determinate playlist suggerite di default all’utente medio. In Italia, questo è d’obbligo precisarlo, solo Piero Pelù, l’ex cantante dei Litfiba, ha quantomeno alzato la voce – precisando, però, di non poter togliere i suoi album dalla piattaforma, se non ho inteso male, per una questione di contratti, cosa che, pur non avendo i mezzi per verificarla, risulta comunque verosimile.

È uscita la seconda raccolta poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
(cartaceo 12 euro)
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Ma voi penserete che qualcosa di affine possa capitare solo in un settore, qual è quello della musica, in cui comunque ancora, almeno per quel che riguarda la concertistica, si muovono tanti soldi. Niente di più sbagliato.

In recinti antropologici quali quelli della scrittura, le cose non vanno certo meglio. Dirò di più, persino nell’ambito della poesia, da sempre identificata, per via del fatto che non ha grandi giri di denaro intorno a sé, come il regno della purezza, non per questo la maggior parte dei suoi affiliati dimostra un’etica superiore a quella degli altri artisti.

Nell’ecosistema della lirica, specie in Italia, e proprio perché il denaro non è il principale motivo che spinge chi scrive a scrivere, la situazione se possibile è addirittura peggiore. Lì dove non è il denaro a muovere le cose, sovente è la vanità. Vasco Rossi cantava, parlando dell’orgoglio, che “ne ha rovinati più lui del petrolio”, ma il medesimo discorso potrebbe essere applicato al narcisismo che anima gli autori di versi.

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Chiunque frequenti l’ambiente sa che ci sono ragazze che sono andate con un poeta molto noto, decisamente in là negli anni e ben poco attraente, per vedere pubblicata la propria silloge da una piccola casa editrice. Ma queste potrebbero essere dicerie, direte voi. In compenso, si sono viste tante e tanti trasformare il proprio dolore in una merce letteraria, speculare su morte, suicidi e problemi mentali vari, al fine di attirare l’attenzione del pubblico.

No, neppure i poeti si salvano e, come abbiamo visto, i musicisti sono sempre a favore della pace e dell’amore fintanto che difendere tali valori non costa loro neppure un euro; fintanto che non ci sia il rischio di divenire invisi all’algoritmo. No, gli artisti non sono persone migliori. Qualche volta semplicemente, ad alcuni di loro, riesce di dire in modo più efficace e con maggior coraggio quanto possa scendere in basso l’essere umano, essendo meramente sé stesso.

Matteo Fais

Canale Telegram di Matteo Fais: https://t.me/matteofais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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