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FENOMENOLOGIA DELLA MADRE TATUATA (lettera di uno psichiatra)

Pubblichiamo questa lettera che uno psichiatra ci ha fatto pervenire, a seguito dell’articolo sul senso dei tatuaggi come catalogo dei traumi del soggetto, e che idealmente si propone di integrare il nostro discorso. L’autore ha chiesto di conservare l’anonimato.

C’è un’immagine che, più di ogni altra, cristallizza il senso del nostro tempo: una donna in costume, trent’anni appena passati o forse già quaranta, piegata a raccogliere il secchiello del figlio con un gesto meccanico, mentre la pelle — distesa, arsa, faticosamente contenuta da un bikini a fantasia floreale — si offre al sole e allo sguardo altrui come una mappa fitta di segni, scritte, animali stilizzati, simboli orientali, numeri romani, cuori trafitti, piume, orologi e nomi. Potrebbe essere una qualunque, e in effetti lo è: la troviamo sulle spiagge del litorale romano come in Versilia, sul lungomare pugliese come nelle insenature più addomesticate della Sardegna; è bionda, mora, mora finta, ha i capelli raccolti o lasciati sciolti sulle spalle scottate, gli occhiali da sole oversize, il tatuaggio col nome del figlio sul polso, l’immancabile “Only God can judge me” sulla clavicola o una rosa — marchiata da ago e inchiostro — che si arrampica, obliqua, sulla scapola sinistra.

Non ha nulla di particolarmente vistoso, e proprio in questo sta il paradosso: è la norma.

Una norma non più nuova, certo, che si è imposta silenziosamente, progressivamente, senza necessità di legittimazioni esplicite, ma oggi così pervasiva da risultare quasi invisibile. Eppure basterebbe fermarsi un attimo, sospendere il rumore di fondo che ci avvolge — la musica da stabilimento, le grida dei bambini, le conversazioni vuote sul tempo o sull’ombrellone prenotato — per accorgersi che qualcosa, in questa figura materna contemporanea, è mutato in profondità. E non nel senso della semplice evoluzione estetica, ma in quello, più inquietante, di una frattura antropologica: ciò che vediamo non è una madre tatuata, ma una donna che, pur credendosi affermata, non riesce più a raccontarsi se non attraverso la rappresentazione iconica del proprio dolore. Perché non si tratta, sia chiaro, di decorazione. Nessuna delle donne che incontriamo sulla spiaggia, mentre si piega a stendere un telo o rincorre il figlio più piccolo verso il bagnasciuga, ha scelto di tatuarsi una piuma o una scritta zen per vezzo estetico, per frivolezza leggera, per puro gioco visivo.

No, ognuna di loro è convinta, in modo tanto determinato quanto inconsapevole, che quell’inchiostro epidermico rappresenti una parte essenziale della propria biografia emotiva, una sintesi immediatamente leggibile del percorso compiuto, delle prove superate, delle ferite interiori trasformate — nella narrativa pop odierna — in segni di forza, in motivi d’orgoglio.

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Ogni tatuaggio, ci direbbe, “ha un significato”. E qui sta, forse, la radice del problema. Mai come oggi, infatti, la madre occidentale si è trovata imprigionata in un cortocircuito espressivo: da una parte l’emancipazione post-femminista l’ha sollevata — almeno in teoria — dalla necessità di esibire la propria sofferenza; dall’altra, la cultura della resilienza ostentata l’ha inchiodata a un dovere nuovo, quello di mostrare la propria battaglia interiore, di narrarla, di renderla visibile e leggibile a chiunque, ovunque, in qualsiasi momento. Il corpo, dunque, non è più solo veicolo di seduzione, né tempio inviolabile della maternità: diventa manifesto, bacheca, curriculum esistenziale da tenere in mostra anche sotto il sole d’agosto, tra una crema solare e una storia di Instagram.

Ogni lembo di pelle lasciato intonso, ogni segmento corporeo non ancora aggredito dall’inchiostro, sembra oggi rappresentare non tanto una scelta consapevole quanto un’occasione mancata, una reticenza da colmare, un silenzio sospetto da tradurre in enunciazione visiva. Non si tratta più — e da tempo — di una questione estetica, né tantomeno di una deviazione moralistica: chi ancora interpreta il tatuaggio materno come vezzo popolare, come reminiscenza da borgata o discendenza culturale di bassa estrazione, dimostra di non aver colto il punto nodale della questione. La madre tatuata non è più eccezione: è paradigma. Non è deviante: è norma egemone. E in quanto tale, incarna in sé — visibilmente e irrevocabilmente — la centralità simbolica di un trauma che ha smesso di cercare redenzione e si è trasformato, piuttosto, in fondamento ontologico del sé.

Nel suo corpo — offerto senza pudore alla vista collettiva, come un palinsesto scritturale sempre più fitto, sempre meno interpretabile — ogni segno racconta una ferita: quella subita, quella superata, quella necessaria da esibire per legittimare la propria esistenza. Il cuore stilizzato sul fianco non è un capriccio decorativo, ma il relitto di un amore infranto; il nome inciso sul polso è il figlio avuto in anticipo rispetto alle attese o cresciuto in totale solitudine; la fenice — quell’iconografia risorgente che campeggia tra scapola e costato — è l’equivalente grafico di un passato da espiare: il marito che picchiava, l’anoressia sconfitta, l’aborto metabolizzato, il padre assente, l’identità smarrita e poi ricomposta a furia di cicatrici tradotte in codice simbolico.

Eppure, il problema non risiede tanto nella verità di queste ferite — che sarebbe grottesco negare, ché esistono eccome, spesso più profonde di quanto l’inchiostro riesca a rendere — quanto nella loro modalità di trasmissione: perché nel momento in cui il dolore pretende di diventare leggibile, e quindi comunicabile attraverso un linguaggio decorativo, rischia inevitabilmente di perdere la sua sostanza, di smarrire la sua potenza trasformativa in favore di una funzione identitaria tutta posticcia, tutta costruita. Non si narra più per trasmettere, per consegnare un senso, ma per produrre un’identità che abbia consistenza solo nella misura in cui è visibile, riproducibile, commentabile.

È così che, in questa estetica epidermica del trauma, il dolore esige l’incisione per attestarsi come reale, la rinascita postula la sua rappresentazione figurativa, la maternità stessa richiede — per non dissolversi nell’evanescenza del quotidiano — almeno un nome e una data marchiati a fuoco sulla carne. È una mutazione radicale della grammatica simbolica collettiva: ciò che un tempo era implicito, custodito, tramandato attraverso i gesti e i silenzi, ora esige dichiarazione pubblica, codifica iconica, riconoscimento immediato. E così, nel panorama balneare contemporaneo — quella distesa infinita di corpi abbronzati, gonfi, scolpiti o semplicemente trascinati dalla fatica della sopravvivenza — nessuno si accorge che non è la quantità di tatuaggi a fare impressione, ormai assimilata al paesaggio come il rumore delle onde o il profumo delle creme solari, ma la loro qualità simbolica, la loro grammatica invisibile ma onnipresente, la loro coazione a ripetere il gesto di dichiarare sé stessi in forma epidermica.

Non è, insomma, la madre che si tatua. È la maternità stessa — privata delle sue antiche cornici sacrali, derubricata a funzione biologica o narrativa — a dover cercare una nuova legittimazione sulla superficie del corpo. E il nome del figlio inciso non è più un vezzo affettivo, ma un sigillo notarile che attesta l’identità materna come tale, perché questa identità non si regge più sull’azione silenziosa del prendersi cura, ma sull’esibizione della fatica, sull’esposizione del sacrificio, sulla trasformazione dell’esperienza in segno.

La madre non è tale perché veglia, accoglie, guida, ma perché mostra — e più precisamente mostra d’averlo fatto. La cura si consuma nel marchio, la presenza si monetizza nel simbolo, l’amore si rende eterno nella calligrafia gotica o nella data in numeri romani. Ed è proprio in questo slittamento che il tatuaggio materno rivela la sua funzione profonda: non come decorazione, non come provocazione, ma come documento identitario, come carta d’esistenza in un tempo che riconosce come reale solo ciò che può essere fissato, detto, condiviso.

In questa prospettiva, la diffusione del tatuaggio tra le madri non è né moda né ribellione, ma la conseguenza diretta di una trasformazione antropologica: quella che ha sostituito la figura dell’agente — che costruisce silenziosamente il proprio destino — con quella del sopravvissuto, che lo racconta compulsivamente. Non si è più, oggi, per ciò che si fa. Si è per ciò che si ha subito. E la madre tatuata è l’icona perfetta di questa nuova cultura del sé lacerato e subito esibito: tradita, abbandonata, trasformata, si erge a testimone permanente della propria ferita, la mostra, la ostenta, la iscrive nel corpo perché nessuno — nemmeno lei stessa — possa mai più dimenticarla.

Ma questa forza, così raccontata, non basta. Non basta viverla, né elaborarla interiormente. Va messa in scena. Va trasformata in narrazione sintetica, in segno grafico, in formula prêt-à-porter capace di restituire, nel tempo di uno sguardo, la complessità di un vissuto interiore. Ogni passante è invitato a leggere, a capire, a compatire. Ogni uomo che la incrocia, ogni figlio che la osserva, ogni donna che la riconosce, diventa parte di questa liturgia laica del dolore inciso.

E tutto questo — che potrebbe sembrare liberazione — è invece il sintomo più chiaro dell’impossibilità, per il soggetto contemporaneo, di tollerare l’invisibile, di abitare il silenzio, di restare nel non detto. Non si può più solo essere: bisogna dichiararsi. Non si può più vivere: bisogna mostrare d’averlo fatto. E così, anche ciò che un tempo era sacro proprio perché invisibile — la maternità come enigma generativo, come gesto che non ha bisogno di enunciazione — diventa oggetto di esposizione, superficie da scrivere, pagina da leggere pubblicamente.

Non è difficile comprendere come, dietro questa iconografia del dolore tatuato, si nasconda una fragilità strutturale dell’identità femminile contemporanea, che ha visto crollare, una dopo l’altra, tutte le coordinate simboliche che per secoli avevano dato forma alla figura materna: la centralità domestica, la continuità genealogica, la narrazione religiosa o etica del sacrificio, persino la rappresentazione artistica e letteraria.

La madre di oggi — privata di qualunque investitura collettiva — si ritrova sola di fronte a un compito che richiede invece legittimazioni esterne, e nel vuoto lasciato dalla cultura, dalla comunità, dalla storia, sceglie il corpo come unica superficie di riconoscimento.

Non le resta che scriversi da sé, come può.

Così il tatuaggio diventa testimonianza permanente, atto notarile della propria esistenza affettiva, documento pubblico di una vicenda privata che non ha trovato altro modo di farsi storia.

Ma proprio in questo sta il paradosso: più il corpo parla, più la narrazione si svuota. Più si incide il dolore, più lo si congela in formula, lo si riduce a frasetta, a icona, a metafora da stampare in serie.

C’è una dimensione, più sottile ma non meno devastante, che accompagna la madre tatuata sulla spiaggia: quella del rapporto con la propria prole, che non si sviluppa più all’interno di uno spazio protetto, silenzioso, opaco, ma viene continuamente estroflesso, reso pubblico, esibito attraverso i dispositivi che la madre tiene in mano con la stessa naturalezza con cui un tempo si stringeva il seno o si cercava il ciuccio nella borsa. Non ci si accorge abbastanza — forse per assuefazione — di quanto sia diventata normale la scena in cui una donna, distesa sull’asciugamano, fotografa il figlio che gioca nella sabbia, lo richiama non per ammonirlo ma per fargli rifare una posa, lo riprende mentre dice qualcosa di tenero o di volgare, lo invita a esibire un balletto, un tormentone, un gesto che faccia ridere i follower. 

Il figlio non è più riconosciuto come un’entità distinta, fragile, altro da sé, bisognosa di uno spazio protetto in cui crescere all’ombra di una presenza adulta che lo custodisca nella sua irriducibile alterità; è diventato piuttosto un’appendice dinamica dell’identità materna, un’interfaccia pulsante attraverso cui la donna, privata di legittimazioni simboliche stabili, cerca conferma della propria esistenza emotiva, esibendola in forma narrativa continua. Non più soggetto da introdurre nel mondo, ma oggetto da esporre al mondo: una biografia in miniatura da aggiornare in tempo reale, da rilanciare con costanza algoritmica, da offrire allo sguardo degli altri come specchio riflettente della propria dedizione, sensibilità, fatica.

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In questo slittamento — che si consuma senza clamore, senza scandalo, anzi nella piena inconsapevolezza di chi lo agisce come naturale — si produce una delle fratture più profonde e pericolose del nostro tempo: il rapporto madre-figlio non si fonda più sulla costruzione lenta di una trama affettiva condivisa, ma si dissolve nel flusso della visibilità permanente, dove ogni gesto viene registrato, valutato, condiviso, archiviato, senza più alcuno spazio per la discrezione, per l’errore non visto, per il tempo lungo dell’apprendimento muto.

Lo smartphone, più che strumento accessorio, è ormai l’ambiente generativo entro cui prende forma l’identità del bambino, che sin dai primi anni impara che un abbraccio vale solo se fotografato, una tenerezza solo se commentata, una scoperta solo se convertita in contenuto. L’infanzia, da tempo dell’inatteso e dell’informe, si è ridotta a palcoscenico seriale: ciò che conta non è più la singolarità dell’esperienza, ma la replicabilità della scena, la precisione della posa, la didascalia che l’accompagna. Ogni frammento dell’esistenza è già predisposto a diventare narrazione, ogni gesto educativo si piega alla logica della performance, ogni dinamica relazionale si incardina sulla platea invisibile che assiste.

Così, mentre la pelle della madre racconta con orgoglio — e con l’illusione della profondità — i dolori superati e i traumi trasformati in simbolo, il corpo del figlio viene reclutato per una nuova drammaturgia, ancora prima di poter costruire una distanza da cui difendersi, ancora prima di comprendere che l’amore, per restare tale, non può coincidere integralmente con la rappresentazione. La soglia — quel confine delicato e sacro che un tempo distingueva il nutrire dal possedere, l’accompagnare dal guidare, il dare dal mostrare — si è dissolta in un upload. Non c’è più trasmissione: c’è solo traslazione immediata, esposizione istantanea, simulazione continua.

E ciò che più inquieta, se si ha il coraggio di superare la superficie epidermica dei segni incisi, non è tanto il desiderio compulsivo di raccontarsi, né la simbologia a buon mercato che popola le scapole, i polsi, i dorsi delle madri tatuate; ma la scomparsa, quasi totale, di quella distanza originaria che un tempo separava il genitore dal figlio, e che sola permetteva il formarsi di un’identità verticale, fondata sull’asimmetria generativa. Il bambino non incontra più una figura da cui discendere, ma una compagna di strada che gli parla nel suo stesso linguaggio, che ride con lui delle stesse battute, che filtra la realtà con lo stesso software di rappresentazione.

La madre, in questo nuovo orizzonte emotivo, non si pone più come Legge o Limite, ma come presenza dialogante, adolescenziale, quasi coetanea, impegnata non a orientare ma a condividere: meme, emoji, reel, tormentoni, soundtrack digitali. In questa simmetria affettiva, ciò che si trasmette non è un codice, ma una continuità speculare; non una forma, ma un rispecchiamento. Il figlio non viene più generato come altro: viene coinvolto come uguale. Non riceve un nome: diventa collaboratore. Non eredita una storia: partecipa a una narrazione già scritta, ma continuamente riscritta a colpi di like.

E proprio lì, nel vuoto che questa orizzontalità produce, si consuma la tragedia educativa del nostro tempo: una generazione di figli cresciuti dentro l’amore visibile, ma privati dell’invisibile che li avrebbe resi liberi.

È lungo questo piano inclinato, fatto di esposizione compulsiva e assenza strutturale di distanza, che si consuma — in modo tanto silenzioso quanto irreversibile — la più profonda tragedia educativa del nostro tempo: il figlio cresce immerso in un ambiente saturo di segni, dichiarazioni, attestazioni pubbliche d’affetto, eppure non incontra mai quella zona d’ombra generativa che, sola, permette il formarsi di un’identità autonoma. Gli manca il pudore come gesto formativo, la parola che tace per lasciar spazio al nascere, la presenza che si sottrae per dare forma. L’amore materno, costantemente visibile, smette così di essere fondamento e si trasforma in specchio narcisistico: non più garanzia di separazione, ma grido ininterrotto di appartenenza.

La madre, ossessionata dal bisogno di non essere dimenticata — nemmeno da lui, il figlio — si espone di continuo, parla troppo, mostra troppo, vive troppo in superficie. E in questa eccedenza comunicativa perde ogni capacità di fungere da argine simbolico: non insegna più a desiderare, ma soltanto a imitare. Non offre un orientamento interiore, ma una coreografia emotiva da replicare; non trasmette una grammatica dell’esperienza, ma una sequenza di pose da aggiornare a ogni nuova stagione dell’anima. Così, mentre cerca il riconoscimento che la società ha smesso di garantire, finisce per cercarlo persino nel figlio, rovesciando la direzione dell’investimento affettivo.

E tuttavia è nell’incontro con l’altro da sé — con l’uomo o gli uomini che orbitano attorno a questo corpo inciso — che la parabola della madre tatuata raggiunge la sua configurazione più definitiva. Qui non si tratta di formulare giudizi morali né di invocare ritorni normativi, ma di constatare una mutazione antropologica: la relazione affettiva non è più il luogo della fondazione simbolica, ma una successione di episodi, sempre più brevi, sempre più esposti, sempre più scritti in anticipo. Non si ama per costruire, ma per raccontare. Non si sta insieme per attraversare, ma per aggiornare un copione.

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In questo contesto, il tatuaggio diventa al tempo stesso invito e reliquia: da un lato segnale erotico implicito, promessa di accessibilità sensuale ed emotiva; dall’altro archivio epidermico di legami passati, ferite non chiuse, naufragi interiori sublimati in icona. Chi si accosta a una madre tatuata non incontra mai un corpo vergine di narrazione, ma una storia già inscritta, un curriculum sentimentale che reclama lettura, interpretazione, immedesimazione. E proprio in questa eccessiva sovrapposizione tra biografia e superficie si consuma, spesso senza rimedio, l’eros: l’altro non è più accolto nella sua irriducibile alterità, ma cooptato come comparsa in un dramma già scritto, chiamato a entrare in scena senza sapere il finale.

La fedeltà, in questo scenario, non ha più il valore di radicamento simbolico: è un patto momentaneo di co-esistenza, costantemente messo in discussione dal richiamo dell’altrove, dalla nostalgia della sofferenza passata, dalla necessità — oggi quasi fisiologica — di una nuova esposizione. Ed è ormai consuetudine che il compagno diventi personaggio, che il rapporto venga messo in scena prima ancora di essere vissuto, che la storia d’amore venga raccontata prima ancora di esistere. La relazione, privata del mistero che la fonda, si consuma nell’urgenza della rappresentazione.

Sotto la superficie levigata del corpo inciso, dunque, non si muove più il desiderio come incontro fra differenze, ma un fluido processo di identificazioni reversibili, modulabili, sempre pronte a dissolversi alla prima frizione. L’amore, in questa geografia sentimentale postmoderna, non è più costruzione: è sequel. Non è vincolo: è episodio. Non ha spessore ontologico, ma soltanto durata narrativa. E quando, inevitabilmente, il desiderio si spegne — come accade a tutto ciò che vive — non sopraggiunge più il silenzio dell’oblio, ma solo un nuovo simbolo da aggiungere alla collezione, una data, un nome, un emblema inciso, pronto per essere caricato.

Perché nulla si dimentica davvero, quando ogni cosa è già pensata per diventare racconto.

Un tempo, la madre non era una dichiarazione da offrire al pubblico, né un’identità da recitare ininterrottamente, ma una figura silenziosa e densa, che si lasciava intravedere nei margini dell’azione, nel gesto soppesato, nel pudore delle mani che curano senza clamore. Era una presenza aurorale, più che un soggetto esplicito: un archetipo incarnato, la cui forza non si manifestava nell’enunciazione, ma nella capacità di generare senza narrare, di accogliere senza spiegare, di essere senza rendersi visibile. Non vi era bisogno, allora, di dichiararsi madri: il mondo lo intuiva, e quell’intuizione collettiva, tanto profonda quanto ovvia, conferiva alla maternità una sacralità muta, come l’aria che si respira e non si nomina.

Oggi, al contrario, la maternità sembra non poter più esistere se non nella misura in cui è raccontata, certificata, resa leggibile secondo i codici del nuovo esibizionismo affettivo. Ogni gesto generativo deve passare attraverso il filtro della narrazione pubblica: la fatica del parto è condivisa in tempo reale, l’allattamento immortalato in una story, il legame con il figlio tradotto in un’insegna epidermica — nome, data, simbolo inciso a futura memoria. La madre, da icona silenziosa di un mistero ciclico, è diventata soggetto comunicante per obbligo simbolico, testimonial di sé stessa, costretta a declinare ogni esperienza in forma discorsiva.

Il corpo che un tempo custodiva l’indicibile, che proteggeva nel silenzio il dramma trasformativo della maternità, oggi si offre come superficie didascalica: non più grembo, ma bacheca; non più soglia sacra tra la vita e il mondo, ma pannello esplicativo del trauma elaborato, della ferita sopravvissuta, del lutto rielaborato con tempestiva disinvoltura. La madre tatuata porta sulla pelle una mappa sommaria della propria biografia emozionale, una legenda sentimentale da decifrare con lo sguardo: “qui ho sofferto”, “qui ho lottato”, “qui ho amato troppo”. Ma la didascalia, per sua natura, non è mai l’opera: è la sua riduzione, il suo riassunto, il compromesso tra ciò che accade e ciò che può essere detto.

In questo scivolamento dalla densità al decoro, dal sacro al social, si consuma la dissipazione dell’enigma materno: quella forza opaca, piena e intraducibile che un tempo dava forma al femminile, oggi si dissolve nella trasparenza coatta dell’identità digitale. Non si tollera più l’ambiguità, non si accetta l’incomprensibile: tutto deve essere reso decifrabile, tutto deve essere postato, commentato, esibito. Il corpo non è più un confine da attraversare con rispetto, ma un supporto informativo, un diario lasciato aperto sul tavolo del bar, pronto per essere letto da chiunque ne abbia voglia, o curiosità, o tempo.

Così la madre, anziché crescere nella distanza simbolica, si offre come compagna narrativa del figlio, spettatrice e insieme protagonista del proprio stesso dramma reso accessibile. E nella fretta di mostrarsi, dimentica che ciò che si trasmette davvero — nella maternità come nell’amore — non passa mai da ciò che si dice, ma da ciò che si tace.

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In tutto questo, ciò che è andato perduto non è — come vorrebbe qualche moralista fuori tempo massimo — il decoro, né tantomeno l’estetica. A dissolversi, sotto il rumore costante della comunicazione compulsiva, è stata la grazia.

La grazia di una femminilità che non sentiva il bisogno di esplicitarsi.

La grazia di un dolore che si consumava nel silenzio, senza pretendere spettatori.

La grazia di una maternità che non domandava conferme né like, ma lasciava dietro di sé la traccia invisibile e feconda del proprio compiersi.

Oggi, al contrario, la comunicazione ha occupato ogni spazio residuo. La pelle, che un tempo era soglia silenziosa tra l’interiorità e il mondo, grida ora in continuazione la propria intenzione simbolica, come se la donna temesse che, smettendo di raccontarsi, smettesse anche di esistere. È l’agonia dell’essere che si aggrappa alla narrazione, la fine del mistero rimpiazzata dal bisogno ossessivo di significare. E tuttavia, dentro questo spettacolo epidermico del dolore che si fa ornamento, c’è ancora qualcosa che disarma, qualcosa che commuove, se si ha la forza di andare oltre l’irritazione estetica, oltre lo sdegno facile di chi giudica senza ascoltare. Perché forse — ed è questo l’ultimo sguardo che dobbiamo alla complessità — la madre tatuata non è soltanto la vittima terminale dell’ideologia della testimonianza, ma anche la sua più straziante officiatrice.

Forse quei segni sulla pelle non sono solo l’ennesimo sfogo narcisistico, ma l’estremo tentativo di tenere viva una relazione con il sacro, sebbene svuotato di Dio.

Forse il suo corpo inciso è l’ultimo altare che le resta, l’unica superficie ancora disponibile per pregare in un tempo che ha smantellato ogni liturgia, ogni rito, ogni silenzio condiviso.E allora sì, la spiaggia invasa dall’esercito delle madri tatuate è lo scenario terminale di una civiltà che ha smarrito ogni verticalità, ma è anche — paradossalmente — il grido afono di chi ancora chiede significato. Anche se lo fa nel linguaggio sbagliato, nel codice sbagliato, sul supporto sbagliato. Perché chi non ha più nulla da dire con la propria voce (ammesso che lo abbia mai avuto), comincia a scriversi addosso. E chi non ha più un Dio a cui rivolgersi, incide sulla pelle la forma disperata del proprio dolore, nella speranza che almeno qualcuno, passando, lo legga.

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