DIFENDERE L’INDIFENDIBILE: CHOMSKY DA EPSTEIN (di Matteo Fais)
Tra i nomi che ricorrono con maggiore insistenza nei file di Epstein, ce n’è uno che produce un cortocircuito più fastidioso degli altri: Noam Chomsky. Non perché emergano accuse penalmente rilevanti, né perché venga coinvolto direttamente in attività criminali, ma per una ragione ben più scomoda sul piano teorico: l’amicizia. Il filosofo ed Epstein erano in rapporti personali, si frequentavano, si scambiavano consigli, dialogavano di economia e di accademia. Nulla di illegale, certo, ma, filosoficamente parlando, la cosa lascia sicuramente un poco spiazzati.

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Chomsky non è un intellettuale qualunque. Si tratta dell’uomo che ha costruito una delle critiche considerate, nella storia della filosofia, più lucide e sistematiche al funzionamento del potere nelle democrazie occidentali. È colui che ci ha spiegato che il consenso non nasce spontaneo, ma viene fabbricato; che i media non informano, ma orientano; che l’élite non governa reprimendo, bensì selezionando razionalmente ciò che possiamo pensare, desiderare, accettare – dal mio punto di vista, le solite cazzate dei deterministi, ma questo è del tutto irrilevante.

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Epstein, però, non era una deviazione del sistema, un antagonista: era uno dei suoi ingranaggi opachi, un facilitatore di relazioni, un uomo che operava nell’ombra a beneficio di pochissimi. Esattamente quel tipo di figura che il pensiero chomskyano dovrebbe smascherare, più che andarci a braccetto.
Qui la domanda diventa ineludibile: dov’è la linea di confine oltre la quale un pensiero perde credibilità perché chi lo formula agisce in modo totalmente contrario ad esso? Fino a che punto possiamo continuare a citare Chomsky senza avvertire il disagio di una contraddizione strutturale? È legittimo separare ciò che un autore dice da ciò che fa, quando ciò che dice riguarda precisamente la denuncia di comportamenti come i suoi?

Di fronte a questo imbarazzo, molti ricorrono a una distinzione ormai abusata: quella tra opera e autore. Nell’arte, si dice, la separazione è possibile. Un romanzo funziona anche se chi lo ha scritto è moralmente discutibile. Un mondo narrativo ha una sua autonomia. Ma la filosofia non inventa mondi: pretende di interpretare questo. E nel caso di Chomsky ha addirittura la velleità di fornire strumenti critici per smascherare il potere reale. Possiamo davvero attribuirle lo stesso statuto dell’arte?

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In verità, la storia della filosofia è popolata da pensatori che hanno vissuto in aperta contraddizione con le proprie idee: Rousseau, Kant, Montaigne, Foucault. Predicavano una cosa e ne praticavano un’altra. Eppure questo non rende automaticamente falso il loro pensiero. Anzi, spesso accade il contrario: è la vita a mentire, mentre il discorso tenta di afferrare una verità che l’individuo, per limiti personali, contingenze sociali o fragilità psicologiche, non riesce a incarnare.

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La biografia non è mai un sistema coerente. È fatta di buchi, cedimenti, compromessi, zone d’ombra. Il pensiero, invece, può aspirare a una coerenza che la vita non raggiunge. L’esempio estremo è quello di Søren Kierkegaard: scriveva del seduttore vivendo da asceta e scriveva dell’ascesi vivendo da seduttore. Non per impostura, ma perché il pensiero, in lui, funzionava come tensione verso ciò che non era, non come cronaca di ciò che faceva.
A questo punto entra in gioco un’idea ancora più radicale, spesso fraintesa ma decisiva per il caso Chomsky: quella secondo cui la vita è sopravvalutata in senso ontologico: ciò che esiste davvero non è la biografia di qualcuno, bensì ciò che produce effetti causali nel mondo. Una vita può essere incoerente, opaca, persino moralmente discutibile, senza che questo intacchi la forza operativa di un’idea. Se un pensiero modifica comportamenti, orienta scelte, incrina automatismi, allora esiste più intensamente di qualsiasi curriculum umano. La biografia è fragile, contingente, spesso irrilevante. Il pensiero, quando funziona, continua ad agire anche contro chi lo ha formulato.

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Applicato al pensatore in questione, tutto questo conduce a una conclusione scomoda ma necessaria: il suo pensiero non è automaticamente annullato dalla sua biografia. Può essere criticato, riletto, persino messo sotto stress alla luce delle sue contraddizioni. Ma eliminarlo, espellerlo, trattarlo come un corpo estraneo significherebbe perdere uno degli strumenti più efficaci che abbiamo per comprendere proprio il sistema che oggi ci disgusta.

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Se la costruzione intellettuale creata da Chomsky ha aiutato qualcuno a diffidare della propaganda, a non confondere informazione e intrattenimento, a riconoscere i meccanismi di fabbricazione del consenso, allora quel pensiero ha funzionato. Anch, e forse soprattutto, se chi lo ha formulato non è stato all’altezza delle sue stesse conclusioni. Il vero problema non è che l’autore abbia tradito le sue espressioni su carta, ma la nostra pretesa infantile che un’idea valga solo se chi la pronuncia è moralmente irreprensibile – come se lo scrittore, il filosofo, o l’artista ambissero al ruolo di santi invece che a restare nel tempo grazie alla propria opera.
Le idee non sono persone. Non hanno una biografia, non partecipano a feste, non stringono amicizie imbarazzanti. Esistono per i loro effetti. E se continuano a produrre attrito, a disturbare il potere, a fornire strumenti critici, allora meritano di essere studiate anche quando il loro autore ci delude. Anzi: forse è proprio lì, in quella delusione, che mostrano tutta la loro utilità.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).