CONTRO L’IDEA SOVRANISTA DELLA LINGUA ( di Paolo Pedrazzi)
C’è un vento malsano che talvolta torna a spirare nei corridoi dell’ideologia: quello dei ‘sovranisti della lingua’ che reclamano con zelo fanatico e un po’ snob la “purezza” dell’italiano, invocando l’espulsione di ogni voce straniera dal nostro lessico. Perché dire smartphone quando si potrebbe dire “telefono intelligente”? Perché computer e non “elaboratore elettronico”? Come se la lingua fosse una fortezza assediata, e non un giardino in fiore che vive grazie ai semi portati dal vento, quello salubre, del mondo.
A ben vedere, questa crociata pseudo-identitaria non è che l’ennesimo travestimento della pulsione securitaria umana che sopravvive carsicamente nei secoli: la lingua come recinto che protegge, come corpo da difendere dagli assalti del presente, dall’Altro.

Ma una lingua viva – e dunque la cultura che in essa respira – è, per sua intima natura, un’entità meticcia, instabile, porosa. Fingere che sia possibile e doveroso tradurre tutto, sempre e comunque, non solo è ingenuo, è linguisticamente e filosoficamente insensato. Tradurre, infatti, non è solo trasporre da un sistema linguistico a un altro, ma è anche trans-ducere, “portare oltre”. E in questo “oltre” si perdono, si trasformano o si deformano i significati; perdipiù, non tutte le parole sono esportabili senza residui: alcune veicolano un precipitato culturale, emotivo e concettuale che non trova corrispettivi precisi. Prendiamo il caso della lingua straniera più avversata, l’inglese: il termine privacy, per esempio, non ha un equivalente perfetto in italiano. “Riservatezza” è troppo giuridico, “intimità” troppo romantico, “sfera privata” troppo sociologico; eppure privacy è diventata parte del nostro lessico quotidiano proprio perché mancava un vocabolo italiano che coprisse interamente quel concetto moderno e fluido.
Insistere sulla piena traducibilità di ogni termine straniero — pena la sua condanna al confino — significa negare la complessità stessa del linguaggio umano: la lingua è un fenomeno storico, e dunque impuro, frutto di contaminazione. Le parole straniere non sono virus, ma elementi nutritivi: alcune restano, altre evaporano, alcune si trasformano, altre convivono con i loro equivalenti italiani in una relazione di compresenza feconda; pensare di poter cristallizzare la lingua — o addirittura di sottoporla ad accertamenti e ispezioni (da parte di quale titolato concistoro poi?) — è una fantasia museale, la perversione necrofila di chi confonde l’identità con la fissità.
Ciò vale per tutte le lingue, ma ancor di più per la lingua italiana; se solo la si volesse considerare con onestà, infatti, si vedrebbe senza difficoltà che essa è frutto di una storia di ibridazioni, prestiti e invenzioni.

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Dante – celebrato come “padre della lingua italiana” – è il più radicale contaminatore della nostra tradizione linguistica; nella sua riflessione teorica contenuta nel De vulgari eloquentia, afferma chiaramente che il “volgare illustre” italiano, cioè la lingua degna della poesia e della filosofia, non esiste bell’e fatto: va cercato, costruito, forgiato attraverso un atto di creazione che è anche un atto di saccheggio e contaminazione:
Questo volgare che sopra abbiamo chiamato “illustre”, “cardinale”, “aulico” e “curiale”, non risiede in alcuna città, ma è come la gloria dei sommi poeti e dei dotti di tutte le città. (Libro I, XVI, 4).
Ecco quanto avviene nella Commedia: essa non è scritta in un dialetto codificato, né in una lingua preesistente: è il costrutto artificiale di un prodigioso laboratorio, di un’arca babelica in cui si raccolgono e si armonizzano voci, ritmi e fonemi disparati, è un mosaico audacissimo di elementi provenienti dai più svariati idiomi, lingue e linguaggi.
Dal latino Dante riprende in molti casi la sintassi, i costrutti, la solennità, molte forme lessicali come: etterna, sic, usato con intento enfatico, in luogo di “così”, miserere, e anche forme frutto d’invenzione come: “transumanar”, un verbo creato a partire da trans e humanus, che non esisteva né in latino né in italiano, che significa “andare oltre l’umano” e “amorevole”, da amor con il suffisso -bilis, in luogo di “amabile”; per non dire delle numerose citazioni latine che il poeta integra direttamente nelle sue terzine, come il famoso incipit del canto XXXIV dell’Inferno: “Vexilla regis prodeunt”… Dal provenzale assimila il lessico amoroso e le forme poetiche, che trapassano nella Commedia in parole come: joi, gai, amor cortese, per non parlare dell’episodio di Arnaut Daniel, trovatore del quale Dante, non solo accetta la lingua straniera nella propria opera, ma la fa parlare con dignità poetica, la lascia vivere accanto al suo italiano, dimostrando una visione plurilinguistica già pienamente moderna più di settecento anni or sono. Il francese, — o lingua d’oïl, al suo tempo, — lo impiega con disinvoltura, a volte integrandolo nel tessuto lessicale, a volte lasciandolo affiorare come tale; è il caso di “onorevole” (da honorable) che si impone nel lessico etico e sociale.

Uno degli aspetti più rivoluzionari dell’opera dantesca, poi, è l’inclusione sistematica di parole e inflessioni, tratte dai vari dialetti regionali della sua epoca per costruire una koinè italiana.
Dalla scuola siciliana, che riconosce come lingua poetica nobile, prende, ad esempio, “addolorar” e “lamento”, che per suo merito si fissano nella lingua italiana e vivono ancora oggi. Dal bolognese e dall’emiliano, “zanca” per “gamba” e “boia”. Dal veneziano e dal friulano sceglie parole come “baratteria” e “barattiere” nel senso di “corruzione” e “corrotto”. Dai dialetti campani prende “trista” (invece di “triste”), e molti altri potrebbero essere gli esempi.
Dante non si limita ai dialetti o alle lingue poetiche, accoglie anche lessici settoriali; scelta che costituisce un altro aspetto della sua modernità: egli non teme il “tecnicismo”, lo eleva a dignità poetica. Dal diritto prende termini fondamentali come “contrappasso”, “consiglio”, “giurisdizione”; dalla filosofia scolastica: “intelletto agente”, “sostanza”, “causa prima”; dalla medicina: “umore”, “bilioso”, “melanconico”… Ma anche dal registro popolare egli attinge a piene mani, vivificando e concretizzando la lingua. La presenza di registri plebei e vocaboli rozzi è parte integrante della sua “arte linguistica”. Si pensi a “puzzo”, “bagassa”, “tigna”, – parole crude, corporee, che restituiscono il mondo dei dannati nell’Inferno con forza plastica e concretezza senza pari.

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In definitiva, la lingua della Commedia è “un italiano prima dell’italiano”, una lingua letteraria artificiale fondata sulla contaminazione. La sua forza non sta nella purezza, ma nella varietà armonizzata e ciò indica come l’italiano nasca da un processo creativo che rifiuta ogni monolinguismo.
Chi oggi invoca la “purezza dell’italiano” in opposizione ai forestierismi, dunque, intende trasformare la lingua forse più viva e stratificata in un monumento immobile, sordo al tempo e al cambiamento; e dimentica – o peggio, tradisce – l’eredità dantesca; agendo come quei medici medievali che per guarire il corpo lo sottoponevano a estenuanti salassi, i cosiddetti ‘puristi’ vorrebbero “guarire” la lingua privandola del suo “sangue vivo”: la commistione, il respiro del mondo e finanche la libertà. Sì, perché chi pensa che si debba escludere quanto non si può tradurre, in fondo, vuole solo la censura e il silenzio.
Paolo Pedrazzi
Paolo Pedrazzi è nato a Moncalieri (TO) il 29 Febbraio 1984, è laureato in Lettere e vive in provincia di Asti. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su importanti riviste letterarie italiane e internazionali come “Gradiva International Journal of Italian Poetry”, “Poeti e Poesia”, “Readaction Magazine”.
Ha tradotto in versi testi poetici dell’antichità e classici moderni inglesi e francesi; ha pubblicato un saggio di traduzione e commento del poema The Hunting of the Snark di L. Carroll, dal titolo: La caccia allo Slualo, (2011, Biblion Edizioni). Nell’ambito della letteratura per l’infanzia, ha pubblicato Marcello Testainsù (2022, Km Edizioni) e Dodo è fatto così (2024, Km Edizioni). Ha pubblicato le sillogi poetiche Optica (2023, Eretica Edizioni) e Kósmos (2024, Ladolfi Editore).