BIOPOLITICA DEL FUMO – CONTRO CHI VORREBBE AUMENTARE IL PREZZO DELLE SIGARETTE (di RanCore)
Sei nel parcheggio di un autogrill. Asfalto sporco, luci al neon che non illuminano davvero niente, camion fermi, immobili, esausti come questa vita. Tiri fuori una Marlboro. La giri tra le dita un secondo prima di accenderla.
Quella sigaretta non è solo fumo. È una pausa illegittima. È un gesto che non serve a niente, inutile. È il momento preciso in cui smetti di vivere come se il tempo fosse infinito e ti ricordi, senza poesia, che finisce.

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Per qualche secondo non sei sano, non sei produttivo, non sei corretto. Sei presente. Finito. Ed è esattamente lì che comincia il problema. Perché c’è questo nuovo amore tossico che gira, come un virus: il potere che ti vuole salvare anche se non gliel’hai chiesto. Ti ama così tanto che, se accendi quella sigaretta, sembra tu abbia appena incendiato un ospedale, ucciso un santo, causato tre frane, due alluvioni e compromesso il futuro di bambini non ancora nati ma già profondamente delusi da te.
E non è un’immagine retorica: c’è davvero una mobilitazione in corso. In questi giorni, associazioni e fondazioni legate alla medicina e alla ricerca sul cancro hanno lanciato una raccolta firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare che chiede di aumentare di cinque euro il prezzo di ogni pacchetto di sigarette e di tutti i prodotti da fumo e da inalazione di nicotina, sigarette elettroniche comprese.

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La campagna, presentata ufficialmente e aperta alla firma tramite la piattaforma del Ministero della Giustizia (con SPID, CIE o CNS), vuole raggiungere 50.000 firme per portare la proposta in Parlamento. L’obiettivo dichiarato è contrastare il tabagismo e trovare risorse per il sistema sanitario nazionale ma, in realtá, sottolinea quanto l’atto stesso di vivere, scegliere, respirare sia diventato un problema politico da correggere.
Un tiro. Uno solo. E non sei più una persona, sei diventato un problema nazionale. Non sei più uno che si fa i cazzi suoi in un parcheggio qualsiasi, no! Sei il protagonista del film Il fuggitivo.
All’improvviso il gesto più piccolo diventa una fuga. Il piacere diventa una colpa. Il punto ovviamente non è la sigaretta. Il punto è quel gesto irrisorio che dice: questa vita è mia, anche quando non è sana, utile, giustificabile e apparentemente senza alcun senso. Ed è una frase che il potere non tollera.

Il potere oggi non urla, non vieta, non reprime. Ha imparato qualcosa di molto più raffinato: entrare nella vita stessa. Non governa più soltanto leggi o confini, ma abitudini, ritmi, micro-scelte quotidiane. Non decide cosa devi fare: decide come devi vivere.
È uno strano incrocio tra la mamma che ti inseguiva per casa con il manico della scopa alzato e una voce calma, lenta, premurosa, che ti fa domande profonde mentre ti sistema l’esistenza. Non ti colpisce. Ti accompagna. Ti chiede se sei davvero sicuro. E mentre stai riflettendo, la decisione è già stata presa al posto tuo.
Non ti dice “smetti”. Ti dice “pensaci”. Non ti dice “è sbagliato”. Ti dice “non è una scelta informata”. Il comando sparisce. Resta la colpa. Qui il biopotere mostra il suo vero talento: non proibire, ma trasformare ogni gesto in una questione morale e sanitaria. Ogni abitudine diventa un rischio. Ogni rischio un costo. Ogni costo una responsabilità collettiva.

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Non sei più qualcuno che vive. Sei qualcuno che incide su una previsione. La salute smette di essere una possibilità e diventa un obbligo silenzioso. Se non rientri nei parametri, non sei semplicemente diverso: sei irresponsabile. E l’irresponsabilità, in questo mondo, va corretta, va pagata.
Così la cura cambia natura. Non serve più a sostenere la vita, ma a normalizzarla. Si burocratizza, si frammenta, si traduce in linee guida, soglie, indicatori, statistiche. Non stai bene o male: sei conforme o non conforme. Non sei sano o malato: sei in regola o fuori parametro.
Il controllo non arriva dall’esterno. Non ti piomba addosso. Ti attraversa. Lo interiorizzi senza accorgertene. Cominci a sorvegliarti da solo.

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A chiederti se stai vivendo nel modo giusto, se stai mangiando bene, dormendo bene, desiderando bene. Se stai facendo tutto come si deve, anche quando nessuno ti guarda. È così che funziona: prima ti spiegano. Poi ti responsabilizzano. Poi non c’è più bisogno di intervenire, perché ti correggi da solo.
Oggi è la sigaretta. Quel gesto piccolo, inutile, finito, che non produce niente e proprio per questo diventa sospetto. La accendi e improvvisamente non stai fumando: stai violando un equilibrio, stai pesando su una previsione, stai uscendo da una traiettoria.
Domani sarà il panino del McDonald’s. Non perché sia diverso. Ma perché il principio è lo stesso. Mordi e non stai mangiando. Stai sbagliando secondo protocollo. Stai scegliendo male. Stai dimostrando di non essere del tutto affidabile nella gestione di te stesso.
Stesso principio, stessa logica impeccabile: se qualcosa ti fa male, allora va corretto. Se va corretto, va misurato. Se va misurato, va reso caro. Non per vietarlo — mai. Quello sarebbe rozzo, antiquato, troppo visibile. Ma per indirizzarti, lentamente, gentilmente, fino a farti credere che quella scelta non l’avresti mai voluta davvero fare.
Così la sigaretta e il panino diventano la stessa cosa. Non oggetti. Segnali. Segnali che indicano quanto sei governabile. Quanto sei allineato. Quanto sei disposto a trasformare la tua vita in una serie di decisioni corrette, e a chiamare tutto questo libertà.

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Mordi un Big Mac e improvvisamente non stai mangiando. Stai producendo rischio. Stai generando costo. Stai deviando da una curva che non hai mai visto ma che pesa più di te. Un morso e diventi una minaccia sanitaria con la salsa.
Non te lo vietano. Sarebbe rozzo. Sarebbe antiquato. Ti spiegano solo che non è una scelta informata, che forse non hai gli strumenti, che magari non sei del tutto capace di decidere per il tuo bene. Poi alzano il prezzo. Per aiutarti.
Non è cattivo. Non è nemmeno buono. È automatico. Impersonale. Avanza come uno zombie di George A. Romero: passo lento, non corre, non odia, non pensa. Procede. Una procedura dopo l’altra. Una correzione dopo l’altra. Una tassa dopo l’altra.
Non ti giudica ma ti classifica. Non ti vieta ma ti riallinea. E proprio per questo è inquietante. Non c’è nessuno con cui discutere. Nessuno da convincere. Nessuno da abbattere. Solo una macchina gentile che funziona e che, funzionando, ti toglie lentamente la possibilità di affermare che questa è la tua fottuta vita.
E allora torni a quel parcheggio. Alla sigaretta accesa. A quei pochi minuti in cui non stai dimostrando niente a nessuno. In cui la vita non è sana, non è utile, non è corretta. È solo tua.

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Ed è proprio questo, alla fine, che il biopotere non perdona. Non perdona il fatto che la vita non sia un progetto. Che non segua un piano. Che non risponda bene ai diagrammi. Non perdona la finitezza, l’inutilità, lo spreco, il tempo perso senza redenzione. Non perdona ciò che non può essere migliorato, corretto, messo a valore. Perché il biopotere non ama davvero la vita. Ama la vita amministrabile. Quella che dura il giusto, produce il giusto, consuma il giusto, che si spiega, che si giustifica, che muore senza disturbare troppo.
Come una scena post-credit: inutile, opzionale, già dimenticata. Nessuno resta seduto. Nessuno aspetta. Le luci si accendono comunque. Tutto il resto lo chiama rischio. O costo. O problema. E così la libertà non viene abolita: viene ridotta a scelta accettabile. Non ti dicono cosa devi essere, ma restringono lentamente ciò che puoi diventare.
Non ti tolgono la vita: ti tolgono il diritto di viverla male, cioè a modo tuo. Il paradosso è questo: più parlano di salute, più la vita si assottiglia. Più promettono protezione, più il mondo diventa fragile. Perché una vita senza rischio non è una vita più sicura: è una vita sorvegliata, e quindi già impoverita, depauperata.

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La sigaretta, il panino, il gesto inutile non sono il problema. Sono solo promemoria. Piccoli atti che ricordano che vivere significa anche esporsi, sbagliare, consumarsi.
Che non tutto deve avere un senso, un beneficio, una giustificazione sanitaria. Nel parcheggio di un autogrill, con una sigaretta accesa, per qualche minuto non sei un dato, non sei una previsione, non sei una deviazione da correggere. Sei solo qualcuno che esiste.
E in un mondo che vuole gestire tutto, questa esistenza non ottimizzata, questa presenza inutile, questa vita che non rientra nelle scelte savie è l’unica cosa che non possono davvero sopportare.
RanCore
BIOGRAFIA
RanCore viene costruito forma a Pisa negli anni ’80.
Bandito, cantante e autore punk nella band pisana Enkymosis fino al 2009.
Autodidatta d’assalto, formato tra lavori precari e vie di fuga, grafico freelance, agitatore dedito al sabotaggio culturale.
Provocatore sistematico, porta avanti una pratica anarchica e anti-autoritaria che rifiuta appartenenze stabili, istituzioni e miti della rispettabilità.