ADELE D’ADDARIO, “LA BAMBINA MELODRAMMATICA”, TRA I TESTI SACRI DELLA CONTEMPORANEITÀ (di Matteo Fais)
“Non ci troviamo quindi di fronte a facili e ruffiani sentimentalismi”, dice Giuseppe Carlo Airaghi, nella postfazione, e questa è certamente la prima impressione che si ricava dalla poesia di Adele D’Addario. C’è coraggio, affermazione senza ostentazione, durezza finanche nel guardare dentro sé stessi, un distacco virile nel fare i conti con il dolore che diviene posizione esistenziale.

L’autrice non ha timore di dire e lo fa senza recitare la oramai insopportabile propaganda per il femminile che si deve sempre e per forza rendere vittima, in un gioco passivo-aggressivo, per poi mettere in scena una reazione il più feroce possibile su un reel di Istagram, così da guadagnare facile compassione.
L’io narrante di queste liriche, di cui poco importa la veridicità autobiografica, sta con fermo stoicismo di fronte alla sciagura del quotidiano, al lento sgretolarsi del sentimento. Lo fa senza piagnistei, o scatti isterici. La sua cognizione è tragica e algida, animata dalla consapevolezza dell’assenza di una soluzione definitiva e risolutiva. Si avvia verso il patibolo senza farsi trascinare, né accelerare i tempi, facendosi carico di un destino.

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Mirabile testo questo La bambina melodrammatica (ChiareVoci), decisamente al passo con i tempi, scevro di petrarchismi e antipetrarchismi di maniera, vive nella nostra epoca tra OnlyFans, vibratori come false libertà, sentimenti come contratti a termine.
Da tenere sul comodino con i testi sacri della contemporaneità, da Amore Liquido di Zygmunt Bauman a Contro l’amore di Laura Kipnis.

L’anniversario
Celebriamo oggi, a questa mensa,
l’anniversario del nostro incontro
mancato, il fiorire disatteso
dei germogli che mai ponemmo a dimora.
Guardami.
Sono ancora un’attesa che freme,
un desiderio che geme e si sconfessa,
una belva che divora se stessa,
la propria ostinata autarchia.
Sono una asserzione reiterata, spogliata
di ogni aggettivo garbato,
sono la soglia di un bisogno
occultato, di un bisogno
che ripudia attese ulteriori
e mai se ne affranca.
Schiava dei miei rimpianti,
della mia sottomissione.
Tu ora guardi altrove, tu
mai davvero sfiorato
dal crollo
del nostro destino mancato.

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Alla pazienza dei sedativi
Mi affido all’indulgenza dei sedativi,
alla coerenza del termostato, al suo tepore,
al torpore della lampada, della sua luce inibita
da eccessi di abbagli e di tenebre.
A voce alta declamo
le mie poesie melodrammatiche
prive di pietà e condiscendenza,
dell’approvazione reclamata
non concessa neppure a me stessa,
ai miei minimi drammi domestici,
irrilevanti, mistici,
rassegnati a occhi socchiusi
in coda allo sportello delle poste
dove malgrado l’impegno profuso
mi copro di ridicolo,
di egocentrica poesia del dolore,
di fango.

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Insonnia
La notte è uno scivolare d’ombre
rasenti i muri, un attardarsi di passi,
di bisbigli che da tempo hanno smesso
di commuovermi.
È un’insonnia di luci lampeggianti,
di camion rombanti sulla provinciale.
è un minaccioso latrare di cani
protetti dalle inferriate.
Altri cani rispondono, in lontananza,
concorrono, consapevoli, a frantumare
ogni residua aspettativa di silenzio.
Conosco quanto infruttuoso sia
ogni tentativo di resistenza
Toccarsi è una consolazione magra
da ripetere fino a consunzione
e mantenere segreta.
Se pure il silenzio fosse
una consolazione
non resterebbe che mordersi le labbra.

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Il mio compito assolto
Domattina, ai primi chiarori,
mi riempirò la bocca di fiori
e nuda andrò, incontro al giorno,
senza dire una parola.
Nel mio cammino di soli sguardi
bacerò sulla bocca ogni testimone
di bellezza, bacerò sulla fronte
ogni tenerezza.
Esserci, seminare petali alle mie spalle
per ritornare a casa la sera
con la bocca svuotata,
il mio compito assolto.

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Il ritorno della barbarie
Abbiamo imposto un dominio instabile
a poca distanza dal centro dell’impero,
degli anni smemorati nell’opulenza.
Abbiamo osservato le leggi, le nostre,
edificato templi come segno
della nostra pretesa distinzione.
Abbiamo venerato la parte innaturale
delle cose ultime; pietanze ipocaloriche,
vibratori a pile, birre analcoliche.
Abbiamo appuntito paletti di frassino,
li abbiamo piantati nelle radici dei gelsi
schierati intorno alle case progettate
per i nostri banchetti, nel rispetto
relativo delle norme vigenti,
nel dispetto della terra e dell’aria.
Aspettiamo con fiducia il vostro ritorno,
barbari!

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Dalla parte opposta della tavola
A essere sincera
non è stato di gran conforto
voltare il viso in direzione opposta
a quella dove crescevano i silenzi
a cui mi costringevi.
Ora reclami la stipula di un patto
di quieta rassegnazione
che non mi sento di approvare.
La battaglia con me stessa perdura
nella lotta corpo a corpo coi momenti
in cui tu stavi dalla parte opposta della tavola
apparecchiata per la cena
e sorridevi
a mano armata.
Matteo Fais
Canale Telegram di Matteo Fais: https://t.me/matteofais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).