IL CORTOCIRCUITO DELL’OCCIDENTE: QUANDO L’IDEOLOGIA CANCELLA LA REALTÀ (di Melania Acerbi)
No, signor Presidente: i disordini di Milano non sono un incidente di percorso causato da “soggetti improbabili e inediti”. Così ha sostenuto Sergio Mattarella con una formula eufemistica e, nei fatti, fuorviante. Quella ritrosia a chiamare le cose con il loro nome è l’ennesima prova del cortocircuito intellettuale che caratterizza il tempo presente. Tra vertici dello Stato, apparati d’informazione e salotti borghesi, la ragione e l’onestà intellettuale hanno lasciato il posto a un automatismo dogmatico che deduce la realtà dalla teoria, invece che dall’osservazione. Pur di farla entrare nella cornice prestabilita, la prende a pugni, la frantuma e la piega finché ogni pezzo combacia con il copione.

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Dai palazzi il cortocircuito scende nelle piazze e si fa reazione emotiva e tribale, versione popolare di una cecità solo in apparenza colta. È il frutto di un processo condotto per decenni su almeno due fronti, o due direzioni: quella verticale – da Bruxelles, la mutazione antropologica e sociale dell’Occidente è stata incentivata fino a diventare dogma – e quella orizzontale – l’egemonia culturale della sinistra ha fornito e fornisce alla prima la legittimazione morale. Resta da capire se l’Unione abbia agito per incompetenza, chiusa nell’astrazione dei suoi modelli normativi e lontana dal reale, o per la volontà consapevole di sostituire la fisionomia culturale dell’Europa con un agglomerato senza radici.
Tornando a Milano vanno distinti, ancora, due livelli. Il primo è quello dei fatti. Gli scontri sono nati dalle proteste sul carovita e sulla precarietà economica, e negarlo sarebbe disonesto. Quella scintilla, però, ha trovato subito materiale pronto a incendiarsi: i protagonisti sono in prevalenza giovani e minorenni stranieri o di seconda generazione, segno del fallimento delle politiche di integrazione promosse da quella stessa dottrina. Il secondo livello è quello dell’interpretazione. Politica e borghesia progressista hanno risposto evocando ossessivamente il “fascismo”, un’etichetta che non ha nulla a che vedere con la natura sociale del fenomeno e che serve, infine, solo da scudo contro il reale. I rivoltosi sono il sintomo; i militanti che ne riscrivono il significato sono gli esecutori dell’ortodossia di Bruxelles, che nei palazzi parla il linguaggio felpato delle direttive e dei parametri etici e in piazza si degrada in slogan noioso e zelo fanatico.

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Più che un errore di valutazione emendabile, questa cecità deliberata è la cifra del nostro tempo. L’astrazione dal reale, eretta a sistema di governo a Bruxelles, viene interiorizzata da cittadini che ne ripetono le formule, come da striscione. In alto come in basso, il rifiuto dei fatti risponde a un’esigenza vitale, perché riconoscerli significherebbe ammettere il fallimento di un intero impianto ideologico, a partire dai dogmi dell’integrazione e del multiculturalismo. Dal palazzo al salotto, passando per il corteo, si preferisce la finzione.
Qui la politica si fa fede e il cittadino diventa soggetto ideologizzato. Il militante parla per mantra, e basta una domanda precisa o un elemento di complessità a incrinarne il dogma. Salvo eccezioni rarissime, la sua adesione è fideistica e tribale. La tribù lo difende dallo spettro dell’inutilità esistenziale, e il radicalismo dà sfogo a una frustrazione che si scarica contro il “sistema” e contro l’Occidente. Ne nasce il paradosso di chi rifiuta democrazia liberale e capitalismo vivendo nondimeno protetto dal benessere che questi producono. Il risentimento si rivolge contro la propria classe d’origine e contro la figura dell’occidentale bianco, l’alterità viene mitizzata e usata come strumento di espiazione. Cos’è questo, se non il lusso di un’autoesclusione teatrale, consentita proprio dall’opulenza che pretende di abbattere?

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Tutto si regge su una gerarchia delle vittime, che riflette, a ben vedere, una geografia del pregiudizio che con un’etica universale dei diritti non ha nulla in comune. In cima siede l’immigrato extraeuropeo. L’albanese o il rumeno, spesso in condizioni analoghe, interessa meno, perché si presta poco alla narrazione dell’oppresso esotico. Più in basso, stanno i diritti delle donne e delle minoranze sessuali, difesi però solo in Occidente, dove ogni mancanza formale è patriarcato e omofobia. Se a calpestare gli stessi diritti sono regimi teocratici, in larga parte islamici, subentra la scusa del relativismo culturale. Lo stesso vale per l’ambiente: l’automobilista occidentale è un criminale climatico, l’inquinamento altrove un dettaglio.
Alla radice c’è la desoggettivazione dell’Altro, di cui lo stesso immigrato ne è vittima. Nessuno lo interpella come individuo, con le sue condizioni, aspirazioni e idee, perché è già stato catalogato a monte. Il marxismo leggeva l’individuo in funzione della classe, ingranaggio di un processo storico più grande di lui. Il progressismo, che ne è figlio, lo legge in funzione della categoria identitaria: cambia il soggetto, la grammatica profonda resta. L’Altro diventa un’icona astratta, una massa da amministrare e tutelare, mai una persona con cui confrontarsi da pari.

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A ben vedere, il senso di superiorità che permea questo atteggiamento non si esaurisce sul piano etico, ma investe simultaneamente la dimensione della forza e dell’intelletto. L’atto del difendere postula implicitamente una posizione di primato, perché non si può ergersi a protettori di una condizione di debolezza senza supporre di possedere la forza e la facoltà di farlo. In questo circuito chiuso, il “debole” assume la funzione di un rito di iniziazione: l’identificazione con l’oppresso funziona come un battesimo laico che conferisce una duplice patente di superiorità. Da un lato, colloca l’individuo al di sopra degli altri membri della propria comunità occidentale, guardati con sufficienza in quanto ritenuti ciechi dinanzi agli orrori della storia, se non addirittura responsabili; dall’altro, lo pone in una posizione di paternalistica superiorità persino nei confronti di colui che pretende di difendere, il quale finisce per essere ridotto a oggetto passivo di un’operazione di autolegittimazione, dove la compassione si trasforma in una sofisticata forma di dominio.
Il cuore del problema è la mutazione della politica, il cui baricentro è diventato l’affermazione identitaria. Una componente identitaria c’è in ogni azione politica, anche la più sincera, ma in una politica degna di questo nome resta un sottoprodotto della ricerca di soluzioni. Oggi l’ordine si è rovesciato: l’identità è il fine, e l’alone morale che la accompagna pretende di imporsi a tutta la comunità. Non ci si chiede più cosa sia utile fare, ma chi sia buono e chi cattivo.

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È la bancarotta della democrazia rappresentativa: la politica ha smesso di governare la realtà per fare pedagogia ideologica.
Ecco, infine, la vera posta in gioco. Rinviare ancora la ragione per paura di passare per “cattivi” significa consegnarsi all’impotenza. Un Occidente che rinuncia a difendere i propri presupposti storici, culturali e civili per non turbare l’ortodossia del salotto è già morto, e il vuoto che lascia non resterà tale. Se il relativismo continuerà a disarmare la civiltà europea, che è anche cristiana, è plausibile che quello spazio simbolico e politico venga occupato da chi un’identità forte la conserva. Penso a un islam politico consapevole di sé, estraneo a ogni relativismo, pronto a insediarsi nei luoghi decisionali di società che hanno scelto di disarmarsi in nome di una bontà che di buono non ha nulla. Una (re)conquista al contrario, non imposta ma concessa.
Melania Acerbi
L’AUTRICE
Melania Acerbi è nata a Pistoia, il primo di settembre del 1993. Storica dell’età moderna, laureata a Firenze. I suoi studi si concentrano sull’impatto del Nuovo mondo su quello Vecchio, sulla storia della cultura, delle idee e dei viaggi per mare. Cofonda nel 2017, il Seminario Permanente di Storia Moderna che si tiene ogni anno al Polo di Storia dell’Università degli studi di Firenze (e in diretta streaming).
Contatti: [email protected]