ISRAELE E I SUOI GIUDICI (di Lorenzo Zuppini)
Israele non è sotto processo per quello che fa, ma per quello che è. Benjamin Netanyahu, con tutti i suoi spigoli, i suoi calcoli politici e la sua postura da vecchio leone cinto d’assedio, è solo l’accidente storico, il paravento dietro cui si nasconde un’ossessione ben più antica e radicata. La farsa tragica a cui assistiamo ogni giorno nelle cancellerie europee, nelle aule dell’ONU e nei salotti televisivi della nostra intellighenzia progressista non riguarda i confini, né le proporzioni della risposta militare. Riguarda l’esistenza stessa dello Stato ebraico.

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L’errore capitale, l’illusione ottica di un Occidente imbastardito dal senso di colpa e dal benessere narcotico, è credere che esista una formula diplomatica, una carezza geopolitica capace di placare la belva. Non esiste. L’odio per Israele è l’unificatore universale di tutti gli odiatori dell’Occidente libero.
C’è una simmetria agghiacciante e perfetta nel modo in cui lo Stato ebraico viene accerchiato: in Oriente, dalle teocrazie del terrore e dai macellai fondamentalisti che vedono in Gerusalemme l’avamposto intollerabile della libertà, della modernità e del diritto infedele; in Occidente, dalle nostre élite intellettuali, dai ragazzi annoiati delle università d’élite e dal conformismo coreografico della sinistra “woke”, che hanno eletto il nichilismo a nuova religione e identificano l’unica vera democrazia del Medio Oriente come il male assoluto.

Le flottiglie composte da parlamentari cresciuti sotto l’ombrello occidentale e ben pasciuti dal suo benessere, insieme a una manica di senza-patria e senza-dio ossessionata dalle sorti del fantomatico popolo palestinese, rappresentano perfettamente questa pulsione autodistruttiva. Odiano Israele perché vi vedono, specchiato e deformato dalle loro stesse nevrosi, tutto ciò che l’Occidente ha dimenticato di essere: la forza morale, l’orgoglio della propria identità, la volontà tragica e senza compromessi di difendere la propria civiltà con le armi in pugno. Israele è il ridotto geopolitico della nostra libertà e per questo risulta imperdonabile.

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Di fronte a questa morsa feroce, che unisce il fanatismo dei tunnel di Gaza al moralismo ipocrita dei tribunali internazionali, la strada per Gerusalemme non è quella della mediazione felpata o del compromesso suicida. La strada è una sola, tragica e necessaria: combattere. Combattere e combattere ancora.

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La sopravvivenza non si negozia con chi ha giurato la tua distruzione, né si baratta con il plauso della comunità internazionale. Ben Gvir finirebbe imputato davanti al tribunale dell’ipocrisia anche se offrisse ai flottiglieros un trattamento a cinque stelle, e allora tanto vale esibire la durezza di uno Stato che, in mondovisione, mostra gli schiaffi ben assestati a chi intona “from the river to the sea”.

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La forza di Israele, la sua stessa salvezza biologica e politica, risiede nella capacità di fare l’unica cosa che il mondo progressista non tollera: fottersene del piagnisteo planetario che insegue Israele fin dal 1948. Lasciamo che le anime belle versino le loro lacrime di coccodrillo sui giornali del mattino, lasciamo che i burocrati di Bruxelles e i maramaldi dell’ONU firmino le loro risoluzioni di cartapesta.

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Mentre l’Occidente si avvolge nel lenzuolo del proprio declino e della propria vergogna, a Gerusalemme sanno che la storia non la fanno le lamentazioni della morale astratta, ma il coraggio concreto di chi non ha paura di impugnare la spada per difendere il diritto dei propri figli a esistere. Netanyahu passerà, la cronaca politica farà il suo corso, ma quel bastione di libertà rimarrà in piedi. Finché avrà la forza di disprezzare il coro dei suoi ipocriti giudici.
Lorenzo Zuppini
Biografia
Lorenzo Zuppini è nato a Pistoia il 15 febbraio del 1992. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze, prosegue con un master in Giurista Internazionale di impresa all’Università di Padova. Dopo un breve passaggio professionale a Bologna, adesso lavora stabilmente a Milano nel settore della consulenza. Precedentemente collaboratore de Il Primato Nazionale e altre riviste che, però, ha nel corso del tempo abbandonato per cercare lidi più affini al suo temperamento. Liberale, liberista e libertario.