FIGURE ANTITOTALITARIE – ISMAIL KADARÉ (di Davide Cavaliere)
Il 28 gennaio di quest’anno, Ismail Kadaré avrebbe compiuto novant’anni. Di sé, una volta, con molta serietà, disse: «I miei libri sono stati una cittadella della libertà: hanno educato un’intera nazione nello spirito di opposizione al regime, alla dittatura». Con ciò sentiva di aver realizzato un «compito titanico».

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Nato nel 1936 ad Argirocastro, la «città di pietra», nell’Epiro albanese, dove ogni ciottolo è storia e trenodia, Kadaré studiò letteratura all’Università di Tirana e poi all’Istituto Maksim Gorky di Mosca. Costretto a tornare in patria in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche tra l’Albania e l’Unione Sovietica, da quell’esperienza riportò con sé l’abbacinante luce delle rive del Baltico, l’opprimente surrealtà di Mosca e il «mistero» di Pasternak.

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Il «caso Pasternak» lo ossessionerà per tutta la vita. Al punto tale, che il suo ultimo libro, pubblicato poco prima della morte, Quando un dittatore chiama, è un tentativo di ricostruire la storia della terribile telefonata di Stalin all’autore del Dottor Živago. I tre minuti che decisero il destino del poeta Osip Mandel’štam. Il motivo di questo interesse è da ricercarsi nel fatto che Kadaré sperimentò sulla propria pelle l’ambiguo rapporto che può instaurarsi tra uno scrittore e colui che, in uno Stato, detiene un potere assoluto e arbitrario.

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Hoxha, che avrebbe voluto essere un poeta e un intellettuale, pose Kadaré sotto la sua protezione, come Stalin fece con Pasternak («Lasciate stare questo abitante delle nuvole»), addirittura lo voleva con sé come accompagnatore quando si recava a Mosca per trattative politiche. Solo la benevolenza del dittatore gli permise di pubblicare i suoi libri, che sempre contengono critiche alla tirannide, ricorrendo ad argomenti storici o ad allegorie tratte da leggende albanesi – su tutte spicca quella dell’uomo che tenta di ascendere ai cieli sul dorso di un’aquila, portando con sé una provvista di carne per sfamarla. La salita, però, dura più del previsto e il malaugurato, per non precipitare, è costretto a nutrire l’animale con la propria polpa. Metafora di tutti coloro che, bramosi di privilegi, si compromettono col potere credendo di poterne uscire indenni.

Nel 1981 darà alle stampa una delle più brillanti satire antitotalitarie del XX secolo, da collocare accanto a 1984 di Orwell o Insaziabilità di Witkiewicz – Il palazzo dei sogni, in cui il protagonista, Mark Alem, è chiamato a servire un’istituzione misteriosa e potente che, da secoli, per ordine dei Sultani, analizza e studia i sogni di tutti i sudditi dell’impero ottomano nel tentativo di comprenderli e di porli al servizio del governo. Il libro fu bandito in Albania e il suo autore etichettato come «nemico» al Plenum degli scrittori.

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Sempre più critico nei confronti di Hoxha e, poi, di Ramiz Alia, il suo successore, Kadaré chiese asilo politico in Francia per sé e per la sua famiglia. Si trasferì così nel Quartier Latin, in un appartamento affacciato sul Jardin du Luxembourg. Dall’esilio parigino continuò a pubblicare i suoi capolavori, a quel periodo risalgono La piramide e Il mostro. Nel 1999, anno del suo ritorno in Albania, si spese attivamente per la causa del Kosovo. Kadaré considerava l’ignoranza nei confronti dell’Albania e degli albanesi come un atteggiamento «antieuropeo». «Noi», scrisse in un saggio intitolato L’identità europea degli albanesi, «entriamo di diritto nella famiglia europea dei popoli grazie alla nostra tradizione cattolica sepolta da secoli di Islam e di comunismo».

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Alle invasioni islamiche dell’Europa, nel 1970, aveva dedicato uno dei suoi romanzi migliori: I tamburi nella pioggia. Kadaré vi narrò il coraggio del popolo albanese e del suo leggendario generale – Giorgio Castriota, detto Skanderbeg – nel resistere alle mostruose armate ottomane. Un libro che attinge al «fondo della memoria della nazione», grandioso per tema e prosa: «Ma bisogna pure che, sulla strada dell’orda demente, qualcuno si erga, e la Storia ha scelto noi. Il tempo ci ha posti al bivio: da una parte la via facile della sottomissione, dall’altra la via ardua, quella della lotta. Abbiamo scelto la seconda. Se avessimo pensato solo a noi avremmo potuto optare per la prima: avremmo avuto così la possibilità di terminare i nostri giorni in pace, accanto ai nostri aratri e all’ombra dei nostri ulivi. Ma una pace siffatta sarebbe equivalsa alla morte».

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Il tema centrale dell’opera di Kadaré è la lotta contro ogni forma di dispotismo, che si manifesti nella concretezza storica dell’oppressione ottomana o del regime totalitario, oppure nell’impalpabile costrizione del Besa, il codice d’onore albanese, come accade in Aprile spezzato. Autore capace di unire Orwell e Kafka, nei suoi romanzi, il potere non è solo un meccanismo di controllo politico, ma racchiude in sé un principio ineffabile e assurdo. Quel «mistero», che è il mistero stesso del potere, si contrappone e al contempo si intreccia inestricabilmente al mistero della vita.

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Kadaré, come numerosi suoi illustri predecessori, è morto senza aver mai ricevuto il Nobel alla Letteratura. Nel corso della sua carriera, però, i premi prestigiosi non sono certo mancati. In occasione del conferimento del Jerusalem Prize, fece risuonare la sue idee su letteratura e civiltà: «Non è un caso che la tragedia abbia acquisito molto rapidamente uno status privilegiato, diventando la regina delle arti antiche. Fu la prima a scoprire ciò che sembrava imperscrutabile: l’esame e i tormenti della coscienza. Proprio allora la civiltà venne ad esistere».
Svelare la «parte invisibile del mondo»: questa è la missione che Kadaré si diede e adempì.
Davide Cavaliere
L’AUTORE
DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.