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CONTRO LA POESIA COME DIMENSIONE TERAPEUTICA (di Matteo Fais)

Partecipo sempre meno alle sfigatissime serate in cui vengono presentati libri poetici – ancora meno probabile è che mi si ritrovi in qualche bar, o losco covo per adepti e cultori della materia, durante una qualche serata letteraria, con un calice di bianco in mano, a parlare di un mio testo, o peggio ancora a discettare di tale arte in generale.

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La dimensione settaria mi ripugna, come l’incontro degli spiriti sensibili, le luci soffuse con il loro effetto soporifero, le stanze stracolme di libri – quando proprio non sono appesi anche al soffitto e, dunque, usati per creare un mero effetto scenico. E, poi, troppa sofisticazione e scambio reciproco di atti orali per lusingarsi l’un l’altro – in tal senso, la penso come Mr. Wolf, in Pulp Fiction: “è presto per scambiarci pompini a vicenda”.

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Ma la cosa che maggiormente trovo stucchevole, in questi circuiti e gruppi di lettura, è la malsana idea, che regna tra i partecipanti, di poesia come farmaco e terapia. Non è un caso che molti eventi letterari si risolvano in una sorta di seduta dall’analista, con l’autore che squaderna tutti i suoi mali, malanni, acciacchi e traumi infantili – una cosa, francamente, molto patetica.

Per questo genere di soggetti – ciò appare chiaro – la poesia non è un fine, ma un mezzo, addirittura un pretesto, uno psicofarmaco che non necessita di prescrizione, una sbronza che non danneggia il fegato. Sì, insomma, costoro scrivono per salvarsi, un po’ come un tempo si recitava il rosario e le preghiere varie. Invece di raccomandarsi all’anima a Dio, o di metterla nelle mani di un professionista della mente, loro si sfogano andando a capo a cazzo, sperando così di far fronte alle tristezze e scoramenti che ogni esistenza inevitabilmente porta con sé.

È uscito il tredicesimo numero di “Il Detonatore Magazine”: https://www.calameo.com/read/008031206475e701d32fd

Ricordo questa situazione in cui la presentatrice di un evento – poteva forse non essere una donna?! – chiedeva ai presenti chi avesse mai scritto una poesia. Vedendo le mani alzate, domandò il motivo. La maggior parte, per non dire il 99 per cento, rispose che l’aveva fatto perché, diciamo, “in preda a un sentimento troppo grande” – l’unico che mi strappò un sorriso fu quello che disse di averlo fatto perché voleva conquistare una femmina.

È uscita la seconda raccolta poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
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Ecco il problema, mi dicevo, ascoltandoli: questa gente non scrive poesie ma, come diceva quel critico, grida dal cuore. Ovviamente, non voglio dire che la poesia prescinda dal sentimento, altrimenti tanto varrebbe affidare tutto nelle mani di ChatGPT, ma che il mero sentimento non basta per fare versi, né tantomeno per potersi dire poeti. Prova ne sia che ci sono più pezzi di merda tra i veri lirici che tra gli idraulici e tra tutte le altre categorie di coloro che possiedono la cosiddetta saggezza della mano – chiunque abbia avuto la fortuna o sfortuna, a seconda dei casi, di frequentarne qualcuno, sa che sto dicendo la verità e che tale insieme abbonda di narcisisti tossici, megalomani, mitomani, e disturbati di ogni sorta.

Terza uscita per la collana “Scavi Urbani”: Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia, di Luca Parenti (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
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Personalmente, la penso come Michel Houellebecq che, per chi non lo sapesse, oltre che essere stato un grande romanziere, è un ottimo poeta: “Se non scrivessi ciò che ho visto soffrirei ugualmente – e forse anche un po’ di più. Solo un po’, ripeto. La scrittura è tutt’altro che un sollievo. La scrittura rievoca, precisa. Introduce un sospetto di coerenza, l’idea di un realismo. Si sguazza sempre in una caligine sanguinolenta, ma un po’ si riesce a raccapezzarsi. Il caos è rinviato di qualche metro. Misero successo, in verità”.

Quarta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Psicosi dei giorni pari e dispari, di Fabio Orrico (prefazione di Viviana Viviani). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

Ecco, altro che terapia! Non si scrive per salvarsi, se si va oltre le pagine del proprio diario intimo, ma per scrivere e, nella fattispecie di chi voglia veramente produrre versi, per fare poesia. Se si vuole, è per questo che, onestamente, della biografia degli autori ci frega un accidente di niente. Che si sia ammazzato, impiccato, ubriacato, che abbia infilato la testa nel forno, tentato la conquista di Fiume o che sia sopravvissuto grazie al lavoro in un grigio ufficio pubblico, davvero poco importa. Di un uomo, considerato come poeta, ci interessano solo le sue rime, mentre la mitologia che gli ruota intorno è pettegolezzo da rotocalco per pseudointellettuali. Me ne sbatto che la sua esistenza sia un’opera d’arte! Mi accontento che abbia scritto una qualche opera di rilievo.

Il resto è fuffa, promozione sui social. Il resto vale quanto il piedino della piccola influencer letteraria che cerca di fare pubblicità a un testo solleticando il feticismo del lettore segaiolo – una onlyfanser qualsiasi ha molta più dignità, specie se non fracassa le uova con la solita retorica dell’empowerment e porta avanti il suo nobilissimo mestiere da vacca. Un poeta fa il poeta, non il social media manager.

Ergo, basta con queste serate meste come un incontro degli alcolisti anonimi, basta cercare di invogliare la gente alla lettura con la falsa promessa di trovare una panacea di tutti i propri mali, o peggio ancora per conoscere sé stessi.

Se i poeti si possono distinguere tra grandi e pessimi, sono questi impostori a inquinare il panorama generale, perché si spacciano per ciò che non sono, perché millantano. Non c’è troppa gente che scrive – questo è un falso mito. La verità è che sono troppi a scrivere per cercare di stare bene, invece che per fare poesia. L’universo letterario va mondato da questa cancrena.

Matteo Fais

Canale Telegram di Matteo Fais: https://t.me/matteofais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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