TRAGEDIE LESSICALI – L’USO IMPROPRIO DEL LINGUAGGIO PORTA ALLA DIFESA DELL’ASSURDO POLITICO (di Davide Cavaliere)
A dicembre, Donatella Di Cesare, l’erudita glossatrice di Gadamer, passeggiando davanti al Consolato russo, ha notato «alcune persone fuori, cittadini russi». Ha così subito estratto lo smartphone per fotografarli e per affidare a Facebook una considerazione dal lessico foucaultiano-agambeniano: «Ho visto corpi infreddoliti, vite sospese, attese burocratiche. Ho visto l’ordinario della pace incastrato dentro il lessico della guerra […] Ci chiedono di odiare per appartenenza, di trasformare un passaporto in una colpa».

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Le file all’esterno dei consolati, lungi dal rappresentante una violazione burocratica della «nuda vita» (altro concetto caro a una certa «filosofia»), sono qualcosa di assolutamente ordinario, ma non dell’«ordinario della pace incastrato dentro il lessico della guerra», qualunque cosa tale formula significhi. Cosa dovremmo dire, allora, delle lunghe file fuori dalle questure per ritirare il passaporto? «Ordinario del turismo incastrato dentro il lessico del securitarismo burocratico»?

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Per non parlare, poi, di ciò che il post della Di Cesare intende suggerire, ossia che saremmo in presenza di una «persecuzione» dei semplici «cittadini russi» prodotta dal presunto – e inesistente – «bellicismo» della UE ed esercitata per mezzo della burocrazia.

Il breve commento della «filosofa» a una situazione normale, effettuato con sperpero di termini parafilosofici (come quel commovente ma fuorviante «vite sospese»), è indicativo del lessico vuoto e pretenzioso di una certo pensiero politico contemporaneo, che, in seguito alla pandemia da COVID-19, ha contagiato anche tante persone non dotate di cattedra.

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Oggi è quasi impossibile affrontare qualunque questione sociopolitica senza che facciano capolino locuzioni come: «capitalismo della sorveglianza», «biopolitiche», «medicalizzazione», «tecnofascismo», «turbocapitalismo», «società aperta»… poi, quando si arriva a discutere di politica estera, ecco apparire la «teologia dei bombardamenti umanitari» e il «dominio dell’economico», con il suo «piano liscio delle merci».
Tutte queste espressioni, esoteriche e vagamente oscure, riconducibili alle riflessioni di Heidegger e di Foucault, di Schmitt e di De Benoist, però filtrate e volgarizzate da alcuni epigoni di livello inferiore, vengono impiegate per suggerire l’idea che le società occidentali siano preda di un «potere» invisibile e pervasivo gravido di intenti totalitari ben più nocivi di quelli dei regimi sfacciatamente dittatoriali.

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L’argomento fondamentale è il seguente: il moderno controllo sociale sui «corpi» – tanto cari alla Di Cesare, soprattutto se di russi – si eserciterebbe in modo insidioso attraverso mezzi indiretti di «disciplinamento», quali la scuola, la scienza, la tecnologia, l’economia e la burocrazia, e di «biopotere», come la medicina e la sessualità.
L’Occidente, dunque, sarebbe una gabbia «orwelliana» – altro aggettivo ricorrente, peccato che Orwell non pensasse affatto alla democrazia liberale quando redasse 1984 – fatta di «tolleranza repressiva» e sorveglianza «panottica». I suoi abitanti sarebbero tutti, salvo pochi eletti, vittime inconsapevoli di una «cospirazione alla luce del sole».

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Il logico corollario di una tale demonizzazione della società occidentale è l’esaltazione di tutti i regimi politici che ad essa si oppongono: teocrazie islamiche, dittature fasciste o totalitarismi comunisti. In quest’ottica, i crimini e il terrore dei regimi illiberali sono poca cosa di fronte al totalitarismo soft dell’Occidente. La continua denuncia delle ingiustizie e delle imperfezioni delle società liberaldemocratiche induce molti a credere di vivere in un inferno in terra e a minimizzare i crimini dei sistemi autenticamente totalitari.

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Ecco che le ideologie e le forme di governo più spietate e liberticide avanzano tranquille e con l’avvertenza che, se le seguissimo fino alle estreme conseguenze, esse ci condurrebbero nella terra promessa della «vera» libertà.
Davide Cavaliere
L’AUTORE
DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.