IL NICHILISTA CHE ODIA L’OCCIDENTE (di Matteo Fais)
Bisogna avere il coraggio di rovesciare il tavolo dell’ipocrisia occidentale. Il punto non è, come ci raccontiamo per stare più tranquilli, che una parte degli occidentali odia l’Occidente per le sue colpe storiche, per il colonialismo, per il presunto capitalismo predatorio, per certe discutibili guerre. No, quello è solo l’alibi morale. La verità, molto più scomoda, è che una certa parte della popolazione occidentale odia l’Occidente per ciò che ha di migliore.

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Lo odia perché è il solo spazio storico che abbia reso possibile la libertà sessuale delle donne, l’emancipazione degli omosessuali, il controllo consapevole delle nascite, la scienza come metodo e non come dogma, la laicità come argine alla teocrazia. E questo odio, travestito da critica radicale, oggi arriva al punto di flirtare con sistemi politici che rappresentano l’esatto contrario di tutto ciò.

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Quando leggi gente che intravede nel regime degli ayatollah “valori da rimpiangere”, capisci che non siamo più nel campo della critica politica, ma in quello della pulsione nichilista. Perché solo un nichilista può guardare a un sistema che impicca gli omosessuali, obbliga le donne al velo, reprime il dissenso con la tortura e dire “forse non è tutto da buttare”. È una frase che non nasce dall’analisi, ma dal disgusto per la libertà.

Ci sono una Sinistra e una Destra che non sopportano l’idea che l’Occidente abbia prodotto qualcosa di buono senza il permesso di Marx e dei suoi successori, o senza perpetuare una presunta tradizione. La scienza? Coloniale. I vaccini? Strumento del biopotere. La libertà sessuale? Decadenza borghese. La laicità? Arma contro le “culture altre”. Il risultato è una caricatura grottesca del relativismo, in cui tutto è uguale, tutto è equivalente, tranne una cosa: l’Occidente che è, sempre e comunque, colpevole.

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Così accade il paradosso supremo: chi passa la vita a parlare di diritti umani si ritrova, senza nemmeno accorgersene, a giustificare sistemi che quei diritti li negano strutturalmente. Ma, attenzione: non li giustifica nonostante la repressione, li giustifica perché repressivi. Perché ordine, disciplina, comunità forzata, controllo dei corpi sono il sogno segreto di chi non tollera l’individuo libero.

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La donna occidentale che sceglie se e quando avere figli è un insulto vivente per chi rimpiange il mondo delle identità rigide. L’omosessuale che vive apertamente la propria sessualità è una bestemmia contro ogni ideologia che abbia bisogno di ruoli prestabiliti. Il cittadino che si affida alla scienza, anziché al sacerdote, è una minaccia per chi vive di dogmi.

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E allora ecco l’ayatollah diventare, per magia ideologica, un “argine al neoliberismo”. Poco importa se quell’argine è costruito con fruste, forche e tribunali religiosi. Poco importa se le donne vengono uccise per una ciocca di capelli. Poco importa se il dissenso è un crimine. L’importante è che non sia l’Occidente. Che sia l’Altro, il Nemico del Nemico.
Questa non è critica radicale, è regressione, il desiderio infantile di distruggere ciò che ti ha dato troppo, perché non sei stato capace di gestirlo. È l’invidia travestita da analisi geopolitica. È l’odio per la libertà quando la libertà non produce l’uomo nuovo sognato, ma individui imperfetti, contraddittori, liberi di sbagliare.

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Il punto è che l’Occidente non è buono perché è moralmente puro. Lo è perché è l’unico luogo dove la critica all’Occidente stesso è possibile senza finire in prigione. È l’unico spazio che consente di scrivere quello che si vuole e ai propri detrattori di rispondere senza essere impiccati in piazza. Chi rimpiange i regimi teocratici dovrebbe avere almeno l’onestà intellettuale di trasferirsi lì e smettere di godere dei privilegi che disprezza.
Ma l’odio dell’occidentale verso l’Occidente ha sempre questa struttura: distruggere il sistema che ti protegge, restando comodamente sotto il suo ombrello. È il sabotaggio dall’interno di chi non avrebbe la forza di sopravvivere un solo giorno nel mondo che idealizza. Non è odio per il male dell’Occidente. È odio per il suo bene. E chi odia la libertà, prima o poi, trova sempre una frusta da amare.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).