BANNED IN THE USA: PLATONE A RISCHIO CENSURA NELL’AMERICA DI TRUMP (di Matteo Fais)
A quanto pare, nell’America del nuovo millennio, non c’è via di fuga dalla caccia alle streghe targata woke. Persino sotto Trump, la tendenza, pur avendo assunto un senso inverso, per così dire, è rimasta tale e quale e così ci ritroviamo nella situazione per cui Platone è stato messo sotto censura alla Texas A&M. Un professore di filosofia, Martin Peterson, è stato obbligato a eliminare parti delle letture sulla filosofia platonica dal suo corso. Il pensatore greco, tra i fondatori della filosofia occidentale, viene dunque esiliato dai campus texani perché potrebbe presentare dei “contenuti rischiosi” su genere e razza.

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La storia è presto detta: la Board of Regents della Texas A&M University System (che, per chi non lo sapesse, è il Consiglio di Amministrazione, ovvero l’organo di governo che sovrintende a un sistema universitario statale, nominando membri per supervisionare le politiche, l’eccellenza accademica e le operazioni delle singole università all’interno di quel sistema, con poteri simili a quelli di un’azienda) ha varato una nuova policy, la quale richiede che ogni corso vertente su temi di “race and gender ideology”, orientamento sessuale o identità di genere sia approvato – in anticipo e per iscritto – dal Presidente dell’università locale. Senza il suo beneplacito, niente discussioni critiche su questi argomenti, nei corsi di base. Questa decisione è arrivata dopo un video, divenuto virale, di un docente che parlava di identità di genere, in un corso di letteratura per bambini, pubblicato a fine 2025.

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Nel caos di queste nuove linee guida – che stanno mettendo sotto controllo circa 200 corsi –, Peterson ha scoperto che alcuni passi del Simposio di Platone, quelli in cui si discute di amore, genere e via dicendo, erano diventati incompatibili con le regole. Tradotto: Platone, colui che ha fondato l’Accademia, non può più essere trattato come materia neutra, se incrocia i temi caldi del dibattito contemporaneo.

Peterson, che non solo insegna filosofia ma è anche Presidente del comitato per la libertà accademica nel campus, non l’ha presa bene. Ha risposto che il suo corso non propone alcuna ideologia, ma insegna agli studenti a strutturare e valutare argomentazioni elaborate. Ha citato a supporto l’idea di libertà accademica della Corte Suprema americana, nel suo messaggio interno, sottolineando che una pubblica università non dovrebbe decidere quali idee sono “sicure” o “pericolose” da insegnare – un principio che dovrebbe essere sacro nell’accademia ma che, qui, è stato calpestato in nome dell’allineamento politico al pensiero dominante attuale.

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Il risultato? Peterson ha deciso di rimuovere i testi contestati dal suo programma e sostituirli con lezioni su libertà di parola e censura accademica – non si può certo dire che il docente manchi di una vena ironica. E sì, questo corso introduttivo ora rischia di non insegnare nemmeno più ciò che promette: una riflessione critica sui problemi morali contemporanei, quando questi vanno a toccare concetti sensibili secondo la burocrazia.

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Quello che qui si può notare è un interessante rovesciamento culturale: per anni si è parlato di censura woke, di politiche che volevano limitare dibattiti interni per paura di offendere o marginalizzare gruppi. Ora, sotto l’egida di quella che potremmo definire una politica conservatrice di controllo dei contenuti, vediamo la censura spingersi in un’altra direzione: non quella di proteggere studenti vulnerabili, ma quella di perpetrare una certa narrazione politica diffusa e schermarla da ogni eventuale critica o esplorazione accademica.

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È un paradosso tragico: si accusava il “woke” di voler tagliare fuori opinioni non conformi, e ora, sotto la spinta politica dell’America di Trump e dei suoi accoliti nelle governance universitarie, si arriva a limitare anche i fondamenti stessi del pensiero critico occidentale, perché considerati troppo problematici secondo le categorie correnti di accettabilità istituzionale. Non solo si smette di insegnare certi testi, ma si trasforma l’università, da luogo di ricerca e dibattito, in spazio di omologazione politica preventiva. Si fatica a trovare una differenza strutturale con la precedente vocazione woke che ha dato luogo alla cancel culture.

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E, attenzione: questo non rimarrà un episodio isolato. Quando la libertà di esplorare idee come quelle platoniche – le stesse idee che generano domande su amore, identità e società – diventa materia di regolamenti burocratici emessi dalla politica, allora tutta l’educazione superiore si trova sospesa tra paure culturali e ortodossie di stato. È un cortocircuito culturale che dovrebbe inquietare chiunque tenga all’indipendenza del pensiero.
In una parola, benvenuti nell’America dell’ignoranza trumpiana, in tutto e per tutto speculare a quella precedente, in cui nemmeno Platone è al sicuro e rischia di passare per un pericoloso attivista LGBTQ+ con i capelli viola. Sarà un caso che anche lo zar di Russia vieti certi testi e vada tanto d’accordo con il suo omologo a stelle e strisce? Francamente, viene da dubitarne.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).