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PACIFISMO E COMPLICITÀ (di Matteo Fais)

C’è sempre qualcuno che, quando partono i jet, sente il bisogno fisico di citare il diritto internazionale. Lo fa come si recita una preghiera, con voce tremula, convinto che basti nominare l’ONU per fermare i carri armati.

Peccato che il mondo reale non funzioni così. Peccato che il diritto internazionale sia ormai una specie di reliquia da museo: bella, nobile, completamente inutile quando i peggiori regimi del pianeta la usano per pulircisi il culo.

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Il Venezuela non è una favola tropicale rovinata dall’imperialismo cattivo. È un buco nero, un Paese sequestrato, un regime che perde le elezioni e se ne frega, che reprime, affama, silenzia. Il tutto mentre l’Occidente discute se sia “opportuno” intervenire, o se sia meglio fare un altro convegno con buffet vegano.

E allora arriva il blitz americano. Rapido. Chirurgico. Limitato. Apriti cielo. Gli stessi che hanno applaudito ogni sanzione inutile – quelle che non abbattono i regimi, ma stritolano i civili -, improvvisamente riscoprono l’orrore della forza. La forza, dicono, non è mai la soluzione. Strano: per i dittatori, invece, funziona sempre.

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Qui non si parla di esportare la democrazia col napalm, come in tanti fallimentari episodi del passato. Qui si parla di una cosa molto più semplice e molto più scomoda da accettare: dare una spinta decisiva a chi, in Venezuela, la libertà l’ha già scelta. L’opposizione c’è. Il consenso popolare pure. Manca solo una cosa: che qualcuno smetta di fingere che il regime possa essere convinto con le buone.

Il blitz non è una crociata. È una constatazione. La constatazione che la democrazia, se non la difendi, muore. E non muore tra gli applausi, ma nel silenzio complice di chi dice “non è il momento”. La verità è che all’Occidente non manca la forza , manca il coraggio di usarla senza raccontarsela. Manca la lucidità di capire che non intervenire è già una scelta politica, solo più ipocrita e più sporca.

È uscito il tredicesimo numero di “Il Detonatore Magazine”: https://www.calameo.com/read/008031206475e701d32fd

Il Venezuela non è l’Iraq. Non è l’Afghanistan. Non è una un diario filosofico su cui appuntare i propri sogni universalistici. È un campo di battaglia già aperto, dove stare fermi significa stare dalla parte di chi comanda con i manganelli.

La liberal-democrazia, oggi, è un fortino sotto assedio e chi pensa di difenderla con comunicati stampa e buoni sentimenti sta solo preparando il suo funerale.

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Dire sì a un intervento selettivo non è entusiasmo bellico. È realismo. È smettere di fare i pacifisti da salotto, mentre altri pagano il prezzo della nostra superiorità morale. Non è bello. Non è pulito. Non è rassicurante. Ma la storia, quando decide di muoversi, non chiede il permesso ai benpensanti.

In tal senso, una riflessione specifica merita la Sinistra pacifista, la quale ha una peculiarità: arriva sempre dopo. Dopo i massacri. Dopo le repressioni. Dopo le elezioni rubate. Arriva quando il disastro è ormai irreversibile, ma con la coscienza linda, forte della propria presunta superiorità.

Quarta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Psicosi dei giorni pari e dispari, di Fabio Orrico (prefazione di Viviana Viviani). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
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Per loro il Venezuela non è un regime autoritario, bensì “una situazione complessa”. Maduro non è un autocrate, ma “un attore controverso”. La repressione non è repressione, ma “una risposta securitaria”. Il linguaggio è sempre quello anestetizzato, vago, disarmato, quello con cui nessuno si sporca.

La Sinistra pacifista, a livello mondiale, non odia la violenza in sé, odia la violenza occidentale. Quella sì, la riconosce subito. La fiuta. La condanna. Se invece arriva da un regime antiamericano, anti-liberale, vagamente “popolare”, allora scatta l’indulgenza, la comprensione, il relativismo. È la stessa logica che ha giustificato tutto: Castro perché “sfidava l’impero”, Chávez perché “ridava dignità ai poveri”, Maduro perché “resiste alle pressioni esterne”. Sempre la stessa favola: il popolo sacrificato sull’altare dell’anti-occidentalismo, mentre l’intellighenzia europea applaude con il bicchiere di prosecco in mano.

Quando gli Stati Uniti parlano di un intervento selettivo, nella Sinistra parte il riflesso pavloviano: “No alla guerra”, “No alla forza”, “No all’ingerenza”. Ma nessun no al regime che imprigiona, censura, falsifica elezioni. Nessun no alla violenza quotidiana del potere. Nessun no alla miseria trasformata in strumento di controllo politico.

Terza uscita per la collana “Scavi Urbani”: Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia, di Luca Parenti (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
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Il pacifismo europeo è diventato una forma di conservatorismo radicale: conserva tutto ciò che esiste, purché sia abbastanza lontano da non disturbare la coscienza. È un pacifismo che non difende i deboli, ma i fatti compiuti. Un pacifismo che non previene i conflitti, li congela fino alla putrefazione. Naturalmente, il punto qui non è di amare la guerra. Si chiede solo di smettere di fingere che la non-azione sia una posizione morale superiore. Perché quando ti opponi a ogni intervento, in automatico stai dicendo che le elezioni rubate non sono una linea rossa, che la repressione è un affare interno e la libertà vale solo se non costa nulla.

La Sinistra pacifista parla di “dialogo” con regimi che dialogano solo con la polizia politica. Invoca “mediazioni multilaterali” sapendo benissimo che servono solo a guadagnare tempo – tempo che il potere usa per rafforzarsi e l’opposizione per morire. È una Sinistra che ha sostituito la giustizia con la procedura, la libertà con il linguaggio, il coraggio con il posizionamento.

Il blitz in Venezuela non è un’epopea morale. È una smentita. Smentisce l’idea che basti condannare tutto per essere nel giusto. Smentisce il mito secondo cui la storia premi sempre chi non sceglie. E soprattutto smaschera una verità scomoda: il pacifismo che rifiuta ogni uso della forza finisce sempre per allearsi con chi la usa senza scrupoli. La Sinistra europea non è pacifista, bensì paralizzata. E chi è paralizzato, quando il mondo brucia, non è neutrale, è complice.

Matteo Fais

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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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Un commento

  1. Gli stessi ben pensanti che si dichiarano rigorosamente antifascisti, partigiani, etc. Non sanno che gli antifascisti e i partigiani hanno dovuto combattere militarmente per far cadere i regimi da loro tanto odiati. Se non fosse stato per un intervento militare oggi probabilmente in Europa saremmo tutti bianchi e biondi e parleremmo tedesco.

    L’idea di poter fermare dittatori come Maduro, Putin, Kim, Hitler e Mussolini “con le buone” è talmente infantile da sembrare ridicola, perfino i bambini sanno che il bullo della scuola si ferma con l’intervento della maestra e non con le belle parole.

    Continuate pure a cantare bella ciao dal divano di casa vostra mentre le nuove dittature avanzano, ma voi non ve ne accorgete perché si sono messi la sciarpetta rossa e giurano di essere socialisti mentre detengono le ricchezze di nazioni intere.

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