MEGLIO LA LIBERTÀ DEL DIRITTO INTERNAZIONALE (di Matteo Fais)
Fuori dai toni morbidi da convegno filosofico o da salotto buono, dall’indignazione social di chi difende i regimi più aberranti, quello che è successo in Venezuela non è un incidente diplomatico, non è una deviazione dalle buone maniere dell’ordine globale. È la normalità che torna a galla. È la realpolitik, quella vera, non la versione annacquata che piace a chi va cianciando di “regole condivise”. Nella giungla funziona così – da sempre e per sempre sarà.

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C’è ancora chi si aggrappa al diritto internazionale come fosse un rosario da sgranare a ogni conflitto, convinto che basti pronunciare le parole giuste perché i carri armati si fermino. Ma la storia recente è un cimitero di illusioni – l’Ucraina ne è una tragica dimostrazione. In nessuno di questi casi il diritto internazionale ha fatto da freno reale. Chi oggi piange le “violazioni” lo fa perché non ha capito una cosa elementare: le regole non fermano chi ha deciso di vincere e, soprattutto, chi non ha paura di infrangerle.

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Quando la diplomazia diventa una scusa per non agire, non è neutralità: è complicità. Protegge solo i tiranni. C’è poco da fare filosofia. Maduro era un dittatore sanguinario, illegittimo, sostenuto da elezioni farsa, repressione brutale e inedia. Punto. Maduro era un dittatore e il diritto internazionale, da solo, non lo avrebbe mai fermato.

Chi oggi si straccia le vesti per gli “standard legali” è un ingenuo. Le regole sono carta straccia se dall’altra parte nessuno è disposto a difenderle con la forza. Non ci si può basare sul diritto internazionale come ultimo baluardo della civiltà, sperando di far venire a più miti consigli certi leader con l’educazione civica. Spiace dirlo, ma funziona così. Chi non lo capisce, perde, molto semplicemente.

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La domanda se l’azione fosse legittima secondo l’ONU è oziosa, come chiedersi se restare immobili davanti a un regime sanguinario fosse meno devastante che abbatterlo. La pace non è un pranzo di gala, né una discussione accademica. È, semmai, ciò che gravità sopra i cieli di Caracas, adesso.
L’ordine mondiale non è una casella da spuntare. La diplomazia non è un’armatura indistruttibile. Il diritto internazionale non è un Dio che salva i buoni. È uno strumento fragile, utile solo finché coincide con un equilibrio di forze. Quando quell’equilibrio salta, resta carta straccia, buona per editoriali indignati, non per fermare un regime. Pensare il contrario è una superstizione laica.

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Lasciando per un attimo da parte il folkloristico Maduro, ci si potrebbe concentrare sull’altro attore in gioco che subito torna alla mente, Putin. Lo zar di Russia è un predatore geopolitico consapevole, quello che ha capito prima degli altri la grande finzione occidentale, ovvero che la forza non conti più. Putin non è un’anomalia. È la storia che ritorna. Il promemoria vivente che le regole valgono solo se qualcuno è disposto a farle rispettare con i carri armati, non con i comunicati stampa.

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Il punto non è amare o odiare Putin, Maduro o chiunque altro, ma capire che loro non violano le regole per errore. Le calpestano perché sanno che dall’altra parte ci siamo noi che ci limitiamo a discutere. Maduro è durato anni perché l’Occidente parlava. Putin avanza perché l’Europa dibatte. Stesso copione, attori diversi.
Non ci si può porre di fronte a costoro con le buone maniere e la santità del diritto. E pazienza se non concorreremo al Nobel per la moralità. La pace non esiste in natura, la civiltà non è irreversibile. Perché si possa dire che a storia è finita bisogna preservare un certo stato di cose in ogni modo, a ogni costo.

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Maduro è caduto perché qualcuno ha smesso di fingere che bastassero le regole. Putin resiste perché ha capito che dall’altra parte nessuno vuole davvero smettere di fingere. Questa è la differenza e non è morale, ma strategica. Senza voler fare l’elogio della forza, bisogna comunque essere realisti: basta stupore, buoni sentimenti, rispetto reciproco. Se non lo fermi con le cattive, il lupo della steppa non si fa problemi a sbranarti.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).