LA MORTE DI “REPUBBLICA” E COMPANY – LA FINE DELL’INFORMAZIONE MAINSTREAM NON È LA LIBERTÀ (di Matteo Fais)
Vagamente in sordina – perché al popolo, di queste cose, non interessa niente, essendo convinto che la pancia non sia legata al cervello – è venuta a galla la tragica situazione delle realtà editoriali legate al Gruppo GEDI, da “Repubblica” alla “Stampa”, passando per il sito di news “HuffPost” e le radio “Deejay”, “Capital” e “m2o”, oltre a una serie di testate minori, attualmente in vendita, senza garanzia per gli addetti ai lavori. Inutile stare qui a ricostruire la vicenda, intorno alla quale si trovano ampie informazioni su internet.

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Quello che salta all’occhio e che dà da pensare non è tanto la crisi della carta stampata e delle sue propaggini online, la cui agonia è più che decennale. La cosa interessante è la risposta dei lettori di fronte alla notizia della mobilitazione dei giornalisti. In tal senso, muove una interessante riflessione, su Facebook, lo scrittore Paolo Di Paolo che, di “Repubblica”, è assiduo collaboratore e di cui vale la pena riportare, quasi interamente, il post in questione:

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“Stamattina ho letto, ahimè, centinaia di commenti al post in cui i giornalisti del quotidiano ‘la Repubblica’ annunciano il loro sciopero, protestando per l’incertezza legata alla vendita del gruppo Gedi. La gran parte dei commenti non è solidale, naturalmente. D’altra parte, si sa, chi interviene lo fa nove volte su dieci per inveire. Quindi non trovo strano il tenore di messaggi del tipo ‘Non sentiremo la mancanza’, ‘Per me potete sparire’, ‘Meno disinformazione’, ‘È giusto che fallite’, eccetera. E non starei qui a commentare i commenti se non fosse che, nel complesso, illuminano un’amara verità. Molto semplice e feroce. Va al di là delle opinioni politiche, dei pregiudizi sulle istituzioni, di ogni sorta, va al di là del qualunquismo e del cosiddetto populismo più o meno consapevolmente incarnato. Il punto è che una parte ampia della popolazione adulta – una popolazione adulta oggi largamente scolarizzata – non sa e non capisce a cosa serva un giornale in una democrazia. Non lo sa, non lo capisce. E non ha, come mia nonna, la terza elementare. Peraltro mia nonna lo capiva. Queste persone sono uscite dalla scuola superiore e tuttavia non hanno fatto in tempo a mettere a fuoco la necessità di un’informazione molteplice, articolata, ricca, che non sia quella penosa crosta di notizie e notiziette sgrammaticate da scrollare sugli smartphone per illudersi di sapere qualcosa. È triste, se non perfino disperante, dover constatare gli effetti di lungo periodo della demagogia anti-politica e anti-tutto. Non c’entrano gli indici di lettura, o le copie in calo da tempo. Né le linee editoriali discutibili ed eventualmente l’ipotesi, più di un’ipotesi, che i giornali si possano fare meglio. Mooolto meglio di così. C’entra un difetto di comprensione, un difetto culturale […] È un gran peccato, è un problema, non il fatto di avere cittadini che non leggono i giornali. Avere cittadini che non sanno più a cosa servano i giornali. Tant’è. Ma fa quasi paura”.

Ora, se è pur vero che pochi hanno il magico dono di risultare indigeribili come Paolo Di Paolo, con quel suo atteggiamento sempre molto moderato ma, al contempo, così affine a quello dei più esagitati del fronte progressista – si veda la sua sottoscrizione dell’appello contro Passaggio Al Bosco, durante Più Libri Più Liberi –, è pur vero che, quando ha smaccatamente ragione, bisogna avere il coraggio di schierarsi con lui, oltre ogni frontiera ideologica.

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Ciò che ha sottolineato suonerà pure radical chic – del resto, non è che i radical chic abbiano del tutto torto –, ma è tragicamente reale. Il popolo, questa massa indistinta e amorfa, che altalena tra il baretto e i social, e che a volte alza la cresta e tira il petto in fuori, ormai oscenamente tronfia nella propria ignoranza, disprezza tutto ciò che, in qualche modo, collega all’attività intellettuale, ritenendola da parassiti e puttane in giacca e cravatta. Esso si bea di non aver bisogno dell’aiuto, o quantomeno dello spunto di riflessione quotidiano, fornito dalla cosiddetta classe intellettuale, di quei volti che, per intenderci, stanno dietro la produzione giornaliera di quotidiani e periodici.

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Naturalmente dietro tale astio, vie è un fondo di ragionevolezza: i giornalisti, quella pletora che il poeta definisce “conformisti e barocchi”, al di sopra dei quali vi sono ignobili “redattori rotti a ogni compromesso”, hanno, oggigiorno, veramente poco per cui essere difesi. Hanno mentito, sputtanato, calunniato e fatto da megafoni del potere – e, soprattutto, hanno lusingato i gusti e le idiosincrasie della peggiore folla, aggiungerei.

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Tutto vero ma, a ogni modo, la fine della cosiddetta informazione mainstream, a cosa dovrebbe portare? L’unica alternativa che si staglia all’orizzonte è il proliferare incontrollato di personaggi social, sovente senza volto e senza identità – i vari “@gina63” e “osvaldoamantedellafregna” –, che riflettono su laqualunque e, peggio ancora, diffondono notizie tutt’altro che attendibili – diciamolo pure, clamorose fake news. Il fatto è che nessuno potrà mai rifarsi su questi per le idiozie che diffondono, sovente ad arte, proprio perché spesso non si sa neppure chi siano. Al contrario un giornalista di “Repubblica” – per esempio il già citato Di Paolo, questo bisogna riconoscerglielo –, ci mette la faccia e rischia firmando con il proprio nome di battesimo, quando dice ciò che dice. E, prendendo anche denaro pubblico per fare ciò che fa, è giusto e sacrosanto affibbiargli delle colpe se e quando mente. Tutto sommato, insomma, il giornalista risponde di quello che fa, mentre quasi nessuno paga per la propaganda russa portata avanti più o meno in malafede da gente che non ha niente di meglio da fare tutto il giorno.

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C’è da dire, tra le altre cose che, il novanta percento di questi troll che pontificano dai social come un ubriaco al bar salirebbe sulla sedia per arringare la folla, scrivono molto peggio di ChatGPT, quando proprio non si avvalgono di essa per farlo. “Repubblica” è un giornale con tutti i difetti di questo mondo, ma risulta se non altro vergato in italiano. Che piaccia o meno, l’informazione e la riflessione culturale non sono fatte di “c’è poco da discutere” e considerando i segni di interpunzione come un optional inventato dai cattivi radical chic per mettere in difficolta il signor Pino che ha la terza media. Chi scrive male è perché pensa peggio. Virgole, punti e altre dolci amenità servono a dare una struttura logica alle frasi e ai discorsi.
La fine di “Repubblica”, per concludere, coinciderebbe unicamente con il trionfo incontrastato, senza più un contraltare, della barbarie web, cioè di un signore in canottiera sporca di sugo e boxer bucati che, dalla sua cucina, in quel di Reggio Calabria, ci racconta che in Russia si sta meglio che in democrazia, che Zelensky è un cocainomane pedofilo, e che dietro il calo delle nascite ci sono gli ebrei e i massoni che tramano contro l’Occidente – e giù una sequela di “GOMBLOTOHHH”, “Non ce lo dicono” e “Servi degli AmeriKani”. Sarà pure da radical chic, ma preferisco leggere Bernard-Henri Lévy su “Repubblica”.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).
Credo che da diversi anni si sia creato un sistema al ribasso che si autoalimenta. I giornali guadagnano sempre meno, di conseguenza anche i giornalisti, che sono costretti a scrivere articoli clickbait, di bassa qualità e scopiazzati da altri giornali. Non sono rari ormai i fenomeni delle castronerie a cascata, un giornale pubblica una boiata appresa chissà dove e a ruota tutti gli altri, salvo poi smentire il giorno dopo.
In TV pullulano gli esperti, ma sono davvero tali? Ad esempio, ho assistito ad uno scambio tra l’avvocato di Alberto Stasi e la Bruzzone. Quest’ultima parlava con assoluta certezza del contenuto del PC di Stasi e quando l’avvocato le ha chiesto dove avesse recuperato tali informazioni, dato che non corrispondevano a verità, lei ha risposto che le aveva apprese dai giornali. I giornali a loro volta, si affidano anche a informazioni prese dalla rete, da canali YouTube.
Mi è capitato di leggere e di vedere trasmissioni che si rifacevano al canale crime di bugalalla (?), vale a dire che Pincopallo 88, cittadino sconosciuto senza arte né parte, può assurgere a fonte autorevole.
Tanto più i giornali hanno perso autorevolezza, tanto più il cittadino comune si è autoproclamato autorevole. Pullulano blog, canali di varie piattaforme, in cui tutti parlano di tutto, con una sicumera che non lascia spazio a dubbi. Vaccini, guerre, economia, omicidi, ecc ecc…tutti sembrano i detentori del sapere, con quel modo di fare di chi si sente di saperne di più di fronte al popolo ottuso e ignorante.
Di fronte a chi pensa di sapere già tutto, la morte del giornalismo non può che lasciare indifferenti.
Anzitutto occorre fare una premessa. Non c è nulla di più democratico del mercato, e trovo assurdo che i giornali come anche la Rai debbano ricevere finanziamenti pubblici, Steve Jobs è diventato ricco creando prodotti geniali che hanno cambiato la vita delle persone. Se il pizzicarolo sotto casa fallisce nessuno dice nulla, quindi non vedo perché per un giornale debba essere diverso.
Ma ammesso e non concesso che il giornalismo sia essenziale per la democrazia, e che quindi la sua autorevolezza vada in qualche modo protetta, è proprio questa autorevolezza che è venuta ormai a mancare da anni. È vero che il popolo ha votato per Barabba e non per Cristo, ma è anche vero che Cristo è rimasto Cristo, non si è messo a fare Barabba per prendere voti, mentre i giornalisti ormai hanno rinunciato da tempo a quella professionalità che li distingueva per diventare meri altoparlanti di un determinato partito politico.
Pur avendo diversi titoli di studio l’idea di leggere La Repubblica non mi attira minimamente, preferisco di gran lunga leggere gli articoli di Fais, che ritengo un giornalista geniale pur non condividendo tutta la sua linea di pensiero, quindi mi chiedo in che modo leggere La Repubblica potrebbe ad oggi arricchirmi?
I giornalisti che lavorano in quel giornale, diciamolo senza peli sulla lingua, sono semplicemente un esercito di raccomandati che come tutti i servi inutili vengono prontamente sacrificati quando il padrone non ne ha più bisogno.
Non stanno li perché vendono un prodotto, come Steve Jobs, o perché salvano vite come un primario di un ospedale, o perché hanno particolari competenze, ma solo perché hanno i giusti agganci.
Quando questi vengono a mancare o non hanno più bisogno di loro, ecco l’esito inesorabile.